Care, dolci e fresche acque

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Un cestaio di fontanelle, 1910

GIORGIO FRASCA POLARA
Di fronte alle paurose differenziazioni delle tariffe dell’acqua da un capo all’altro del Paese (comunque elevatissime ovunque, e in continuo aumento) è stato chiesto alla Camera quando e come – insieme ad una riduzione dei costi – si potrà giungere ad un tariffa in qualche modo unitaria a livello nazionale.

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Risposta del governo, e per esso del ministro per l’Ambiente Gian Luca Galletti: “I tempi sono purtroppo lunghi in ragione delle diverse situazioni territoriali, geomorfologiche, organizzative e gestionali che caratterizzano il Paese”. E tuttavia “l’impegno dell’Autorità per il sistema idrico (cui spetta la regolazione nazionale del servizio idrico integrato) e del governo, orientato ad un’armonizzazione tariffaria, è quello di approntare ogni possibile azione che possa accelerare il processo infrastrutturale e di governance del settore idrico in modo da superare i gap infrastrutturali, organizzativi e gestionali (la gran parte delle migliaia di gestioni è in mano a privati speculatori, ndr) che rendono ad oggi impossibile ipotizzare una tariffa unica nazionale”. Insomma, il governo risponde picche.

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Acquedotto Claudio

Questa risposta è assai inquietante dal momento che negli ultimi sei anni il costo dell’acqua è mediamente aumentato per l’utenza domestica del 33 per cento, ma è la classica media del pollo. E infatti in cinque città le tariffe sono raddoppiate e persino triplicate (Reggio Calabria + 164,5 per cento), Lecco (+126), Benevento (+100), Carrara (+93,4), Viterbo (+92,7), e in altri 35 capoluoghi gli incrementi hanno superato il 40%. In generale, il caro-bollette viaggia più spedito al Centro (+47,1 per cento rispetto al 2007), seguono le regioni del Nord (+32,1) e quelle del Sud (+23).

 

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Acquedotto in zona di montagna (fonte: http://www.danijay.com/cosmesrl/)

 

In effetti Autorità e governo si vogliono considerare impotenti di fronte a cinque elementi che gravano come macigni sulla gestione delle acque per uso domestico e altro. Il primo è costituito dalle perdite delle condotte: la dispersione idrica raggiunge oramai il livello del 33 per cento, con un costo – l’acqua sprecata – di 3,7 miliardi/anno. Il secondo problema è rappresentato dalla mancanza di impianti di depurazione: gli attuali coprono a malapena il trenta per cento delle comunità. E ancora: il quindici per cento dei comuni non ha sistemi fognari, e i gestori riescono spesso a strappare all’Autorità l’autorizzazione a far gravare sulle bollette parte della spesa per realizzarli. In più c’è quella che viene definita la “piaga” delle bollette non pagate: la morosità tocca il 4,5 per cento del fatturato con picchi anche del venti: bel sistema quello di caricare sugli onesti quel che non hanno pagato i disonesti o quanti non hanno i soldi per pagare l’acqua, e qui si ripropone la vecchia questione della mancanza di misure di supporto per le fasce deboli.

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Manutenzione di un acquedotto (fonte: http://www.danijay.com/cosmesrl/)

Ma l’impotenza di Autorità e governo rasenta l’irresponsabilità di fronte ad un quinto fattore. Dice il ministro Galletti che le determinazioni tariffarie per il 2014-2015 riguardano 1.736 gestioni per quasi 47 milioni di abitanti (a proposito: quale paurosa parcellizzazione che si traduce, con la progressiva smobilitazione delle municipalizzate, in una spartizione affaristica tra privati). Ebbene, per 126 gestioni risulta “approvato il relativo schema regolatorio”; per altre 161 “è stata disposta l’invarianza dei corrispettivi”. E per le altre 1.449 gestioni? Testuale il ministro: “Non hanno inviato i dati, gli atti, le informazioni richiesti ai fini tariffari” per cui le tariffe “sono state determinate d’ufficio”.

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Giorgio Frasca Polara

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