Il dito del gigante asiatico e la luna

Oregon71FRANCESCO MOROSINI
Un antico proverbio cinese dice: Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. È il pericolo che si corre se, concentrandoci sulle recenti oscillazioni dei mercati finanziari della Cina (il dito), si dimentichino le sue grandi ambizioni geo-economiche (la luna). Tra queste, rilevante per USA ed Unione europea(UE), e in specie per l’Italia, è la sua ambizione a ottenere nel 2016 lo status di “economia di mercato”.

È una delicata questione di diplomazia economico/commerciale la cui posta è il grado di apertura dei mercati occidentali ai prodotti made in China. Ovvio che paesi come l’Italia, cui la crisi ha distrutto parte della base produttiva, osservino la vicenda con preoccupazione.

Invero, il riconoscimento al Celeste Impero dello status di economia di mercato imporrebbe all’Occidente, per dirla con l’analista finanziario Mario Seminerio, una specie, un disarmo unilaterale , rendendoci indifesi dinnanzi al rischio che Pechino punti ad avvantaggiarsi commercialmente nei mercati euro/atlantici approfittando di vantaggi competitivi ottenuti con metodi difformi (dumping salariale, aiuti di Stato) da quelli, appunto, di mercato. Tuttavia, anche chiudere le porte in faccia a Pechino potrebbe avere i sui costi: in termini di export nei suoi mercati; cui aggiungere la possibilità di minori investimenti cinesi, viceversa utili, nel Vecchio continente. Insomma, ci attende una difficile scelta geopolitica. Alla cui origine sta una diversa interpretazione delle conseguenze dell’adesione di Pechino all’Organizzazione mondiale del commercio internazionale (WTO), foro globale nato nel 1995 per facilitare accordi commerciali e gestire le relative controversie.

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Nel cuore della Città proibita. Stampa di-Nicolas Bellin, 1756

Quindi, la Cina vi entra nel 2001 con l’accordo che, facendo Pechino tutte le riforme richieste, dopo 15 anni (cioè oggi) essa avrebbe potuto passare dallo status di economia di transizione (sostanzialmente, a metà del guado tra piano socialista e mercato capitalista) a quello di economia di mercato, aprendosi così un’autostrada commerciale verso Occidente. Ed è proprio su questa “regola dei quindici anni” che vi sono divergenze interpretative. Infatti, per Pechino, passato il periodo in questione, lo status di economia di mercato è acquisito in via automatica; al contrario, per altri, USA e Italia in particolare, la sua concessione presuppone l’accertamento del buon fine delle riforme richieste. In questa ipotesi, Pechino dovrebbe dimostrare in sede WTO di muoversi nell’export con armi competitive analoghe a quelle dei suoi partner commerciali (senza “evidenti” aiuti di Stato). Su questo, a breve, dovranno decidere gli USA e l’UE.

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Il presidente cinese Xi Jinping nel discorso di celebrazione del 65mo anniversario della Repubblica Popolare Cinese, 30 settembre 2014. (Xinhua/Pang Xinglei)

Tra i settori più minacciati dal riconoscimento alla Cina dello status di economia di mercato c’è quello dell’acciaio, dove l’Italia, specie dinnanzi ad eventuali pratiche di dumping cinese sui prezzi, rischia di pagare, a favore di Pechino e per conto di tutta Europa, per gli eccessi di capacità produttiva globale. Ma della partita, per il Belpaese, sono pure il tessile e la ceramica, tutti nostri settori strategici. Qual è, allora, la visione dei big dell’UE sulla questione? Prudente, per chi ha ancora propria base industriale (Roma e, più cautamente, Berlino); mentre è favorevole al Celeste Impero Londra, vedendone in prospettiva i vantaggi per la propria industria finanziaria.

D’altronde, dalla Città Proibita verrebbero con doni rilevanti; e tra questi, certo allettanti, acquisti di debito pubblico. Per questo è necessaria un’attenta diplomazia economica; a patto, però, di salvaguardare il manifatturiero europeo. Perché essere solo finanza può andar bene per la mega area di Londra; ma è diverso per l’UE nel suo complesso; e, forse, pure per il resto della Gran Bretagna. Infine, molto dipenderà dagli USA che con la Cina hanno diverse partite (militari ed economiche) aperte. Ma su queste l’Europa è troppo debole per incidere. Ciò non toglie che possa giocare una propria partita con Pechino; certo aperta; ma senza rinunciare (cioè trattando) ai suoi, sperabilmente anche nostri, interessi.

momorosini

Francesco Morosini

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