L’Occidente nel groviglio dell’Islam [1]

CARLO SANTUCCI
Dopo la strage di Parigi e dopo il moltiplicarsi di microstragi individuali in diversi paesi occidentali, la musulmanità attiva sempre più esplicite, violente (e oggi vissute come assolutamente “legittime”) aggressioni, verbali e non: ogni musulmano, quale che sia la sua effettiva posizione nei confronti degli attentati e delle rivendicazioni dei terroristi, è concretamente esposto al rischio di essere visto come un loro possibile complice.

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Ed è facile prevedere che il ripetersi degli attacchi terroristici al nostro sistema di valori e al nostro stile di vita (assai probabile, purtroppo, almeno nel breve e medio periodo, come ormai affermato anche dalle varie autorità nazionali) acuirà in misura esponenziale la virulenza delle reazioni delle società occidentali. Rinforzando potentemente una intolleranza – “senza se e senza ma” –  che si sta già diffondendo sempre più rapidamente in occidente: sia negli USA (vedi il dilagante fenomeno Trump) sia nei paesi europei (vedi i sempre più numerosi e vincenti movimenti di destra).

L’integrazione nelle nostre società della cultura e della religiosità musulmana sarà sempre più difficile. Forse impossibile.

Il risultato: in tutti i paesi occidentali le numerose componenti musulmane, sia quelle già radicate nel singolo paese sia quelle di più recente ingresso, verranno circondate da una cortina di sospetto,  se non di odio. Diverranno – al di là di qualunque loro responsabilità e volontà – il capro espiatorio della nostra frustrazione, delle nostre paure, della nostra rabbia. Verranno sempre più isolate, respinte. E aggredite.

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Ed ogni ulteriore attentato farà crescere in misura esponenziale gli attacchi portati sui e dai media – con l’esplicito avallo/supporto di molte forze politiche e sociali – a tutti i musulmani. Spingendoli inevitabilmente a dover scegliere da che parte stare, per non restare schiacciati e annullati nel conflitto tra i due mondi: quello che li “ospita” (ma che li  accusa/respinge) e quello su cui si fonda la loro identità (in cui affondano le loro radici: quelle di gruppo e quelle individuali).

La facile profezia: in caso di ulteriori attacchi e di conseguenti, violente razioni di rigetto da parte delle comunità autoctone dei singoli paesi, la più naturale, istintiva reazione dei musulmani sarà, inevitabilmente, quella di ‘fare gruppo’: serrare le proprie fila, chiudersi nei confini della propria identità, nel recinto del proprio gruppo etnico-culturale-religioso. Sviluppare una fisiologica contro-aggressività verso la società in cui vivono, sempre più ostile e nemica. Serrare le fila tra  simili per sentirsi difesi dalle aggressioni esterne: di cui è fin troppo facile prevedere la continua crescita, mano a mano che crescerà la condivisione  della ostilità verso i musulmani.

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L’IS, o chi per esso, potrà a quel punto contare su una “massa di manovra” ben più ampia di quella rappresentata dai soli fighters interni: potrà fare affidamento sulla sempre più convinta – ancorché silenziosa o nascosta – complicità per qualunque azione terroristica della gran parte dei musulmani residenti nei diversi paesi.

Dall’altra parte, l’intolleranza, l’aggressività verso i musulmani comporterà un pesantissimo rischio per lo stesso occidente: quello di venir meno (cfr gli USA dopo l’11 settembre; le legislazioni e le reti anti immigrati nei paesi europei…) ai propri principi etici, disattivare tutte quelle tutele giuridiche e politiche che sono l’essenza della nostra visione dell’Uomo e della società.

Da questa prospettiva: il più importante e radicale successo dell’IS è proprio quello di essere riuscito a spingere contemporaneamente le società occidentali e quelle musulmane verso la restaurazione di una visione del mondo basata sul conflitto,  sulla negazione del “diverso”, sul disprezzo violento per ogni forma di alterità. La sua azione sta facendo emergere – e forse vincere – in Europa le forze politiche più di destra; e nei paesi musulmani quelle più arcaiche e oscurantiste. Genererà la dissoluzione di qualsiasi progetto comunitario, alimentando per converso le più oscure e regressive fantasie nazionalistiche.

