Il primo anno di ytali. Gli auguri dei lettori (5)

nodoÈ il primo panettone per ytali. rivista on line ideata proprio un anno fa e avviata all’inizio del 2015. Ci fa piacere festeggiare con i nostri lettori, amici e sostenitori. In tanti ci inviano i loro “biglietti di auguri”, che pubblicheremo a più riprese, nell’ordine nel quale ci arrivano, numerosi e sostanziosi. Siamo commossi per il sostegno che ci viene espresso, in modo sentito e argomentato. GRAZIE g. m.

Ricevo ytali. e mi accorgo che nei quotidiani italiani trovo ormai quasi solo verità preconfezionate,  pettegolezzi, e video usati come specchietti per le allodole. Quando apro ytali. so che troverò sicuramente qualcosa che mi incuriosirà, sia che si tratti di un approfondimento su un tema di stringente attualità, sia che sia una finestra aperta su temi meno ovvi ma altrettanto importanti. Solo idee e niente fronzoli, idee con cui confrontarsi e non su cui appiattirsi, per fortuna. Che il cuore e la mente di questa rivista siano a Venezia, secoli addietro centro anche dell’informazione (“Che notizie a Rialto?” faceva dire Shakespeare a un suo personaggio, per parlare della situazione del mondo e non del prezzo del pesce), è anche un motivo di orgoglio. Auguro a ytali. di continuare, crescere mantenendo il suo formato essenziale, e di espandere ancora di più il suo orizzonte per aiutarci a capire come l’Europa conti sempre meno in un mondo che cambia rapidamente.

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Shaul Bassi, docente a Ca’ Foscari

Auguri ytali. Auguri Guido Moltedo. Mentre la carta stampata é in declino ytali. avvia una interessante sperimentazione di come potrà essere l’informazione del futuro. L’originalità del format sta nel mosaico di veri approfondimenti e nella sua assoluta libertà di espressione. Non sappiamo ancora come tra qualche anno saranno impostati i giornali 2.0, 3.0, ecc. A Venezia dove nacquero le prime gazzette l’impostazione iniziale era limitatamente letteraria, da caffè salotto e successivamente economica finanziaria. Fu il grande fondatore del Gazzettino, Gianpietro Talamini, a inventarsi, primo in Italia nel 1887, la cronaca nera, bianca, rosa. Un giornale per il popolo che cominciava ad alfabetizzarsi. All’epoca il Veneto e il Friuli, al tempo unite, erano le regioni con minor numero di analfabeti d’Italia. Ora si parla di nuovi lettori digitali. Una rivoluzione in atto. E il coraggio di Guido Moltedo sta percorrendo la giusta strada. Animo! E buona fortuna.

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Maurizio Crovato, giornalista

Leggo ytali. perché la lettura che viene data dei fatti che accadono nel mondo e restituita negli articoli è netta, direi laica.
Inoltre e negli articoli su Venezia mi piace leggere il tentativo di costruire un dibattito con la città e per la città; Venezia diventa paradigma dei un “nuovo” da costruire, di una città magica e certa del suo passato che può reinventarsi attraverso azioni e pratiche quotidiane oltre che politiche accorte.
Grazie ytali. e buon 2016.
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Laura Fregolent, Professore di Tecnica e pianificazione urbanistica presso l’Università Iuav di Venezia

Quando un anno fa ytal. ha cominciato a circolare nei social media si intuiva che qualcosa di inusuale stava prendendo forma. Le cronache politiche della città in vista delle elezioni avevano quel tanto di lucidità che sembrava mancare agli osservatori locali. Il suo gioco di alleanze europee on-line, tra cui Ctxt, una delle più belle riviste spagnole, amplificava l’odore di raro. Il suo insistere nel raccontare una città, in questo caso Venezia, per raccontare un di più al mondo, o meglio del mondo, ne stava facendo un media originale. È così amaramente claustrofobica e autistica la girandola di parole in cui lavoriamo che veder apparire qualcosa di sensato sembra quasi esotico.

Ogni tanto ci capitano delle piccole cose che riescono a spiegarci molto più delle grandi analisi. Qualche giorno fa un quotidiano con cui collaboro da tempo mi commissiona un servizio sui risultati di un convegno all’Università. Quello stesso giorno ho altri tre appuntamenti di lavoro e devo chiudere un reportage per una rivista. Mentre sto intervistando alcuni relatori al convegno, saranno state le 14, la redattrice che quel giorno segue la pagina mi lascia cinque telefonate di seguito pur sapendo che sto lavorando per lei. Segue un sms del tipo: “se non rispondi devo rinunciare al servizio”. Alle 18, dopo esserci già parlati un paio di volte, invia un altro sms: “Ho bisogno del pezzo ora”.

