Una formica nella NATO

 

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GIUSEPPE ZACCARIA
La Repubblica del Montenegro ha poco più di seicentomila abitanti (diciamo, grosso modo come Bologna), una superficie di tredicimila chilometri quadrati (un po’ meno delle Marche), un esercito composto da 2.032 effettivi (la consistenza di un reggimento) oltre a una Marina militare con duecento marinai e una forza aerea di pochi scalcinati Mig 21, con circa trecento effettivi.

Bene, fra un anno o due il ministro della difesa di questo poderoso paese dovrebbe sedere nel Consiglio della Nato fianco a fianco con i rappresentanti di Stati Uniti o Gran Bretagna e con pari dignità.

Ora, la cosa può essere giudicata in molti modi, ma la vera domanda è: come mai sta scatenando reazioni a Est e a Ovest, neanche che con questa adesione l’Alleanza Atlantica avesse acquistato chissà quale nuova forza d’urto.

Da Mosca, la reazione è stata meno controllata perfino di quella seguita all’abbattimento del Sukhoi da parte dei turchi: deputati della Duma hanno tuonato frasi del tipo “Quei traditori la dovranno pagare”, il ministero degli esteri ha stilato un lunghissimo comunicato per denunciare la strategia dell’allargamento da parte della NATO, che la Russia vive come accerchiamento, e gli uffici di Jens Stoltenberg si sono affannati a intervenire dicendo che no, questa adesione non deve essere interpretata “in senso aggressivo”.

In una simile canea il commento più limpido è stato quello apparso su Forbes, che semplicemente diceva: “Il Montenegro è un bellissimo piccolo paese. E questo è tutto”.

Ma sarebbe tutto se la (geo)politica non si muovesse sulle gambe degli uomini che, molto più spesso di quanto non si creda, sono mossi anche da sentimenti e paure, e in questo caso il sentimento panslavo è stato ferito come se un fratello avesse abbandonato sprezzantemente la casa, o un cugino avesse insultato la tua intera genìa.

Per il russo medio questa è davvero una coltellata alle spalle , e lo stesso per quel 36 per cento di montenegrini che in un recente referendum si erano dichiarati contrari all’ingresso nella NATO (con in più un pesante 26 per cento di indecisi).

Forse vale la pena di ricordare che fino a una ventina d’anni fa il Montenegro faceva parte della Federazione jugoslava (come parente povero, a parità del Kosovo) ed è diventato indipendente dalla Serbia appena nove anni fa, dopo un referendum . E non solo: da quel momento era stato il primo paese dei Balcani a sperimentare la “svolta russa” aprendo le sue spiagge ai concittadini di Vladimir Putin, la sua grande industria di alluminio a un boiardo russo e i suoi faraonici progetti di “Montecarlo sull’Adriatico” – poi declassati a Costa Smeralda slava – a ingenti capitali moscoviti.

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Milo Đukanović con Vladimir Putin

Allora,  i serbi scherzavano sulla sensibilità al denaro degli ex connazionali; oggi se li ritrovano sulla sponda opposta senza capire il perché.

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La costa dalmata del Montenegro


La ragione primaria della svolta forse va cercata proprio nella storia della fabbrica di alluminio, che si chiama Kap e una decina di anni fa venne rilevata dalla Rusal, gigante russo del settore che però dopo breve tempo aveva pensato di mandare a casa qualche centinaia di operai: il primo ministro Milo Đukanović s’oppose, la contesa s’incrudelì e i russi abbandonarono la partita.

 

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Impianti Kap

Da allora il presidente Milo Đukanović (è sempre lui, solo che da vent’anni periodicamente cambia ruolo) cerca invano un sostituto. Poi sono iniziate le crisi anche negli investimenti turistici, “Porto Montenegro” è rimasto come un Porto Cervo fuori stagione e il resto è da addebitare alla nuova “guerra fredda”.

