Suo malgrado, il Psoe torna al centro della scena

psoe.pngETTORE SINISCALCHI
Dopo la “pausa” festiva si ritorna a lavorare per la – difficile – formazione di un governo, senza il quale si dovrà tornare al voto. Malgrado abbia ottenuto il risultato peggiore della sua storia, il Psoe è il fulcro di ogni possibile alleanza. Le divisioni interne e i tentativi di abbattere il segretario, Pedro Sánchez, squassano il partito in questo momento determinante.

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Non c’è rosa senza spine, La boca del logo (cortesia di CTXT)

Il segretario del Pp e capo del governo facente funzioni, Mariano Rajoy, ha fatto in chiusura dell’anno le prime mosse per cercare una maggioranza di governo, che sarà incaricato di provare a formare essendo il candidato del partito di maggioranza relativa. Rajoy non ha ancora ricevuto l’incarico da parte del capo dello Stato, il re Felipe VI, che la Costituzione prevede venga dato solo dopo l’insediamento del nuovo Congresso dei deputati, il 13 gennaio, e l’elezione del presidente dell’assemblea – pratica non semplice visto il carattere plurale del nuovo Congresso.

Il 29 Rajoy ha incontrato i leader di tutti i partiti e ha chiesto a Ciudadanos e Psoe l’appoggio per la sua investitura a capo del governo. In una conferenza stampa ha spiegato che «La cosa più ragionevole, e che più risponde alla volontà maggioritaria degli spagnoli, è formare un governo di ampio appoggio parlamentare», aprendo alle «riforme di cui la Spagna ha bisogno» e a una distribuzione di dicasteri a tutti i partiti della coalizione, senza entrare in nessun dettaglio.

Il “governo ampio” è quanto il Psoe ha già rifiutato, esprimendo la sua intenzione di votare no a qualsiasi governo col Pp. È questo forse l’unico punto in cui c’è unanimità nel partito che si trova, malgrado il peggior risultato elettorale della storia, a essere l’ago della bilancia di qualsiasi possibile maggioranza parlamentare. Una centralità che rischia di essere vanificata dal riaffiorare di una spietata guerra interna per il potere.

Il segretario Pedro Sánchez ha dichiarato la volontà di lavorare per formare un governo di cambiamento che comprenda Podemos. L’intenzione ha suscitato la rivolta dei baroni socialisti, ossia i segretari delle federazioni regionali, entità autonome nel Psoe che è un partito federale. A dirigere l’attacco, prima sulle pagine dei giornali poi nella riunione del Comitato federale che si è celebrata il 28, è stata la segretaria dei socialisti andalusi e presidente dell’autonomia, Susana Díaz. No a qualsiasi tentativo di formare una maggioranza di cambiamento, opposizione, e celebrazione a termini di statuto del congresso del Psoe entro febbraio, è stata la richiesta delle federazioni più forti, Andalusia, Castiglia-La Mancha e Comunidad Valenciana, con l’appoggio di Canarie, Aragona, Asturie e Extremadura.

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Susana Díaz, detta La Sultana e Pedro Sanchez, leader del Psoe visti da Luis Grañena (cortesia di CTXT)

La direzione del partito, appoggiata dalle federazioni più deboli, Baleari, Galizia, Paese Basco, Madrid, Castilla y León e dal Psc catalano, ha respinto l’attacco ma ha dovuto accettare la demarcazione di alcune linee rosse nelle trattative con Podemos. La principale riguarda il no alla celebrazione di un referendum in Catalogna sul rapporto tra l’autonomia e lo stato spagnolo – una questione fondamentale, come vedremo più avanti. Per il congresso la battaglia è ancora aperta, sarebbe però difficile far passare alla pubblica opinione il disarcionamento del proprio candidato a capo del governo, nel pieno della trattativa per la formazione di una maggioranza.

I “baroni” non propongono di partecipare al governo ampio. Il governo di larghe intese – anche con una partecipazione socialista attenuata come un’astensione al momento del voto sull’esecutivo – esiste soprattutto come forma di pressione del Pp, anche se molti lo vorrebbero fuori dalla Spagna. Qui non è considerata un’opzione politica possibile, quando le norme prevedono espressamente lo scioglimento delle Camere dopo due mesi di tentativi di formare una maggioranza. Si vedrà dopo, nelle condizioni politiche date, cosa fare. Quella spagnola è una democrazia con un esecutivo forte che, insieme, mantiene la centralità della formazione e del rinnovo del Parlamento che lo investe, considerata la principale fonte di legittimazione democratica in quanto espressione della volontà popolare.

