Il più bel libro del più grande scrittore italiano vivente

Copertina Pennacchi
FRANCO CARDINI
In quest’Italia che legge troppo poco, diventa sempre più importante leggere buoni libri: e non è che a giro ce ne siano poi tanti. Certi appuntamenti, però, non si possono mancare: per esempio Canale Mussolini. Parte seconda di Antonio Pennacchi (Mondadori), che fra i suoi molti pregi ha anche quello che, se vi siete perduti la Parte prima, ora dovrete recuperarla per apprezzare appieno questo formidabile romanzo.

Canale Mussolini è, anzitutto, la dura e scabra “saga familiare”: quella della famiglia Peruzzi, contadini del delta padano veneto-ferrarese trapiantati negli Anni Trenta nell’”Agro Pontino redento” con le spalle (almeno gli uomini di casa) gravate da un passato-che-non-passa: la Grande Guerra, il Biennio Rosso, l’avventura fiumana di D’Annunzio, la difficile scelta tra socialismo e fascismo così fratelli e così diversi e opposti, le violenze dello squadrismo con l’assassinio di don Minzoni e le lotte dei ras Rossoni e Balbo, e quindi l’epica lotta contro la palude e la malaria, e la fondazione delle città fasciste pontine tra la memoria di antichi riti sacrificali e le rivoluzionarie prospettiva urbanistiche: e infine la guerra, e gli alleati che sbarcano ad Anzio,  e la Guerra di Popolo per fermarli e quell’altra Guerra di Popolo, che già si va preparando, per liberarsi dagli ex-alleati tedeschi e dal regime politico da loro imposto e sostenuto,  e al quale tuttavia va ancora la fedeltà di qualcuno.

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Littoria nella prima fase dello sviluppo urbano (Aerofototeca del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali. negativo n. 37267)

I Peruzzi, famiglia di fascistacci eppure di continuo tentata dal dèmone socialista che ha del resto sempre ora tentato, ora minacciato il Duce. E in questa seconda parte della grande saga familiare li ritroviamo tutti là, con gli abiti sdruciti che li coprono a malapena e le zanzare dell’agro che li tormentano. Tutti là, a elaborare il lutto della sconfitta fascista che li ha delusi e lasciati senz’anima e a partecipare alla Rossa Primavera d’una rivoluzione che non ci sarebbe mai stata.

Tutti là: e nessuno di loro evita la storia, anche perché sanno bene che essa non li dimentica e non li perdonerebbe. Eccoli là, con i loro nomi omerici ed ellenici e romani e tasseschi. Diomede detto “Batocio”, che dà l’addio a Littoria e vede sorgere Latina, e Paride il repubblichino, e suo fratello Statilio che si batte nel Regio Esercito contro i tedeschi dalla Corsica a Cassino e alla Linea Gotica, e il cugino Demostene partigiano nella Stella Rossa, e poi gli eccidi prima e dopo il 25 aprile, e i partigiani rossi e quelli bianchi con le loro faide sanguinose, e la tragedia del Duce e di Claretta,  e il dopoguerra, e de Gasperi con l’avvìo della Guerra Fredda, e l’attentato a Togliatti nella guardia del corpo del quale  militano alcuni ex-fascisti divenuti comunisti fedelissimi, e una struggente Nilde Iotti che ben più di Gino Bartali contribuisce a evitare una nuova guerra civile, e i fedelissimi di Pietro Secchia che cullano ancora le speranze nella Rivoluzione proletaria mentre gli altri, con la “Gladio”, si apprestano a contrastarla.

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Una foto del 2013 di Antonio Pennacchi scattata da Klaus Holstingsul sul Mare del Nord in occasione del Louisiana Literature, Museum di Humlebaek, vicino a Copenaghen (http://www.antoniopennacchi.it/)

Se la trama è avvincente e alcuni caratteri indimenticabili, se il dialogo tra la “grande” storia nazionale e quella familiare della saga è esemplare, se i panorami dell’Agro Pontino redento e quindi riallagato e per qualche tempo riconsegnato alla malaria è mozzafiato, quel che soprattutto stupisce e avvince è il linguaggio: l’attenta e flessibile ricchezza lessicologica che trasforma perfino una colata di cemento armato in opera d’arte, l’impasto dialettale veneto-ferrarese, il gioco sottile tra l’Io narrante e un interlocutore-inquirente-antagonista  fuoriscena. Antonio Pennacchi è, perdinci!, il più grande scrittore italiano vivente: e boia chi lo nega.

Ma conta in modo decisivo anche la testimonianza storica: e ne discende un’interpretazione intensa, che lascerà molti senza parole e altri disorienterà o indignerà. Pennacchi non è certo un “fasciocomunista”, tanto per dirla con il titolo ipermetaossimorico del romanzo con il quale, nel 2003, vinse il Premio Napoli: ma è pur sempre uno di latina ex-Littoria nato nel 1950 con alle spalle una giovanile esperienza missina che si spiega tutta con la storia della gente della sua città d’origine e  una seria, severa militanza di operaio comunista  che lo ha indelebilmente segnato sul piano fisico (un operaio dell’industria pesante non porta la colonna vertebrale sana all’età pensionabile) prima della sua conversione, ai primi del nostro secolo, al mondo delle lettere e alla professione di romanziere di successo.

E forse, se non avesse attraversato la sua tempestosa storia politica, non sarebbe riuscito a cogliere con tanta lucidità un carattere  primario della nostra storia nazionale contemporanea: ché, nelle sue vicende familiari largamente autobiografiche, egli riesce a comprendere come in fondo tra ’43 e ’45 potesse esser facile aderire alla Repubblica di Salò con un disperato atto di lealtà o con una sorda rabbia da sconfitto; ma più ancora come fosse a modo suo facile scegliere la Resistenza immettendo nell’eroica militanza cui essa dette spesso luogo il patrimonio della cultura etica e guerriera che il fascismo aveva cercato – talora riuscendovi – di trasmettere ai giovani. In molti eroi della Resistenza c’è l’ombra di Balilla che dedica “ai nemici in fronte il sasso – agli amici tutto il cuor”. E questo non è tradimento, non è trasformismo, nulla degli antichi mali italioti. È Redenzione.

franco cardini

Franco Cardini

 

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