Psoe e Pp al voto, due tori sfiancati

ETTORE SINISCALCHI
Popolari e socialisti affrontano il voto spagnolo come due fiere stanche, nella fine del bipartitismo e sotto l’attacco dei nuovi partiti. Ma al centro dell’arena, sottoposto a fuoco incrociato, sta il toro socialista, che affronta la più difficile competizione elettorale della sua storia.

Le elezioni che si celebrano tra una settimana giungono dopo anni politicamente intensi, nel pieno di una crisi economica mondiale tra le più gravi del dopoguerra e nel complessivo traballamento del sistema istituzionale spagnolo sancito dalla Costituzione democratica del 1978. Tutto questo si riverserà in un voto del quale già conosciamo almeno un risultato: la fine, perlomeno in questa fase, del bipartitismo spagnolo.

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Mariano Rajoy e Pedro Sánchez disegnati da Luis Grañena

Un voto che vede i grandi partiti impegnati, più che a vincerlo, a evitare di esserne travolti riducendo quanto possibile i danni. Pp e Psoe lottano entrambi per arginare l’emorragia di elettori ma è il Psoe quello che si appresta ad affrontare le elezioni più difficili della sua storia recente. Il Pp sente i morsi di Ciudadanos (C’s) ma apparentemente resterà ancora il primo partito, anche se si aprirà un periodo incerto e difficilissimo, a cominciare dalla formazione del governo. I popolari sono, però, alla fine di un ciclo, quello del grigio Mariano Rajoy, la cui superiore arte del galleggiamento gli ha consentito di arrivare sin qui, punto finale di una parabola immobile. I socialisti, invece, non sembrano riuscire ad aprirne uno.

Il segretario Pedro Sánchez guida il partito da poco più di un anno e si trova a affrontare il voto in condizioni difficilissime. La principale debolezza, quella di essere considerato una figura di transizione, costituisce di per sé un’ipoteca, della quale non è finora riuscito a liberarsi. Di bella presenza, affabile ma poco convincente, Sánchez non ha fatto vedere le doti di leadership in grado di ribaltare le tendenze. il Psoe perde voti su due fronti, a sinistra con Podemos e a destra con C’s. Il partito non è compatto dietro al segretario e i baroni locali mordono il freno, annusando la prossima sconfitta del segretario e pensando già al dopo.

Partiamo dai sondaggi, materia sempre da prendere con le molle, ancor più in elezioni come queste – molto partecipate e incerte, con tanti elettori indecisi quanto propensi a cambiare voto – in cui la qualità della campagna elettorale e le performance singole risultano determinanti nel formare quelli che saranno i veri risultati. Una materia incerta ma utile a fotografare le tendenze.

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L’ultimo sondaggio del Cis, il Centro de Investigaciones Sociológicas, pronostica una seconda posizione per il Psoe, col 20,8 per cento dei voti e una forchetta tra 77 e 89 seggi. Un crollo, tenendo conto che nel Parlamento eletto nel 2011 aveva ottenuto 110 seggi col 38 per cento dei suffragi. Sono sondaggi della fine di novembre, alla vigilia dell’inizio della campagna elettorale. Un secolo fa, visto che la campagna sta cambiando molte cose, per il Psoe in peggio.

In Spagna la campagna si fa sul serio, anche in televisione. I Faccia a faccia tra i candidati in stile americano si sono susseguiti. Ha cominciato per primo El Paìs, il 2 dicembre, con un confronto davanti alle telecamere a tre (Psoe, C’s, Podemos) al quale non ha partecipato il capo del Governo Rajoy rappresentato da uno scranno vuoto; poi c’è stato il primo confronto a quattro (sempre senza Rajoy, che si è fatto sostituire dalla vicepresidente del governo, Soraya Sáenz de Santamaría); poi un confronto a nove, coi rappresentanti di tutte le liste e una serie di confronti a due sui tanti canali pubblici e privati. Tutti programmi che hanno macinato record d’ascolto e che, assieme ai tanti e partecipati atti della campagna elettorali, conferma l’attenzione e la partecipazione degli spagnoli a questo voto.