Sánchez al bivio

Sánchez divenne segretario con l’appoggio della stessa Díaz che, convinta che queste elezioni fossero perdute in partenza, ha preferito una segreteria di transizione, investendo il giovane segretario madrileno e scommettendo su una seconda opportunità nel prossimo congresso per arrivare alla guida del partito. Ora Sánchez non intende attenersi al ruolo scritto per lui. Ha il suo appuntamento con la storia e intende approfittare della sua unica opportunità per non venire archiviato per sempre. Per questo ha individuato nella formazione di un governo di cambiamento guidato dal Psoe la strada obbligata, e nello spostamento del congresso che dovrebbe tenersi a febbraio la tappa iniziale. Sa che un congresso col Psoe all’opposizione lo vedrebbe soccombere e che solo posticiparlo e affrontarlo dalla guida del governo gli permetterebbe di vincere. La sua è una posizione difficile. Può vantare di aver comunque mantenuto il Psoe alla leadership della sinistra e secondo partito del paese, perlomeno in seggi, ma le federazioni sue alleate sono quelle più deboli, quanto a risultati elettorali e numero di iscritti. La posta in gioco non è solo la sua segreteria. In un frangente tanto delicato, col consolidarsi della caduta elettorale nelle zone produttive del paese, il Psoe si sta giocando il suo futuro.

Forse la chiave per capire cosa stia accadendo sta in uno slogan che coniò Zapatero nella campagna elettorale del 2004 quando disse: «Il Psoe è il partito che più rassomiglia alla Spagna». Lo è nel senso che più degli altri partiti vive le fratture che separano gli spagnoli. La principale delle quali, oggi, è costituita dal carattere multinazionale del paese, come lo era alla nascita della Spagna democratica e ancora nel 2004 quando, non a caso, Zapatero aggiungeva «Quello che meglio esprime la diversità della società spagnola».

Allora, nel manifestarsi implacabile della crisi della via militare del separatismo basco, si affacciava la questione catalana come tema nazionale, e non solo nazionalista. Zapatero su quel tema puntò e, anche su quello, perse. Oggi, dieci anni dopo, siamo ancora alla Catalogna, con l’esaurirsi della corsa di Artur Mas, che ha cavalcato l’idea separatista fino trovarsi disarcionato. Dopo un teso e lungo confronto la Cup, gli indipendentisti della sinistra radicale catalana, ha scelto di non votare un governo della Generalitat presieduto da Mas. Ora è molto probabile il ritorno alle urne, anche se molti sperano che un passo indietro di Mas possa riaprire i giochi. Ma è indubbio che un ciclo è alla fine.

La questione catalana è centrale perché il momento politico che vive la Spagna è quello di una profonda riflessione sul suo sistema istituzionale. Un processo che altri paesi europei, tra cui l’Italia, conoscono e stanno vivendo e che la Spagna affronta attraverso i suoi nodi specifici, su tutti il suo carattere plurinazionale. Il vecchio patto non funziona più e gli spagnoli stanno cercandone uno nuovo.

Il limite dell’occhio italiano è spesso nel non guardare al quadro spagnolo, preferendo una lettura adattata alle nostre tensioni politiche nazionali (fra le grandi testate fa eccezione il lavoro de la Stampa, sempre corretto e attento al contesto, rispettoso di sé e del lettore). Non viene colto che gli spagnoli sono, come noi, davanti a un necessario processo riformatore. Molti ritengono che occorreranno cambiamenti, moltissimi che occorrano cambiamenti profondi, tutti auspicano delle riforme. In tutto questo, in Spagna, la questione nazionale è centrale. Per questo si archivia come boutade populista la richiesta di Podemos di mettere nel programma di governo la celebrazione di un referendum in Catalogna e si guarda con superiorità l’incapacità spagnola di fare un sano governo di larghe intese, salvo poi stupirsi se la questione catalana resta centrale e se i socialisti si dilaniano in battaglie intestine. Perché altri sono gli assi su cui si distribuiscono le forze.

Riformare o no lo stato spagnolo. E come. Queste sono le domande dietro alla formazione di una maggioranza parlamentare o all’eventuale ritorno alle urne. Questa è la lacerazione a cui è sottoposto «Il partito che più rassomiglia alla Spagna». Dietro alla lotta per il potere nel Psoe c’è la questione territoriale, ovverosia la capacità di pensare e guidare un processo riformatore, e la contraddizione di un partito che è l’unico ad avere una struttura pienamente federalista e che propose dopo la morte di Franco una soluzione federalista per la Spagna democratica.

Dietro a questa lotta interna inaspettatamente feroce, che disorienta la base socialista già duramente provata, sta la crisi del Psoe che perde inesorabilmente terreno nelle aree produttive del paese e regge nelle zone più povere e dipendenti dall’assistenza pubblica. La Díaz, mettendo in campo politiche di welfare per contrastare la crisi economica, fa dimenticare gli scandali della passata amministrazione socialista e tiene. Nel frattempo il Psoe recede drasticamente nelle zone produttive, in Catalogna, nel Paese basco, nella capitale Madrid, nel voto giovane urbano e in quello dall’estero. Si rafforza una componente “pesante”, accesa nel richiamo storico e ideale ma vicina a pratiche di notabilato che temono i cambiamenti. Cambiamenti che gran parte degli spagnoli, al di là delle scelte elettorali, richiedono. La divisione, nel paese e nel Psoe, è sulla necessità di un “Seconda Transizione”, come invoca qualcuno con lirismo, ed è su questo che si misura la formazione di un governo o il ritorno alle urne.

