Orbanesimo senza confini

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Viktor Orbán nel Parlamento di Budapest

GIUSEPPE ZACCARIA
Proviamo a fare un quiz: di chi parlava pochi giorni fa a Monaco di Baviera il signor  Horst Seehofer (leader della CSU) quando ha detto con gli occhi lucidi: “Abbiamo avuto bisogno di quest’uomo per fissare i confini esterni dell’Unione europea , e per questo egli merita di essere sostenuto e non criticato, e qui gode del nostro appoggio”?

 

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Horst Seehofer leader CSU

Ve lo diciamo subito, tanto non indovinereste mai: stava parlando di Viktor Orbán, primo ministro ungherese , che nella conferenza stampa gli sedeva accanto con aria soddisfatta. E per quanti non se ne fossero accorti, per la sinistra moderata tedesca ormai è ufficialmente passato lo sdoganamento di quello stesso politico che fino a tre mesi fa il resto d’Europa chiamava sprezzantemente autocrate, isolazionista o semplicemente  fascista.

Allora, forse è giunto anche il momento di rendersi conto del fatto che quell’ “isolazionista” si è allargato parecchio, e anzi qualcuno comincia a valutare il peso della sua influenza su scala europea per concludere che comincia ad avvicinarsi a quella di Angela Merkel, o quanto meno è in grado di misurarsi con essa. E per quanto poco possano piacere,  i fatti ormai parlano chiaro.

A settembre, Orbán era stato il primo a innalzare barriere ai suoi confini per frenare l’ondata migratoria e mentre il resto d’Europa lo insultava come ideologo del Nuovo Muro, lui rispondeva sprezzante:”A sbagliare siete voi, stupidi ipocriti, e ve ne accorgerete presto”. Oggi Slovenia, Croazia, Austria, Bulgaria, Macedonia e fra un po’ anche la Germania hanno eretto barriere che prendono nomi diversi il base alla convenienze, ma sempre muri sono.

Pochi giorni dopo questi fatti, il callido Orbán tuonava da Budapest: “Non accetteremo che un’ondata di islamici mini le fondamenta della cultura europea”. Altro coro di disapprovazioni e pernacchie, tranne che poi Praga e Bratislava hanno annunciato di voler accettare “solo profughi cristiani”. Neanche in tempo di metabolizzare questo salto nel passato, che alla riunione dei ministri degli esteri d’Europa sulle quote migranti, oltre all’Ungheria anche Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno risposto picche, ponendo il “gruppo di Visegrád” in aperta rotta di collisione con Bruxelles e sposando le linee guida del duce magiaro.

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I quattro paesi il gruppo di Visegrád

Se fino a quel giorno il “gruppo di Visegrád”era stato poco più di un club che prendeva il nome dalla cittadina ungherese in cui si riunì la prima volta, quindici anni fa, con quella mossa comune si trasformava in unione fra Paesi, gruppo di pressione, insomma quasi in potere alternativo. E quel che è accaduto poi,  lo ha rafforzato ancora di più.

A metà ottobre, infatti, la Polonia (che è il più grande Paese ex comunista dell’Unione) ha vissuto una vera e propria rivoluzione con la storica vittoria del partito di Diritto e giustizia di Jaroslaw Kaczyński, gruppone di destra che vuole occuparsi dei cittadini meno abbienti, abolire le quote latte, tassare le banche e smetterla con l’austerità, e se ci sarà tempo anche accogliere qualche missile nucleare americano sul territorio nazionale.

 

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Jaroslaw Kaczyński primo ministro polacco

Da quel giorno all’Ovest nessuno parla più di quel che succede a Varsavia o a Budapest, quasi che i supremi reggitori dei destini europei (“schifosi burocrati che nessuno ha mai eletto”, è la delicata sintesi di Kaczyński) non abbiano capito ancora come comportarsi. Di fronte a questo massiccio slittamento a destra del blocco centroeuropeo qualcuno parla di già di diffusione dell'”orbanesimo”, che sa di esagerazione però rende l’idea.

Dunque, mentre tutti i nostri media battevano la grancassa sulla possibile vittoria del Front National, quasi nessuno si accorgeva che al centro dell’Europa si era rafforzato un altro fronte non meno reazionario (nel senso letterale del termine), non meno xenofobo, non meno stufo del neo-liberalismo e non meno antieuropeo. E sarà da quel fronte, non dalla Francia, che adesso scaturiranno i più grossi problemi.

Tanto per dirne una, “mutti” Merkel – come ormai la chiamano in Germania, ironizzando apertamente sul buonismo dimostrato verso i profughi – quache giorno fa, tentando una disperata marcia indietro,  è arrivata a ipotizzare una “piccola Schengen”, ossia un’area di libera circolazione europea limitata a una “coalizione di volenterosi”. Ha  finito per scontrarsi con la coalizione dei dissenzienti, ovvero i quattro Paesi del “patto di Visegrád” che hanno risposto compatti :”Non se ne parla nemmeno”.

A questo punto saranno solo le prossime mosse a dirci se e quando  la declinante influenza della cancelliera è destinata a incrociarsi con il crescente seguito del premier magiaro. Per metterla in maniera ancora più chiara: è evidente che Angela Merkel sta perdendo potere anche nel suo Paese, resta da capire se la stella di Orbán riuscirà a brillare anche su cieli diversi da quelli del Centro Europa, il che al momento appare difficile.

Detto questo, non sottovalutiano però l'”orbanesimo” che in tempi concitati come questi e fra ideologie che si sovrappongono potrebbe presto conseguire nuove vittorie: tanto per dirne una, la fine delle sanzioni contro la Russia. Su questo punto il leader di Fidesz è stato sempre molto netto e ormai si è trascinato dietro gli altri di Visegrád, con l’eccezione della Polonia. “Le sanzioni economiche non hanno senso – dice Orbán – ci sono state imposte dagli Stati Uniti mentre a pagarne il prezzo è l’Europa, vanno interrotte al più presto per riaprire anche il tema dei gasdotti”.

Da una settimana a questa parte, pur senza parlare di gasdotti, anche un altro membro non del tutto secondario dell’Unione si è schierato contro il rinnovo automatico dei provvedimenti e dice:”Parliamone”. Si chiama Italia.

Ma al prossimo incontro dei ministri degli esteri, chi Paolo Gentiloni troverà schierato sulla stessa linea, se non Viktor Orbán? E a quel punto, quanti saranno in grado di fare ancora gli schizzinosi prendendosela con disinvolta gestione della democrazia sperimentata a Budapest?

Su questo punto, peraltro, la star dei magiari non ha mai fatto mistero delle sue idee: Orbán dice che in Occidente la democrazia parlamentare è morta da tempo è può sopravvivere solo con un correttivo autoritario sull’esempio di Mosca e Pechino (un tempo citava pure Ankara, ma dopo le polemiche sui migranti musulmani e l’abbattimento del jet russo, Erdoğan è uscito dai suoi schermi).

Per concludere, in Ungheria l’uomo si appresta a candidarsi per il quarto mandato di governo consecutivo e sarà sicuramente eletto, dunque dovrebbe restare in giro ancora per un bel po’. Nei grigi e misteriosi corridoi di Bruxelles, funzionari altrettanto misteriosi e non meno grigi esitano a porsi la domanda, però ad imporla rischiano di essere i fatti: il nuovo orizzonte europeo rischia forse di richiamarsi all’orbanesimo?

 

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Giuseppe Zaccaria

EASTERN GAZETTE

ITALINTERMEDIA

 

 

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