La solita Leopolda

ERASMO D’ANGELIS
C’è chi prova e riprova da giorni a raccontare e a far immaginare, molto per polemica e un po’ per frustrazione, la tre giorni della sesta edizione della Leopolda come “spettacolo della politica-baraccone“, “teatrino renziano“, “fiera delle autoreferenzialità“, “esibizione di governo e di potere“, “occasione mancata“, “flop“, “esercizio di potere“, “una specie di Asilo Mariuccia“, “raduno del principe con i suoi clientes“, “iniziativa dallo scarso appeal“, “poco trendy“, “per nulla cool“.

C’è chi vorrebbe paragonarla a cosa non è mai stata e a cosa non sarà mai: una specie di X Factor della politica italiana, le convention di Forza Italia, i meeting e i congressi di partito, i workshop e i seminari per addetti, i convegni di corrente, insomma quelle liturgie politiche che per decenni sono servite per spartirsi a pezzi e bocconi lo Stato.

Be’, cominciamo allora dando i numeri così mettiamo in fila per bene le cose. Spiacenti, ma si è trattato dell’evento politico dell’anno. Ha ospitato, il grande garage della dismessa e ottocentesca stazione fiorentina, l’edizione record con ben 24mila partecipanti, con 612 giornalisti di 400 testate accreditate, 51 interventi dal palco, diverse centinaia di migliaia di visualizzazioni in diretta streaming.

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Ora, qualcuno può anche divertirsi a farla passare alle cronache solo per il non gran colpo di genio del concorso per il titolo di quotidiano più surreale e bugiardo dell’anno (vittoria a pieno merito di Libero, ma non per quel “Bastardi islamici” a caldo sulla strage di Parigi). Anche per ritrovare un minimo senso della leggerezza e della realtà, ma davvero un concorso del genere (ancorché stonato) in un paese normale può diventare un virale “attacco alla stampa libera” e suscitare reazioni neanche fosse il blog di Beppe Grillo ai tempi della lugubre lapidazione online del “giornalista dell’anno”? Ma tant’è, il cazzeggio sulla carta stampata, nel mondo nostro così dominato dal flusso costante e ininterrotto dei 140 e passa caratteri, è potuto diventare un tormentone social sul regime golpista, totalitario e illiberale, ha risvegliato da tre giorni la mitologia sopita dei due ventenni, l’ultimo quello dei due duellanti, i berlusconiani e gli antiberlusconiani.

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Possiamo però intanto dire che l’evento ha funzionato. I numeri sono fatti e i fatti sono testardi, e visti i tempi segnati da paura, antipolitica e dal claim “meglio restare a casa”, ha del miracoloso questo effetto partecipazione a un evento politico. Che migliaia di persone, tantissime delle quali reduci dal weekend di mobilitazione organizzato dal Pd con #ItaliaCoraggio, siano arrivate a Firenze per esserci, per incontrarsi, per confrontarsi, per ascoltare e condividere è già un bel successo. Che siano state più del previsto e delle edizioni passate, è un segnale estremamente positivo, un evento in sé fatto da tanta gente, con molte idee, moltissimi suggerimenti, proposte, materiali.

Il format, con la regia di livello di Simona Ercolani, ha volutamente messo sul palco ciò che è accaduto nell’ultimo anno, il cambio di stagione e di passo, il riformismo dimostrato dal parlamento e dal governo, le tante cose approvate dal parlamento, dalla legge elettorale al JobsAct e al giù le tasse che è l’inedito di questa manovra. Che poi il question time con i nove ministri sia risultato un po’ troppo old style e fermo-immagine, un po’ troppo oggi e meno cosa faremo domani, era anche prevedibile. Del resto, siamo pur sempre al secondo anno del nostro governo a guida Pd, e andava raccontato dai protagonisti questo inizio di ricostruzione del panorama devastato del Paese.

C’è chi ha voluto vedere e filmare solo o soprattutto le contestazioni dei giorni dell’odiosa truffa bancaria, e ha tenuto banco l’attacco infondato, demagogico e vergognoso alzozero contro Maria Elena Boschi. Sono benvenute, da sempre, anche le proteste davanti alla ex stazione fiorentina, anzi questa edizione semmai è stata la meno contestata e non per esigenze di sicurezza. E ha potuto ancora lanciare la palla non solo ai democratici ma anche a quel numero impressionante di delusi e indecisi, quelli delle aree border-line, di confine dove si vincono o si perdono le battaglie elettorali. Per cercare di farli entrare in campo, nel nostro campo, in sintonia con la fortissima voglia di cambiamento. Serve, oggi più che mai, un filo interminabile che deve legare persone, vicende, eventi, speranze. E anche questa Leopolda consegna al Pd un patrimonio politico, di persone e di idee, da coltivare.

Renzi, nel suo discorso finale, ha chiarito che la politica non deve essere un mestiere ma è un servizio, o pensa e agisce in grande oppure si va a casa, “go big or go home”. E ha annunciato il nuovo format delle mille Leopolde 2016 che avranno il loro carattere creativo, positivo, di spinta, di entusiasmo, ma dovranno lanciarsi nella madre di tutte le battaglie, quella del referendum costituzionale-spartiacque tra un Paese e l’altro, nella grande sfida tra paura e conservazione, tra riforme e palude. Scommettendo sul successo e non sul fallimento dell’Italia.

eda

@ErasmoDAngelis

l’articolo appare oggi sull’Unità, che ringraziamo

Una risposta a “La solita Leopolda

  1. Erasmo D’Angelis scrive: “Spiacenti, ma si è trattato dell’evento politico dell’anno. Ha ospitato, il grande garage della dismessa e ottocentesca stazione fiorentina, l’edizione record con ben 24mila partecipanti”. Vorrei solo ricordare che Imola 5 Stelle tenutasi lo scorso ottobre e organizzata con fondi di gran lunga inferiori e nemmeno paragonabili a quelli disponibili per la Leopolda, ha totalizzato numeri altrettanto consistenti, con una kermesse di eletti di ogni ordine grado a spasso tra la folla per rispondere alle domande della gente. Un invito quindi ad usare la parola scritta con maggior oggettività.

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