Nella giungla dell’Europa, il Kosovo

GIUSEPPE ZACCARIA
Tre settimane prima di Natale, in Germania il Bundesnachrichtendienst (BND) – servizio di informazione e sicurezza per l’estero – ha dato avvio ad una campagna inusitata fornendo importanti stralci dei suoi rapporti riservati ai più grandi giornali del Paese.

Qualcuno ha addirittura interpretato la mossa come uno sgambetto alla Merkel che non avrebbe dato abbastanza retta agli informatori istituzionali. In ogni caso, fra le cose che il BND ha tenuto a far sapere al pubblico, scavalcando la politica, c’era un giudizio riguardante il Kosovo, definito semplicemente una bomba ad alto potenziale.

Gli spioni  tedeschi ripetono con sempre maggiore insistenza che la “rotta balcanica” delle migrazioni non ha fatto che sovrapporre problemi come una torta a strati: i trafficanti di esseri umani usano piste e contatti già sperimentati con i traffici di droga, che a loro volta agiscono da binari per i nuovi flussi e nello stesso tempo ne ricavano enormi risorse in termini di danaro e uomini, e tutto questo infine s’intreccia con il filone del terrorismo islamico rendendo la miscela ancora più esplosiva.

kosovo monumento

Pristina, il Newborn Monument, 2008

Per dirla come avrebbe fatto uno di quei vecchi giornali della sera che sparavano titoloni sanguinolenti. ma in genere ci azzeccavano, il Kosovo non è più soltanto il “buco nero” d’Europa, ma si è trasformato in una fetida sentina che continua a produrre gas dal forte potere detonante.

Articolando meglio il discorso, il BND fa notare che la maggioranza degli europei è del tutto ignorante su ciò che sta realmente accadendo nei Paesi balcanici confinanti, dove gli  “hub” della criminalità internazionale si sono trasformati anche in “hub” di terroristi, oltre che in serbatoio di nuovi guerriglieri.

Pristina dietro

Il Newborn Monument di notte

E in questa analisi, i tedeschi del BND hanno un alleato prezioso, ovvero i colleghi italiani le cui agenzie di intelligence AISE e AISI (qualora non ve ne fosse accorti, sono le nuove sigle dei nostri servizi di sicurezza interna ed estera) hanno redatto assieme un “report sulla sicurezza 2014” che si dilunga su Bosnia, Macedonia, Montenegro, Sangiaccato e soprattutto Kosovo per dire che questi luoghi sono sempre più coinvolti nel reclutamento di jihadisti che vengono poi spediti in Siria e Iraq o preparano azioni in territorio europeo.

In particolare in Kosovo, oltre all’estremismo predicato da certi imam, l’idea di jihad sembra essersi radicata soprattutto nel sud del paese, dove “è il diffuso svantaggio socioeconomico a rendere le persone, e soprattutto i giovani, più sensibili al proselitismo salafita”.

Insomma, ce ne sarebbe più che abbastanza per stendere un triplo “cordone sanitario” intorno a quei luoghi. Invece, che cosa accade nell’attentissima ed efficiente Unione europea? Una Commissione che pare sempre più affetta da autismo stende una relazione su “Strategia di allargamento e sfide principali per il 2014-2015” nella quale semplicemente non  fa alcuna menzione del problema, come se così lo si potesse esorcizzare.

Al deputato europeo Mario Borghezio, che col garbo abituale gli aveva chiesto il perché di questa omissione, il commissario all’Allargamento, Johannes Hahn ha risposto che se ne parlerà all’interno dei singoli capitoli di trattativa. (quando e se si apriranno).

Nello stesso momento però accade anche che un altro commissario europeo – quello alle migrazioni,  il greco Costas Avrampoulos – non più tardi del 18 dicembre scorso commentando l’ultimo rapporto sulla regione semi-indipendente abbia dichiarato: “Sono molto soddisfatto degli enormi progressi che il Kosovo ha compiuto dal 2014 a oggi, e  fiducioso che sarà presto in grado di soddisfare tutti i requisiti rimanenti in modo che la Commissione possa proporre di abolire l’obbligo del visto per i suoi cittadini all’inizio del 2016”. E allora delle due l’una: o la politica parla a vuoto, o per farsi ascoltare i vari servizi di sicurezza dovranno inventarsi qualche argomento ancora più clamoroso.

Appena un mese e mezzo fa (era il 12 novembre) anche l’Italia ha compiuto la sua brava operazione contro i jihadisti balcanici   arrestando una quindicina di persone in diversi Paesi europei e l’obiettivo principale è stato Rawti Shax (ovvero nuovo corso), filiale kosovara di Ansar al-Islam.

