Una Vie en rose tra trionfi e depressione. La Francia ricorda il suo “usignolo”

edith-piaf-1442248788.jpgMARIO GAZZERI
Percorsa da brividi di commozione, la Francia piegata e ferita del 2015 ricorda Edith Piaf a cent’anni dalla nascita, l”usignolo” che cantava La vie en rose quasi a esorcizzare i tormenti che ritmarono la sua breve vita infelice,  la fragile ex ragazza nata per strada e cresciuta in un bordello che commuoveva le platee con la sua (forse) più bella canzone di sempre Je ne regrette rien, lei che di rimpianti ne aveva tanti e forse ne morì.

Fu l’icona della Francia tra le due guerre, la rivincita dell’amore che impregnava ogni sua canzone sulle tragedie e i lutti dei due conflitti, la speranza che si racchiudeva in un essere minuscolo che quando cantava sprigionava una contagiosa e irrefrenabile voglia di vivere che le assicurarono una fama che presto varcò i confini di Francia e dell’Europa. Edith, uno scricciolo malato, farmaco-dipendente, che ricorreva ad alcol e morfina per superare le sue frequenti depressioni, lascito di un’infanzia d’abbandono. A otto anni fu messa per strada dal padre a cantare per qualche franco. Eseguiva i successi del tempo e veniva applaudita e i passanti si fermavano più numerosi  quando la piccola intonava la Marsigliese.

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Il resto è noto. I locali, i primi successi, le registrazioni, gli agenti, gli impresari. La sua voce che si diffonde dagli apparecchi radio quasi a spronare i francesi o a intenerirli con le note dell’Accordéoniste o di Mon  Légionnaire. Edith é ormai la voce della Francia. È la Francia, risorta nel 1945, anno della Vie en rose che nel mondo vuol dire Francia come e forse più della Marsigliese.

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Ma anche nella vita della “Piaf” (un termine dialettale che equivale al nostro “scricciolo”, “passerotto”) ci furono ombre che alcuni non vollero dimenticare. Il suo asserito collaborazionismo durante i quattro anni dell’occupazione tedesca della Francia. I suoi concerti per le truppe germaniche. I suoi amici e forse amanti tra gli alti gradi dell’esercito invasore. È un fatto che, due anni fa, un ex giornalista di Le Monde, Robert Belleret, trovò nell’archivio nazionale ben 110 lettere autografe di Edith dalle quali emerge l’insospettato ritratto di una giovane filo-nazista, pronta a compiacere e a ottenere favori  dagli occupanti.

Ma, com’è noto, il tasso di collaborazionismo nel periodo dell’occupazione in Francia fu molto elevato. Non solo Piaf, ma anche Coco Chanel e diversi esponenti dello spettacolo, delle arti e delle lettere, mantennero rapporti amichevoli con i tedeschi. Vent’anni dopo, poi, durante la guerra d’Algeria, Je ne regrette rien diventerà l’inno ufficioso dei parà del generale Massu.

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La sua vita diventa col passar del tempo quasi una vita “bipolare”, ai trionfi si succedono le disgrazie, la morte del marito, il pugile Marcel Cerdan, in una sciagura aerea, il suo incidente in auto, il tradimento di giovani amanti e di amici e colleghi che lei aveva aiutato ad emergere. Sempre più spesso il piccolo usignolo si affida ai farmaci, alla bottiglia, a pasticche di ogni tipo che alla fine avranno la meglio sul suo fragile corpo.

La Francia onora uno dei suoi simboli, la piccola Edith Giovanna Gassion  (questo il suo vero nome), di origini italiane da parte di madre. Come Ivo Livi (“detto Yves Montand”, come recita l’epigrafe sulla sua tomba) come Michel Piccoli, come Serge Reggiani e tanti altri.

Charles Aznavour e Gilbert Becaud furono tra le tante voci scoperte dalla piccola-grande Edith che sembra fosse nata sul marciapiede davanti al numero 72 della rue Belleville. Di lei restano le foto del suo ultimo trionfo all’Olympia con la prima fila di spettatori osannanti tra cui si riconosce un giovane, bellissimo Alain Delon. Di lei restano le foto di scena, le foto di studio, l’intensità del suo volto esaltato dal chiaroscuro del bianco e nero. Di lei resta anche, nei lontani spazi siderali, un piccolo corpo celeste. Un asteroide. L’asteroide 3772 Edith Piaf, scoperto nel 1982.

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Mario Gazzeri

 

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