Corea del nord, la bomba come arma politica

DruckCLAUDIO LANDI
La Corea del sud, giovane e vibrante democrazia orientale, ha parlato di grave preoccupazione. Il Giappone, terza potenza capitalistica del mondo, ha parlato di grave minaccia alla sicurezza nazionale. La Cina infine, grande potenza emergente, ha esplicitato la sua ferma opposizione al test e ha chiesto alla Corea del nord di rispettare l’impegno alle denuclearizzazione della penisola.

Tutte le tre maggiori potenze regionali dunque, Pechino, Tokyo, Seul, hanno duramente condannato il nuovo esperimento nucleare della Corea del nord, un test su una bomba all’idrogeno. A dir la verità l’intelligence sembra avere qualche dubbio sull’esperimento: forse non siamo di fronte a un test con una bomba H, ma con un ordigno ibrido. Ci vorrà, pare, qualche giorno, per fare le verifiche.  D’altra parte le faccende di Pyongyang sono sempre poco decifrabili. L’arte di interpretare la politica nordcoreana, dei cosiddetti North Korea Watchers, appare da sempre molto poco scientifica.

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Inchino di fronte alle statue di Kim Il Sung e di Kim Jong Il a Pyongyang

C’è però una costante nelle manovre di Pyongyang: il regime nordcoreano, per sopravvivere, da decenni usa politicamente la sua capacità nucleare militare per avere risorse e opportunità economiche e politiche dalla Comunità internazionale. Usa test e ordigni atomici per negoziare: è il “gambetto di Pyongyang”.

Se le cose stanno così, allora è importante inquadrare la ‘provocazione’ nucleare nordcoreana nel contesto regionale e globale. Nel passato l’interlocutore chiave erano gli Usa, avversari dei cosiddetti stati canaglia ai quali il regime di Pyongyang era naturalmente associato. E certamente anche stavolta Washington, con una amministrazione alla scadenza del suo secondo mandato è l’attore di riferimento per Pyongyang. Ma ciò non deve farci sottovalutare il quadro regionale.

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L’amicizia con la Cina

I fatti recenti: la Repubblica Popolare, vecchia alleata della Corea del nord, recentemente ha sottoscritto un importantissimo accordo di libero scambio proprio con la Corea del sud. Pechino e Seul, ormai da anni, hanno rapporti economici e strategici sempre più stretti e quindi la firma di quell’intesa era nelle cose. Attenzione alle date: il 30 novembre scorso, il Parlamento di Seul, con una ampia maggioranza di 196 voti contro 33, e 36 astenuti, ha ratificato l’accordo con la Cina. Con una intesa parlamentare piuttosto ampia fra destra e progressisti.

Il 28 dicembre scorso, poi, il Giappone e la Corea del sud hanno raggiunto un accordo storico che ha messo fine, si spera, alle controversie fra Tokyo e Seul in materia di memoria storica sulle atrocità nipponiche durante l’occupazione della Corea.

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Il leader nordcoreano Kim Jong Un visita il nuovo terminali per i voli interni dell’aeroporto di Pyongyang lo scorso giugno (fonte: http://viewfromthewing.boardingarea.com/)

L’accordo Tokyo-Seul riguarda le confort women, le ragazze usate come schiave sessuali da parte delle forze militari di occupazioni nipponiche. Oltre 200mila donne potrebbero essere state vittime di tutto ciò. Ne sono rimaste oggi in vita appena 48: per garantirgli un minimo di riconoscimento da parte di Tokyo, oltre che per migliorare le difficili relazioni con il Giappone, l’amministrazione conservatrice al potere a Seul ha deciso di siglare l’accordo con il governo conservatore nipponico di Shinzo Abe. L’accordo, storico, prevede le scuse di Tokyo e un risarcimento economico di oltre otto milioni di dollari alle poche donne ancora un vita.

L’intesa darà un contributo positivo alla pace in Asia orientale, che è da sempre afflitta da controversie riguardanti la memoria storica. Il Giappone fu la prima nazione dell’Asia orientale a modernizzarsi. Ciò ha dato a Tokyo la possibilità di costruire la sfera di coprosperità asiatica. La costruzione di questa sfera di influenza nipponica è stata tentata con durissimi prezzi umani, le confort women, le unità di sperimentazione della guerra batteriologica, l’orrendo massacro di Nanchino, solo per fare alcune citazioni. Molti popoli hanno sofferto enormemente per le aggressioni nipponiche ma il Giappone non ha mai fatto verso il suo militarismo fascista , quello che invece positivamente ha fatto la Germania riguardo la storia del nazismo. Morale: le relazioni del Giappone con molti paesi asiatici continuano ad essere avvelenati. L’accordo della fine del 2015 con Seul può rimediare a questo handicap.

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Missile No-dong

Insomma in queste ultimissime settimane sia la Cina sia il Giappone hanno rinsaldato e consolidato le loro relazioni con la Corea del sud e ciò sicuramente ha messo in allarme la poverissima e derelitta Corea del nord. Se a ciò aggiungiamo che il presidente cinese Xi Jinping potrebbe accettare l’invito del primo ministro giapponese Shinzo Abe, per una visita ufficiale a Tokyo a primavera, si può meglio comprendere Pyongyang. La Corea del nord, nella sua logica di stato paranoide, ha voluto far sapere alle tre capitali, Tokyo, Pechino e Seul, di essere ancora presente nello scacchiere regionale. Insomma il test può essere letto come l’ennesimo “gambetto di Pyongyang”: un messaggio politico a tutti, “guardate che ci siamo ancora in piedi quindi negoziate con noi se non saranno guai per voi”.

Non è un caso che il premier giapponese, nella sua immediata dichiarazione sul test, abbia fatto riferimento alla necessità di una ‘azione forte’ del Giappone, assieme alla Corea del sud, agli Stati Uniti, alla Cina e alla Russia. Questi paesi, assieme alla Corea del nord compongono i cosiddetti Colloqui a sei, la conferenza che cerca di trattare con Pyongyang e che, guarda caso, è al centro della diplomazia cinese. Un caso?

claudio landi

Claudio Landi

L’articolo appare sull’Unità, che ringraziamo

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