“L’indagine si è sviluppata dalla prova del computer, visto che la  loro base operativa era per lo più il web, il mondo di Internet,” ha spiegato il procuratore aggiunto di Roma, Giuseppe Pignatone. E il generale dei carabinieri Giuseppe Governale ha aggiunto che gli islamici kosovari  “usano il web per lanciare messaggi pubblici per un progetto di radicalizzazione islamista”.

Il Kosovo oggi  è una giungla di servizi segreti rivali, in questo assomiglia a Berlino prima della caduta del Muro, qualche tempo fa gli spioni kosovari hanno perfino arrestato uno spione tedesco, insomma siamo al tutti contro tutti. Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Italia e Francia mandano avanti notevoli operazioni di intelligence nel Paese, e nella regione rivendicata dalla Serbia stazionano inoltre da anni i soldati della NATO e sono di stanza funzionari di polizia delle Nazioni Unite, così come i giudici, poliziotti e agenti di sicurezza appartenenti alla missione EULEX . Il resto del mondo insomma non si fida della polizia dei giudici kosovari, e della politica ancora meno.

Pochi mesi fa, nel febbraio scorso, Wikileaks ha pubblicato 25 pagine di un’analisi del BND sull’attività della criminalità organizzata nei Balcani. La prima parte fornisce una panoramica sulla situazione in Kosovo indicando gruppi e percorsi dei contrabbandieri, obiettivi politici della criminalità organizzata e difficoltà nel perseguire  penalmente il crimine organizzato. La seconda parte indica i protagonisti dei traffici, gli individui e le strutture aziendali così come i collegamenti tra le cellule della criminalità organizzata e i servizi di intelligence. Il Paese ha un governo ed un apparato pubblico notoriamente corrotti e strettamente collegati con i banditi.

twitter

All’aeroporto di Pristina (da Twitter)

Secondo un rapporto dell’Istituto di Berlino per la politica europea, prodotto nel 2014 per conto dell’esercito tedesco, droga, traffico di esseri umani e contrabbando di armi sono gli unici settori redditizi nell’economia del Paese, e stime prudenziali indicano il fatturato annuo della mafia kosovara a circa 550 milioni di euro, ovvero un quarto del prodotto interno lordo del Paese, che è artificialmente gonfiato da enormi trasferimenti internazionali. Il Kosovo, conclude la relazione è diventato una “regione multifunzionale poli-criminale”.

Camp_bondsteel_kosovo

Camp Bondsteel

Adesso dunque è arrivato il momento di chiedersi: a chi può mai servire una simile cloaca? Dopo i “bombardamenti umanitari” della Nato gli Stati Uniti ritennero essenziale impadronirsi della più grande base militare della ex Jugoslavia che è stata ribattezzata Camp Bondsteel e da allora è diventata énclave non soggetta alle leggi locali. Ma se in quel momento poteva essere importante possedere una base nei Balcani, adesso che gli scenari geopolitici sono cambiati e la NATO accerchia la Russia da ogni parte, Bondsteel è diventato superfluo e anche troppo costoso (almeno a sentire gli ambasciatori Usa a Pristina).

parlamento

Gas lacrimogeni nel parlamento di Pristina

Il Kosovo, è vero, resta regione del tutto pro americana, ma i nuclei jihadisti che vi proliferano rendono sempre più concreto il rischio di attentati. Le trattative con la Serbia sono ferme da quando le opposizioni hanno preso l’abitudine di impedire i lavori parlamentari lanciando bombe lacrimogene. Sono tornato a Pristina poco più di un mese fa per rimanere imbottigliato per ore in un traffico di stile cairota sull’avenue di Madre Teresa e scoprire che l’acqua manca dalle otto di sera alle otto del mattino e l’energia elettrica va e viene.

Prishtina_traffico.jpg

traffico a Pristina

A vent’anni dalla nascita di questa pseudo nazione, non vi è accenno di economia che non sia criminale, non si vede neppure la pallida imitazione di uno Stato ed i kosovari se ve vorrebbero andare in massa, come testimoniano quei centomila che tentarono di rivivere asilo in Europa precedendo di pochi mesi l’ondata migratoria.

Adesso le rivendicazioni degli albanesi cominciano a intrecciarsi sempre più strettamente con la frustrazione dei salafiti, e fra breve i trafficanti di droga saranno i veri padroni del Paese. E dunque, non resta che ripetere la domanda: a chi può servire che un simile verminaio s’allarghi nel cuore dell’Europa?

zaccaria

Giuseppe Zaccaria

EASTERN GAZETTE

ITALINTERMEDIA

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