Valerio Zanone, liberal “non negoziabile”

valerio za

NINO BERTOLONI MELI
Se n’è andato un liberale vero, cresciuto a Croce e Cavour, di quest’ultimo era un fan sfegatato, un po’ perché torinese come lui, un po’ perché si riconosceva pienamente nella grande scuola della politique d’abord impersonata dal ministro di Vittorio Emanuele nonché primo ministro.

Avrebbe compiuto ottant’anni tra pochi giorni, Valerio Zanone, spentosi nella sua bella casa alle porte di Roma, “allo sprofondo” direbbero i romani veraci, così, senza farsi sentire, quasi in silenzio: al mattino la moglie Maria Pia si è svegliata e ha visto che il suo compagno dagli anni del liceo se n’era andato per sempre. Verrà seppellito a Torino, la città di cui fu sindaco, nella tomba di famiglia. Funerali laici, veglia funebre nella sala rossa del Comune. Sulla sua tomba verrà scritta una sola parola, “Liberale”, così ha lasciato disposto.

Tessera del Partito Liberale Italiano, - Italian Liberal Party card,

Tessera del Partito Liberale Italiano, 1923

Uomo di cultura, più volte ministro nei governi Craxi e De Mita, fu il primo responsabile del dicastero dell’Ambiente, poi fu alla Difesa, e Maria Pia ricorda ancora con poca nostalgia le cene e i pranzi di cerimoniale dove bisognava presenziare più per dovere che per piacere, “una noia”. Lascia tre figlie, tre cani mezzi labrador e mezzi setter (Bill, Bull e Dog), e un gran vuoto in quella tradizione liberale mai piegatasi a destra e men che meno a Berlusconi.

D27-65

Giovanni Malagodi con Vittorio Badini Confalonieri in una riunione del Pli (http://senato.archivioluce.it/senato-luce/)

Ereditò la guida del Partito liberale dopo la lunga gestione di Giovanni Malagodi, distintasi non certo per una impostazione liberal, “ho sempre stimato Malagodi, ma non ho mai condiviso la sua linea ultra moderata”, ricordava Valerio. Con un altro segretario del Pli, Renato Altissimo, era amico di famiglia, ma poi ruppe il sodalizio all’epoca di Tangentopoli, unico leader del vecchio pentapartito, Zanone, a uscirne indenne.

poster pli anni 70

poster elettorale degli anni 70

Quanto a Berlusconi, per Zanone era semplicemente e scherzosamente “papy”, così ne parlava dopo le vicende che portarono alla luce le prime magagne del Cav. E ogni tanto raccontava pure di quella volta che Berlusconi lo convocò, come altri senatori, per tentare di portarlo dalla propria parte, o comunque di tradire Prodi e l’Ulivo con il quale era stato eletto, “ma che ci fa un liberale come lei con questi comunisti?”, esordì il Cav, e Zanone: “Capisco che lei voglia vincere sempre e a qualunque costo, ma ci sono delle cose non negoziabili, e io comunque non sono negoziabile”, troncò sul nascere il senatore liberale ulivista.

Italian politics

Con Bettino Craxi, 1983

Fu la sua ultima esperienza da parlamentare (alla fine, di anni da deputato e senatore ne accumulò diciotto), Zanone abbandonò le Camere ma non la politica. Faceva parte di quella generazione per la quale la politica è tutto, casa, famiglia, lavoro, impegno, passione, studio. Continuò a frequentare partiti e leader che secondo lui avevano recepito qualcosa della cultura liberale, si legò a Francesco Rutelli che lo convocò spesso per riunioni e per decisioni anche importanti, e aderì pienamente alla Margherita rutelliana.

I suoi consigli e le sue analisi erano più che graditi, sollecitati, un ruolo di primo piano ebbe anche al sorgere del Pd frutto dell’unione tra Ds e Margherita, al punto che quando Walter Veltroni studiava di nominare un presidente onorario del neonato partito e pensava a Reichlin, dietro le quinte su suggerimento dei margheriti girò il nome proprio di Zanone. Ma non se ne face nulla.

Foto-e1452160764754-600x300

Con Giorgio Napolitano

Un’altra attività che lo impegnò fino a poco tempo fa, furono le celebrazioni per il 150° anniversario dello Stato italiano: Zanone fece parte del comitato presso il Quirinale, voluto da Ciampi prima e da Napolitano poi, che gli permise di intervenire da protagonista a varie conferenze e commemorazioni. Frutto di tutta questa attività, uno studio su Cavour che non ha potuto terminare.

Dell’amato conte piemontese possedeva lettera autografe, conosceva tutta la vita, i particolari, le minuzie così come i grandi eventi, gli accordi di Plombièrs come le trattative con Garibaldi che non aveva in grande stima. La missiva di cui andava fiero, e che mostrava spesso, era quella dove il conte Cavour mandava al diavolo nientemeno che il re Vittorio Emanuele in persona perché aveva mandato all’aria una delle sue tante sottili trame diplomatiche con la Francia. L’ultima sua battaglia prima che il male al pancreas lo colpisse, quella di non far cadere la fondazione Einaudi di cui era stato presidente, sotto il controllo di Forza Italia e di Berlusconi.

 

Bertoloni

Nino Bertoloni Meli

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...