Un governo impossibile?

Per il segretario si tratta di varare un esecutivo con Podemos e altre liste di sinistra, col Partito nazionalista basco (Pnv), i nazionalisti catalani e galiziani. La soluzione, difficile ma possibile, potrebbe poggiare su un accordo per un governo con un programma di minima, basato su una linea di politica sociale socialdemocratica che contrasti le conseguenze della crisi economica, una scadenza temporale limitata, probabilmente un biennio, e una funzione programmatica: precostituire le condizioni per l’inizio di un processo riformatore. Se non di un processo costituente.
Sánchez deve farlo subito. Teme, a ragione, che il ripetersi del voto dia risultati ancora peggiori per il Psoe. Un altro giro di urne potrebbe aumentare la rappresentanza della parte del paese che vuole un processo riformatore ma al contempo indebolire un Psoe, ridotto a un partito “notabilare”, localizzato territorialmente nel meridione, ininfluente nelle aree più dinamiche e aperte all’Europa e al mondo, che non esprime e non intercetta più la volontà riformatrice.

Si tratta di un percorso complicato e irto di incognite. Oltre a piegare le resistenze interne, Sánchez dovrebbe essere in grado di tenere insieme volontà e lingue politiche molto diverse. Un governo del cambiamento dovrebbe intraprendere un percorso di creazione di consenso, intercettare il disfarsi del nazionalismo strumentale di Artur Mas, interloquire con le rappresentanze produttive, forti in Catalogna e nel Paese basco e in cerca di nuove soluzioni nella crisi delle ricette dei nazionalismi storici, coinvolgere la casa reale nella costruzione di un processo riformatore che potrebbe richiedere anche l’elezione di un’Assemblea costituente.

Ha dalla sua la spinta di un paese in cui la sinistra sembra tornare maggioritaria ma in cui è divisa e l’incognita di dovere mettere in campo doti di leadership ancora tutte da dimostrare. Come Zapatero, è nato come segretario di mediazione e transizione e si trova a affrontare un momento determinante. Ma agisce in un contesto del tutto nuovo, col disfacimento del bipartitismo e l’imporsi di un vero multipartitismo. E ha un serio concorrente a sinistra, il che impone di ricorrere a strade del tutto nuove.

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Mariano Rajoy visto da Luis Grañena (cortesia di CTXT)

L’opzione di un governo col Pp è come dicevamo teorica. Oggi (martedì 5) Mariano Rajoy in un’intervista alla radio dei vescovi, la Cope, ha reiterato l’invito al Psoe per un governo con Pp e Ciudadanos, aprendo a ampie riforme costituzionali. Il portavoce al congresso dei socialisti, Antonio Hernando, ha ufficialmente respinto l’offerta: «No è no ed è definitivo, Rajoy smetta di parlare di grande coalizione». Appoggiare il governo lascerebbe a Podemos la leadership dell’opposizione e il Psoe non può permetterselo. Le mosse di Rajoy sembano prendere tempo, lanciare la palla nel campo socialista, sperando che un nuovo voto lo ridimensioni ancora, levando di mezzo Sánchez e riducendo il Psoe a più miti consigli.

Non è sufficiente dire, del partito della rosa nel pugno, che non c’è rosa senza spine. La base socialista, che si era appena consolata con l’onorevole sconfitta e ora guarda con sconcerto a questa nuova guerra fratricida, si chiede che rosa ci sarà domani e se ce sarà una, più d’una o più nessuna.
Sánchez deve riuscire a fermare la spirale autodistruttiva che si sta impadronendo del Psoe per provare a iniziare un difficilissimo cammino. Le resistenze sono forti nel partito e nel paese e la sua azione è malvista a Bruxelles dove, dopo i fatti portoghesi, si teme che un governo di sinistra in Spagna sposti equilibri a favore delle posizioni critiche dei Pigs (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) riguardo alle politiche di austerità dell’Unione europea. Si moltiplicano le pressioni sul Psoe per “garantire la stabilità”, sia sulla segreteria che sul settore della Díaz, se non con questo Parlamento con quello che uscirà dal prossimo voto.

Sánchez non riuscirà comunque neanche a tentare di affrontare la sua sfida se sarà lasciato solo non solo dentro ma anche fuori al partito. Per adesso Pablo Iglesias non ha mostrato grandi ambizioni e sembra limitarsi a aspettare che un altro voto sancisca la leadership di Podemos a sinistra. Una strategia che, indebolendo Sánchez, ipoteca la possibilità di un cambiamento. La discussione cresce nel campo dei viola. Se quella nazionale è la questione, porre paletti inderogabili rende impossibile una negoziazione e serve solo a andare di nuovo al voto. Dal Psoe si moltiplicano gli appelli per mettersi a trattare senza diktat. Anche Iglesias ha la sua sfida, decidere se allearsi con la “sinistra vecchia” se vuole proseguire nel processo di cambiamento.

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Ettore Siniscalchi

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