Io: “Sono appena le 18. Tornato in questo momento, dammi un’oretta”. Lei: “È da stamattina che segui questa cosa. Max 40 minuti”. Le spiego che la giornata è stata impegnativa. La risposta: “Eh, no, ragazzi: allora bisogna saper rinunciare a qualcosa”. Cerco di provocarla: “Ok, 100 euro netti e ce l’hai fra mezz’ora”. Lei rilancia: “Avrai guadagnato ben di più facendo tutte quelle cose”. Sbalordito: “Forse non sai quanto siamo pagati”. Lei: “Abbi fede compagno Bozzato”.

Potrebbe sembrare un innocuo scambio di messaggi. Ma in realtà mi ha fatto pensare un sacco. Non è tanto l’allusione contenuta nell’ultimo sms. In questo caso il sarcasmo blandamente minaccioso e paternalistico ha un’accezione che ho sentito usare solo in alcuni paesi del Sudamerica, riferito quasi sempre ai contadini o alle domestiche. Il che me la rende simpatica, la nostra redattrice, con quel fare un po’ coloniale. Non è quello. Mi ha fatto pensare in ordine: 1) non ha la più pallida idea di chi siano e come lavorino i suoi collaboratori, in particolare freelance; 2) ritiene che l’intera giornata la debba passare a sua disposizione; 3) non ha idea di cosa vada in pagina né di come gestirlo.

Il fatto è che la fabbrica di parole dove ci troviamo a lavorare prevede un’enorme quantità di lavoro gratuito da parte di una massa di lavoranti neo-servili. Dal nostro lavoro cognitivo si estrae valore condensato in parole, possibilmente scialbe e piatte, mentre tutto l’oggetto-giornale ha quasi sempre un aspetto anemico e innocuo, privo di qualunque curiosità. E spesso persino privo di utilità, visto che racconta fatti di cui siamo già a conoscenza in tempo reale molte ore prima, grazie alla pervasività di social-network e al live del web. Anche se la fabbrica di parole produce cose il più delle volte prive di senso o quando ce l’hanno sono spesso manipolatorie, il meccanismo di smistamento e di impaginazione di scarti e frattaglie tuttavia funziona solo perché il desk è protetto da contratti con salari alti e forti protezioni (il che ne blinda la fedeltà) e dirige una massa di lavoranti neo-servili, appunto.

Quando di recente ho deciso di iniziare il passaggio da pubblicista a professionista, le reazioni di colleghi e redattori sono state per la maggior parte del tipo “ma perché? Tanto non serve a niente” oppure “è un inutile spreco di soldi”. Una volta chiunque ti avrebbe incoraggiato. Ora il venire meno di qualsiasi opportunità, il disorientamento di senso per ciò che si fa, il tonfo di credibilità e di autorevolezza, sono tutte cose sussunte prima di tutto da chi ci lavora. È come se tutti avessimo introiettato un fallimento. Le fabbriche di parole sembrano quegli stabilimenti di alluminio che negli anni ’80 chiudevano una dopo l’altra. Nessuno sapeva spiegare il perché, anche se tutto attorno il mercato e il mondo erano irriconoscibili. Sembriamo l’ultima generazione che farà questo mestiere.

Qualche settimana fa un giovane e bravo cronista di nera ha rinunciato alla sua magra collaborazione con un quotidiano locale accettando un impiego in un’azienda. Lo ha annunciato in un post in Facebook. Tra i tanti commenti di sorpresa e delusione, colpiva quello del redattore di un’altra testata: “Chapeau!”, ha scritto. Ho pensato a lungo perché avesse scritto “Chapeau!”. Lo considera un atto di coraggio? Un premio vinto? Un onore alle armi? Eppure: quell’annuncio non suonava da lutto?

