1915, De Chirico a Ferrara. La metafisica ai tempi della Grande Guerra

intro_meta_aMARIO GAZZERI
Nell’anno dell’entrata dell’Italia nella Grande Guerra, De Chirico partì volontario assieme al fratello Andrea Francesco (a tutti noto con lo pseudonimo di Alberto Savinio) e fu di stanza per quasi due anni a Ferrara, città che tanta importanza avrebbe avuto nell’evoluzione della sua arte e che oggi, a un secolo di distanza, gli rende omaggio con una strepitosa mostra a Palazzo dei Diamanti, gemma dell’architettura della lunga e florida stagione estense. (La retrospettiva chiuderà il 28 febbraio prossimo).

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Giorgio de Chirico, Il Trovatore, 1917

La svolta metafisica della riflessione artistica di De Chirico trovò in Ferrara un suo magico terreno di coltura ma fu anche il risultato di un’evoluzione del pensiero scientifico, filosofico e artistico occidentale che sembrò manifestarsi in tutta la sua grandiosità innovativa proprio in quell’anno. Già da alcuni decenni, la “percussione” del positivismo e del post-positivismo sul precedente, dominante spiritualismo (impersonato, al meglio, da Henri Bergson) stava trasformando la percezione stessa del mondo e dell’uomo, che nel mondo vive, con una nuova epifania di certezze basate paradossalmente sull’incertezza, su linguaggi nuovi  e sconosciuti destinati a capovolgere il mondo più di quanto non stesse facendo il primo conflitto mondiale.

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Giorgio de Chirico, Ettore e Andromaca, 1917

Per chiarezza, un po’ didascalica, basti pensare che il 1915 fu l’anno in cui Sigmund Freud cominciò a scrivere la sua Introduzione alla Psicoanalisi (quindici anni dopo la pubblicazione dell’Interpretazione dei sogni) e in cui Albert Einstein pubblicò i suoi scritti sulla Teoria della relatività generale. Nuovi linguaggi, appunto, nuove e ignote frontiere cha allontanavano l’orizzonte di quel che avevamo potuto fino ad allora vedere in cielo e dentro noi stessi

E proprio allora, Arnold Schönberg, austriaco come Freud,  cominciava a proporre una musica atonale che andava molto oltre le “dolci dissonanze” di un Debussy o di un Bartok. Era nata la musica dodecafonica o pantonale. Tutto nel 1915, cent’anni fa.

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Giorgio de Chirico, L’angelo ebreo (L’ange juif), 1916

Fu l’inizio di una seconda rivoluzione copernicana e la fine della pittura figurativa. La figura umana scompare pian piano dalle tele degli artisti. Prima di venir scomposta e sezionata dai cubisti, essa viene trasfigurata a partire proprio da Giorgio de Chirico che sostituisce a essa manichini o teste di statue antiche proponendole con titoli che rimandano ai miti greci. Miti già a fondo studiati e interpretati da Freud che vi trovò numerose chiavi per penetrare nei misteri dell’inconscio.

Le muse inquietanti, L’enigma dell’ora, L’enigma di un pomeriggio d’autunno e poi la grande serie delle “piazze d’Italia” in gran parte dipinte durante il suo soggiorno ferrarese. Spazi immensi e deserti, con un treno che corre in lontananza o una statua di una qualche divinità dormiente o un grande orologio sulla facciata di un palazzo vuoto.  Segni  che sembrano evocare l’angoscia che contraddistinse il battesimo di quello che Eric Hobsbawm ha definito il “secolo breve”. Le persone sono quasi scomparse dalle tele, solo manichini o statue in stile classico destinate forse a svelare altri misteri. Così anche nelle tele dell’altro “grande” del periodo metafisico, Carlo Carrà, presenti nella mostra ferrarese. Un’atmosfera “metafisica”, come appunto volle definirle la sua pittura De Chirico. Onirica, quasi una silenziosa allusione a Freud.

De Chirico fu in realtà, (o forse solo in apparenza?) uomo fortemente narcisista, consapevole della sua arte, a volte invidioso (nei confronti di Picasso…), a volte opportunista, come quando durante il Ventennio ebbe a scrivere in più occasioni al Duce e al titolare del Ministero della Cultura Popolare (subito ribattezzato Minculpop dagli irriverenti romani), Giuseppe Bottai, al quale chiese, come ricordava anni fa, sul Corriere della Sera, Paolo Baldacci, di affidargli “la creazione di una nuova Accademia con poteri assoluti” per “liberare l’arte italiana dal giogo di Parigi”.

Ovviamente, Bottai (che assieme a Federzoni e Grandi fu tra i ministri migliori di Mussolini) non dette seguito alle assurde richieste e il Duce, secondo quanto ricorda Baldacci, cestinava regolarmente le lettere del pittore, irritato dal suo “tono da intellettuale fuoruscito”. Nel 1945, come peraltro buona parte degli italiani, De Chirico negò con forza ogni sua asserita simpatia o complicità col passato regime, dimenticandosi della “protezione” di Edda e Galeazzo Ciano e ricoprendo di invettive il povero Bottai che, in ogni caso, era riuscito a salvarsi la pelle arruolandosi nella Legione straniera. Ma le simpatie di De Chirico per la destra riemersero pochi anni dopo la fine della guerra e furono evidenziate dalle sue collaborazioni con il Candido e il Meridiano d’Italia, periodici che facevano capo a Franco Servello e a Giorgio  Pisanò.

Nulla da eccepire, ovviamente, sulle simpatie politiche del Pictor Optimus che forse potrebbero datare dai tempi del suo interventismo e della sua entusiastica adesione alla Grande Guerra. Già Andrè Breton, fuorviato forse dalle sue proprie idee, aveva criticato De Chirico accusandolo di ‘piaggeria verso i miti della virilità fascista’. Una frase sorprendente per la sua pochezza in un uomo del livello di Breton.

De Chirico fu semplicemente un figlio del suo tempo e “introdusse il caos nell’ordine” che, secondo Theodor Adorno, era “il compito principale di un artista”.

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Mario Gazzeri

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