Però, diciamolo, anche nella mente dei locali questo divorzio non si è mai consumato del tutto, il montenegrino slavo e ortodosso ha sempre sentito il russo slavo e ortodosso come una presenza protettiva. Una battuta tipica dei locali suonava: “Noi più i russi siamo duecento milioni”. E se poi risaliamo a tempi più remoti, la dinastia regnante dei Petrović usava mandare i suoi rampolli dalla montegnosa Cetinje alla rutilante Corte di San Pietroburgo, affidando ai cugini Romanov il fardello della loro educazione.

Si raccontano ancora vecchie storie di Elena – anzi Jelena – del Montenegro che fu spedita a San Pietroburgo quand’era appena quattordicenne ma già piuttosto sviluppata, e le malelingue vogliono che la ragazza avesse interpretato in concetto di fratellanza slava in un senso un po’ troppo esteso, tanto dall’essere rispedita indietro con la fama di poco di buono. Soltanto per questo, qualche anno dopo, avrebbe accettato di sposare il poco avvenente Vittorio Emanuele, futuro re d’Italia già noto come “sciaboletta” per via dell’arma su misura che portava al fianco.

Ma queste sono maldicenze. Magari può essere più interessante rammentare che nel 1904, all’inizio della breve guerra navale russo-giapponese, la monarchia di Cetinje pensò bene di dichiarare guerra a Tokyo in segno di solidarietà con lo zar.

Non si sa come il predecessore di Hirohito accolse la brutta notizia né si ha notizia di scontri diretti fra soldati del Sol Levante e prodi guerrieri montenegrini, ma alla cosa venne attribuita così tanta importanza che poi ci si scordò di firmare un trattato di pace.  A Podgorica qualcuno se ne accorse verso la fine degli anni Novanta, e un imbarazzatissimo funzionario volò in italia per siglare il documento con l’ambasciatore giapponese a Roma.

Il precedente darebbe tutti i motivi per pensare che un’eventuale partecipazione del Montenegro a un’ ipotetica azione armata della NATO si tradurrebbe in qualcosa di simile anche ai tempi nostri, ma il punto non è questo. Già a Podgorica c’è qualche ardito guerrafondaio che ha chiesto alla NATO di partecipare alla missione KFOR nel confinante Kosovo, dimenticando che quel 36 per cento di cittadini che è contrario alla NATO è anche filoserbo, e dunque considera il Kosovo ancora parte del territorio di Belgrado.

Insomma, rieccoci nel bel mezzo di un classico, intricatissimo intrigo balcanico.

Qualcuno scrisse una volta che nei Balcani qualsiasi contesa si trasforma in una lunga partita a scacchi che dura fino a quando qualcuno tira una martellata sulla scacchiera: nel caso di Podgorica, da adesso in poi quella martellata può arrivare da molte parti.

Da mesi nella capitale si susseguono scontri di piazza con una minoranza politica che si appella alle regole della democrazia e se la prende con lungo regno di Milo Đukanović più che ventennale. Poi cui sono i filoserbi, non ancora organizzati però in grado di farlo rapidamente.

 

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Milo Đukanović

 

Ancora, c’è un’opposizione parlamentare guidata  dall’ex ambasciatore a Roma, Miodrag Lekić, che pazientemente contrasta il potere centrale. Infine, verranno a mancare di colpo i turisti russi e dunque ossigeno ai conti, si interromperanno tutti i programmi di cooperazione e ,insomma, si preparano tempi concitati di cui non c’era sicuramente bisogno.

A cosa è servito, allora, invitare la potente Podgorica ad entrare a far parte della NATO? Non a potenziare l’Alleanza,   come è ovvio, non a distendere i rapporti con la Russia che anzi si è sentita provocata, e probabilmente neanche a rafforzare il governo montenegrino.

Per ora consoliamoci col fatto che questo “non è un allargamento aggressivo”, come dice l’Alleanza: vedremo poi se il Montenegro si ricorderà di firmare la prossima pace.

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Giuseppe Zaccaria

EASTERN GAZETTE

ITALINTERMEDIA

 

 

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