Per Sánchez e gli altri rappresentanti socialisti è stata difficilissima. Il Psoe si è trovato al centro degli attacchi di tutti. Di Podemos, che punta ai suoi elettori e, abbandonati gli slogan sul superamento dell’asse destra/sinistra, si sta proponendo come un partito di sinistra, con un programma economico socialdemocratico e la costruzione di liste elettorali e prese di posizione tese a rassicurare gli elettori socialisti in uscita, sfoltendo il suo armamentario terzomondista e anticapitalista. Di Ciudadanos, che ergendosi a difensore dell’unità della nazione intercetta gli elettori socialisti timorosi dei traballamenti nazionalistici che agitano il partito, in Catalogna soprattutto. Di tutti gli altri esponenti dei partiti, da Izquierda unida ai diversi nazionalismi.

Dai confronti Sánchez non è uscito bene, le intenzioni di voto sono peggiorate e, grazie alle buone performance di Pablo Iglesias, Podemos, parrebbe scavalcare il Psoe sprofondandolo al quarto posto.

Il giovane segretario socialista sta provando a cavalcare l’onda ostile, proponendo l’uniformità degli attacchi ricevuti come prova che quello ai socialisti sia l’unico voto utile. Prova a risvegliare l’orgoglio degli elettori socialisti, anche rievocando le riforme degli anni ’80 e rispondendo agli attacchi da sinistra dicendo che scuola, sanità e welfare li hanno costruiti loro e che “I socialisti non hanno nulla da imparare da nessuno”.

La continuità con la gloriosa storia del Psoe è stata evidente con l’entrata in campo di Felipe González. In passato (con Zapatero e Ribalcaba) limitatosi a apparire come padre nobile e lontano dalla linea del fornte, il vecchio leone socialista questa volta ha preso la scena e duramente attaccato Podemos e Ciudadanos, dipingendo i primi come filo-chavisti (ricordando la consulenza comunicativa fatta da Iglesias per il governo venezuelano), e definendo Albert Rivera come “un Rajoy mascherato”. Felipe è però una figura che può parlare solo ai vecchi elettori in uscita, non certo ai giovani né a quelli più delusi, per il quali non basta un richiamo al passato. No all’estremismo terzomondista e alla stampella del Pp, sembra dire il Psoe agli elettori: fidatevi solo dell’usato sicuro. Accompagnando questo non esaltante messaggio con un grande sforzo di mobilitazione.

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Felipe González in una foto d’archivio del 2014

Così domenica a Valencia, davanti a più di 9 mila persone, Sánchez ha insistito a richiamare al voto utile e a sollecitare l’orgoglio socialista. La strategia è quella di approfittare degli attacchi concentrici a cui il Psoe è sottoposto, continuando a colpire il Pp sulla corruzione, C’s per la sua vicinanza alle politiche della destra e Podemos, il cui voto sarebbe solo un aiuto ai popolari.

Sánchez sa bene che questa è la sua ultima partita e che le cose non vanno bene. Cattive notizie arrivano anche dalla sua città, Madrid, dove è capolista e i sondaggi lo danno in quarta posizione (col 14 per cento), dietro a Rajoy, Rivera e Iglesias. Anche nelle altre regioni dov’è capolista (in Galizia, Paese basco e Catalogna) finirebbe al quarto posto. dati che vengono letti come una sua debolezza: “Non è un problema del Psoe ma di Sánchez”, fanno sapere anonimi dirigenti socialisti. “Con questi risultati non supererebbe la notte elettorale”, sibila un altro anonimo dirigente madrileno, evocando l’unico precedente di dimissioni contestuali ai risultati elettorali, quelle di Joaquín Almunia nel 2000.

Sánchez sa che è la sua ultima battaglia e che le cose sono difficilissime. Il suo staff sottolinea come tutti gli ultimi sondaggi abbiano sempre sottostimato il voto socialista e continua a tentare di mobilitare l’elettorato socialista per ridurre i danni. Il suo breve ciclo sembra alla fine e il suo futuro di leader è legato all’imprevidibilità di questo voto – la speranza che si perda meno di quanto ci si aspetta – e all’incertezza del quadro politico successivo. Non sarà, infatti, affatto facile per il Pp formare un governo. C’s si è impegnato a non votare per un governo popolare e non è detto che Rajoy avrà abbastanza voti per allearsi con qualcuno, magari il Partido nacionalista vasco, e varare l’esecutivo con l’astensione degli arancioni. Quella del 21 dicembre sarà un’alba inedita e la formazione di una maggioranza parlamentare sarà tanto incerta da non permettere di scartare nessuna ipotesi. Neanche che il Psoe concorra a formare un esecutivo,  con Ciudadanos o, opzione ancor più remota, con Podemos.

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Ettore Siniscalchi

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