Molti redattori credono che il lavoro neo-servile dei loro collaboratori e l’ombra del fallimento stiano iscritti nell’ordine delle cose e non si fanno molte domande. Altri fingono, pur sapendo. Il giorno in cui comprenderanno il gesto di quella resa esplicita, da parte del giovane cronista di nera e di mille altri, la cangiante amarezza scritta in quella rinuncia, il senso eversivo di quel fallimento, beh quel giorno si alzeranno dal loro desk, staccheranno i telefoni, spegneranno i computer, bloccheranno le rotative, fermeranno la produzione della loro fabbrica di parole. Potrebbero persino distruggere tutto, in un gesto di generoso luddismo. Per ora un simile atto di riappropriazione della propria dignità è ancora lontano. Per ora resta una relazione di solitudine tra i braccianti cognitivi e le imprese per cui lavorano, di cui conoscono direttori e capi-desk ma mai la proprietà visto che nel nostro paese a trovare un imprenditore-editore si diventa ciechi ed è quasi sempre un manipolo di altre cose. C’è una relazione di solitudine che non a caso corrisponde all’assenza di qualsiasi rapporto contrattuale. D’altra parte, come metterla per iscritto? Quali parole trovare per sancire uno status di solitudine sociale?  Qualche tempo fa, una delle impiegate dell’amministrazione di una testata per cui scrivo, mi ha avvertito preoccupata di non mandarle mai più e.mail con la parola “contratto”, anzi di cancellarle anche dalla mia posta, come lei aveva già fatto, perché “Si sa che Inps, Inpgi e Ordine istigano i giornalisti a chiedere contratti”. Se la trovate una risposta buffa e insieme terribilmente drammatica, è perché le cose che hanno a che fare con un qualche potere sono sempre grottesche, almeno così ho imparato in Argentina.

L’importante è che tutta la macchina funzioni senza disguidi. Per funzionare deve poggiarsi a quanto pare su una colossale, invisibile e pervasiva sensazione di fallimento e di inadeguatezza sempre più pungente via via che si scende di livello fino alla massa di braccianti cognitivi. E’ una sensazione, questa di essere sempre distopico con la vita, che è molto familiare a chi – come nel mio caso – fa parte del Quinto Stato e viene da una classe sociale bassa. C’è un’altra cosa che accomuna chi viene da una classe bassa e fa parte del Quinto Stato. E’ donare lavoro per effetto di relazioni sentimentali. In questo caso è una scelta consapevole. Per questo è uno di quei gesti considerati disdicevoli nella fabbrica delle parole. A me capita con Alias, il settimanale de Il Manifesto. Almeno così rassicuro la nostra redattrice sul suo uso sbarazzino del lemma “compagno”. O è capitato con Doppio Zero, che è un’altra piccola meraviglia editoriale. Mi piace farlo perché sono davvero inusuali e terribilmente teneri nel loro essere cocciuti e visionari. Un po’ come Ytali.

O forse sono così inusuali perché svelano il motivo per cui è nato il giornalismo e noi l’avevamo dimenticato. E qui nasce la relazione sentimentale.

In uno dei più aridi deserti al mondo, quello cileno di Atacama, a volte dai cactus sbucano dei fiori grossi e scandalosi. A volte, raramente, l’intera vallata si riempie di un lilla che toglie il fiato. Sarà perché sono un “orribile ottimista” come diceva un mio ex-fidanzato. Ma a volte succede. E potrebbe capitare anche con ytali.

fabio bozzato

Fabio Bozzato, giornalista

Grande è la noia – in molti di noi, ne sono certo – per il teatrino mediatico globale che ogni giorno invade sempre più la nostra vita, attraverso gli asfittici (e supersovvenzionati) giornali cartacei, la tv (per chi la guarda, io no), tutti i nuovi device. Teatrino mediatico legato alla politica, alla finanza incosciente che l’ha globalmente asservita, giù giù fino ai mondi minori come quello dello spettacolo “culturale” di cui personalmente mi occupo.
Proprio per questo, iniziative come quella di ytali. sono da cogliere e apprezzare. Finalmente, quando leggi un articolo, arrivi alla fine sapendone effettivamente qualcosa di più che avendo letto solo il titolo (come ormai avviene spesso): si tratta poi di approfondimenti perlopiù legati a testimonianze “dirette”, in prima persona, narrate da chi le cose le fa e le vive, che è poi quello che più conta.
Da veneziano acquisito, che vive come grandi privilegi la bellezza e l’unicità  di questa città (pur non potendo non scorgere limiti e problemi), sono poi molto interessato agli spaccati di vita veneziana di cui ytali. dà testimonianza, sempre però con l’apertura mentale legata alla consapevolezza di vivere ed operare in un luogo che per secoli è stato uno dei centri della Storia. Forse proprio Venezia, per la sua unicità, permette uno sguardo originale e fecondo su tutta la realtà, anche quella oltre il Ponte della libertà.

rigon

Giovanni Battista Rigon. Direttore d’orchestra, Direttore Artistico delle Settimane Musicali del Teatro Olimpico di Vicenza, docente al Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia

5. continua

best-wishes

Stefano Navarrini

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