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Si avrà una sempre più difficile e conflittuale convivenza, nei paesi occidentali, di una maggioranza (occidentale) aggressiva e sempre più intollerante, con una minoranza (musulmana)  posta in una posizione di rabbiosa difensiva:  ne nascerà un conflitto endemico e costante che permeerà –  nelle forme di un terrorismo quotidiano – la nostra vita.

Conosceremo una strutturale israelizzazzione del nostro stile di vita: società militarizzate, in cui predominano le forze politiche e sociali più retrograde e aggressive, in un susseguirsi di violenze quotidiane, insicurezza profonda, insofferenza aggressiva verso qualunque forma di tolleranza, negazione dell’altro nella sua dignità di persona e essere umano.

Sarà il trionfo di Netanyahu: potrà rivendicare la correttezza, la ineluttabilità della sua idea del mondo (e dei musulmani/arabi).

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Esiste un antidoto?

Quello necessario (ancorché non sufficiente), in grado forse di evitare l’innesco di questa spirale di reciproca aggressività è la piena, esplicita, convinta, continuativa e credibile/convincente presa di posizione contro l’IS e ogni forma di intolleranza e violenza di origine religiosa da parte delle più rappresentative comunità musulmane “ospitate” nei paesi occidentali: dei loro leader e, ancor più, dei singoli gruppi  che le compongono.

Occorre cioè che i musulmani esprimano con assoluta chiarezza, senza alcuna possibile vaghezza o ambiguità, a titolo sia personale/individuale sia collettivo, la convinta e definitiva condivisione o quanto meno l’assoluto rispetto dei principi – non negoziabili – su cui poggia la nostra convivenza: laicità dello Stato e delle sue leggi, democrazia, legalità, inviolabilità della persona e dei suoi diritti, libertà di pensiero, opinione ed azione, eguaglianza di ogni cittadino di fronte allo Stato ed alla legge (al di là delle sue convinzioni politiche e religiose)…

Una presa di posizione esplicita – sia verbale sia comportamentale – che implichi:

 

  • la definitiva presa di distanza da qualunque forma di radicalismo religioso;
  • nonché – ed è questa la cosa più difficile – la piena e convinta disponibilità a collaborare       con le istituzioni sia nazionali sua sovranazionali per isolare e denunciare ogni tentativo di sovvertimento violento delle nostre società (in soldoni: isolare nelle proprie comunità e denunciare alle autorità quei musulmani che propugnino e organizzino azioni terroristiche. Promuovere nelle loro stesse comunità la vigilanza e la denuncia di ogni possibilità di tali azioni).

Questo e solo questo sembra il ‘ponte’ che le istituzioni nazionali ed europee possono lanciare alle comunità musulmane presenti in ciascun paese: favorendo la loro attiva collaborazione affinché sia prosciugata la torbida acqua – fatta di complicità esplicita o di omertosa connivenza – in cui cresce il fondamentalismo in occidente.

Ma cosa si sta facendo in questa direzione?

Poco, sembrerebbe: tutte le energie sono concentrate nell’azione di intelligence e di polizia, mirata – opportunamente –  a intercettare, prevedere e prevenire ogni attività dei soggetti potenzialmente e direttamente coinvolti nelle azioni terroristiche: tralasciando però, almeno così sembra, di favorire – attraverso un loro costante, sistematico e capillare coinvolgimento – una reale e convinta collaborazione  delle comunità musulmane ‘locali’ nell’individuare ed isolare i terroristi effettivi e potenziali.

Quella perseguita sembra essere una strategia essenzialmente “repressiva”, che non si avvale /non sollecita la convinta collaborazione di queste comunità locali: col rischio che, non accreditandole come nostre esplicite “alleate”,  esse si vivano e si comportino  come “complici” dei terroristi.

L’interrogativo finale, dunque: l’intelligence può bastare? Dubitarne sembra lecito.

 

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Carlo Santucci

 

 

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