La Ferrari e l’identità nazionale. Ma i piloti italiani dove sono? Se l’è chiesto anche il WSJ

MARIO GAZZERI
“La Ferrari, in Italia, non è una passione, non è una leggenda. È una religione”. A dire queste parole alla stampa britannica fu, anni fa, un tecnico della McLaren implicato nell’affaire dello spionaggio ai danni di Maranello, quando le Rosse di Schumacher, Barrichello e poi Raikkonen, vincevano tutto o quasi.

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Enzo Ferrari

Forse una religione no. Ma senz’altro il simbolo forte di un’ italianità che spesso si perde nelle strade di polvere del cinismo nazionale affondando nel brivido masochista e nichilista del morettiano “continuiamo così, facciamoci del male…”. Le monoposto di Maranello sono sì una leggenda, ma anche un elemento di coesione interclassista, nazionale e popolare (a dispetto dell’aristocratico blasone)  in grado di calamitare gli italiani verso un’unica sorgente di entusiasmo,  in un moto di orgoglio identitario che va ben oltre l’intensità emotiva dei trionfi sui circuiti.

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Oggi il Cavallino rampante è tornato a volare (e in questo si perpetua il simbolo che fu di Francesco Baracca, asso dell’aviazione della Grande Guerra). Vola sui circuiti dove sta per raggiungere le frecce d’argento di Stoccarda (leggi Mercedes, pianeta Marte). Vola in borsa dove l’ha battezzata Sergio Marchionne (a New York e il 4 gennaio anche a Piazza affari a  Milano). Vola nelle aste per  appassionati anonimi  e super-ricchi (Emiri, collezionisti americani, speculatori?) dove un vecchio modello 290MMdel 1956, che fu guidato da Manuel Fangio alle Mille Miglia è stato venduto per 28 milioni di dollari. (Il numero 600 sulla fiancata  sta ad indicare l’ora di partenza da Brescia: la mattina alle 6.00 partiva, per ultimo, il favorito).

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La 290MM guidata da Manuel Fangio alle Mille Miglia, 1956

Si potrebbe quindi affermare, senza tema di esagerare, che la bandiera rossa con scudo giallo (i colori di Modena) e il Cavallino rampante nero al centro sia il nostro secondo tricolore.  Il simbolo di un’auto (forse di una nazione) invidiata, ammirata, desiderata in tutto il mondo. Ma allora? Cosa c’è che non va? Cos’è quella stonatura che si avverte  sotto il rombo dei motori  della SF-15-T da Silverstone a Hockenheim, da Monza a Monte Carlo a Suzuka?

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Circuito di Monza

Facciamo un passo indietro, molto indietro. Era il 1955, proprio sessant’anni fa, e a Monza moriva Alberto Ascari, straordinario pilota e campione del mondo per due anni di fila, nel ’52 e nel ’53. Prima di lui, Nino Farina che conquistò il primo titolo mondiale della storia della F1 nel 1950  su un’altra auto italiana, l’Alfa Romeo 158.

Dal 1953 a oggi, per farla breve, nulla. Sipario calato. Non un solo Campionato mondiale vinto da un pilota italiano negli ultimi  62 anni. E, dato forse ancora più preoccupante, dal ritiro di Giancarlo Fisichella e Jarno Trulli (nel 2009 e nel 2012), non si vede più un solo pilota italiano al volante in un circuito  di F1.

 

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Alberto Ascari

Where are the Italian Drivers?”. La domanda se l’è posta, tempo fa, non un giornale specializzato, ma il Wall Street Journal . L’Italia è forte in molti sport e sta emergendo a livello mondiale anche nel rugby, scriveva Jonathan Clegg sul Wsj, “ma nessuno sport racchiude le qualità  italiane del glamour , la sofisticata visione della vita e la tendenza a guidare in maniera folle come la Formula 1″. “Nonostante la sua  gloriosa storia sui circuiti mondiale, l’Italia non “produce più buoni piloti”, argomentava Clegg ricordando che la vittoria di un pilota del nostro paese manca (a tutt’oggi) da 2006 allorché Fisichella salì sul gradino più alto del podio nel Gran Premio della Malaysia. Da allora l’inno di Mameli ha risuonato solo per il costruttore, la leggendaria Ferrari.

“I piloti italiani che a lungo hanno goduto di una grande reputazione per la loro velocità ma forse non per la precisione”, scriveva il giornalista del Wsj, sono probabilmente stati penalizzati dall’estrema “complicazione tecnologica” dei nuovi bolidi, dall’eccessiva importanza della scelta degli pneumatici, dall’imperante ossessione delle telemetrie  e  della pianificazione ai box che si sarebbe tradotta in un ostacolo alla fantasia, alla bravura e alla creatività dei piloti.

Di diverso avviso Daniel Ricciardo, il pilota australiano della Red Bull, principe dei sorpassi. “Il fatto è che stanno emergendo diversi nuovi piloti di molte nazioni che si stanno affacciando solo ora al mondo della Formula 1” compresa la Russia che con Daniel Kviyat ha già conquistato alcuni podi. “Non c’e’ nulla di sbagliato in quello che stanno facendo gli italiani”, ha aggiunto Ricciardo, forse anche per simpatia verso il nostro paese essendo figlio di una coppia di emigrati dalla Sicilia.

Ma l’anno precedente il suo ritiro, Jarno Trulli (che deve il suo nome di battesimo al padre che volle così ricordare il grande motociclista finlandese Jarno Saarinen morto nel ’73 sul circuito di Monza) sembrò dare implicitamente ragione a Jonathan Clegg quando affermò in un’intervista: “In realtà preferirei che le macchine di oggi fossero più semplici. Io sono un pilota, non un ingegnere”.

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Mario Gazzeri

 

 

 

 

 

 

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