Politica industriale. Programmare e progettare. Come fa la Germania

513d5e118b9a189f906e54d264470fa5a2a29bPAOLO LUCA STANZANI GHEDINI
Pensiamo alla realtà con pragmatismo. Ciò di cui stiamo discutendo sono quelle che crediamo essere le soluzioni migliori per l’Italia, per continuare ad avere un dignitoso sviluppo industriale. Non si tratta di “ristatalizzare” settori dell’economia ma di dotarsi di capacità programmatica per creare il futuro, immaginare progetti, capire come sta andando l’economia e la società e produrre politiche e leggi intelligenti, “a tutto tondo”  che si capiscano e funzionino.

Tutto questo si può e si deve fare chiamando a collaborare le aziende, pubbliche e private, grandi, medie e piccole. Quello che sto dicendo è realtà in Germania. Cito Patrizio Bianchi sul Sole 24 Ore del 10/12/2015:

Torniamo a parlare di Industria 4.0. Questa prima ancora di essere descritta come una realtà emergente nel mondo industriale, va individuata come una decisa azione di politica industriale della Repubblica federale tedesca. Una politica industriale (intesa)…come un atto consapevole di un’autorità di governo che chiama l’intera comunità ad orientarsi unitariamente e coerentemente verso un nuovo profilo dell’economia e quindi della società tutta.

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Per capirci meglio torno a fare qualche esempio.

Mettere ordine e migliorare la macchina pubblica

a.Attività che andrebbero centralizzate o esternalizzate: iniziare a riportare al centro se non la responsabilità almeno il coordinamento di alcune attività ed aziende locali (es. dissesto idrogeologico, autostrade e ferrovie locali). Esternalizzare, ad esempio a Roma, l’ATAC alle FS o ai privati, se si trovano, ma nell’ambito di regole. Il trasporto pubblico locale deve rispettare degli standard di servizio che vanno disciplinati.

b. Miglioramenti: il punto centrale è fare entrare nella pubblica amministrazione nuove competenze (pianificazione/programmazione, analisi di business e di mercato, tecnologiche, manageriali, industriali). Per attrarre le competenze bisogna remunerarle a prezzi di mercato e l’ostacolo sono le risorse limitate a fronte del costo complessivo dei dipendenti che già ci sono, ma si può iniziare gradualmente. Un’ipotesi può essere di immaginare dei ruoli (dirigenziali e non) dove introdurre dei contratti di profilo privato. C’è un problema costituzionale da risolvere, la pubblica amministrazione può assumere solo per concorsi, ma, allora, si potrebbe dare un assetto quasi-privatistico ad alcuni pezzi della PA da dedicare alla progettualità, innovazione e controllo di politiche ed iniziative. Su questo punto la soluzione è da trovare ma, confrontandoci e studiando si può trovare.

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Strategia sul digitale:

a. E-government: esternalizzare, dotando il ministero PA di risorse e competenze per controllare ed indirizzare l’operatore verso cui si esternalizza. Un’idea “provocatoria”: per far decollare veramente in modo organico quell’”e-commerce della PA” che è l’e-government, perché non fare un bando e chiamare a partecipare anche Amazon. Se si vuole imprimere un’accelerazione non mi sembra una cattiva idea.

b. Larga banda: Telecom ha una rete in rame su tutto il territorio nazionale, ancora utilizzabile, tramite tecniche di compressione del segnale,  per offrire connettività a velocità  abbastanza elevata (anche 30 Mb/s). Il governo vuole accelerare la realizzazione di un’infrastruttura in fibra ed ha coinvolto ENEL. Altri operatori si sono affacciati o si stanno affacciando sul mercato nelle aree profittevoli. La domanda per servizi ad elevata velocità trasmissiva (100Mb/s e più) non si è ancora concretizzata. In questa situazione non c’è altra alternativa che convergere su una soluzione il più possibile condivisa per la realizzazione di un’unica rete in fibra nazionale. Va trovato il giusto equilibrio fra tutti gli attori, tenendo conto che un’evoluzione anticipata verso la fibra ha sì molto senso strategico nel medio-lungo periodo, ma che per farla senza duplicazioni e sprechi di risorse bisogna dare il giusto ruolo a chi ha nelle infrastrutture fisse di TLC  il suo “core business”.  Parte della soluzione può arrivare, oltre che da incentivi pubblici, da una regolamentazione che favorisca la migrazione dal rame alla fibra.

c. Produzione digitale: mettere in campo delle piattaforme informatiche per la produzione manifatturiera in un tessuto industriale come quello italiano dove ci sono tantissime piccole e medie imprese richiede delle idee molto chiare. Incominciando dalle risorse da investire per svilupparle: innovazione ed R&S nel caso di infrastrutture e piattaforme hanno bisogno di massa critica e scala; per finire con gli standard: dove un approccio modulare sarebbe, come spesso, vincente, vale a dire piattaforme base, che si parlano con moduli software più specifici. Anche qui in termini di indirizzi e politiche complessive mi sembra ci sia da fare.

IMMAGINI DELLA MOSTRA “LEONARDO SINISGALLI. ELOGIO DELL’ENTROPIA”. PRESSO L’ISTITUTO CENTRALE PER LA GRAFICA, ROMA

 

 

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