Necessità e debolezza della cultura politica comunista in Italia

 

ACHILLE OCCHETTO
Mi sembra alquanto problematico affrontare il tema della crisi della cultura comunista in Italia senza tenere conto di due presupposti fondamentali.

Il primo, che per comprenderne la crisi occorre avere chiari i presupposti su cui si è fondata, e i punti di contatto e di progressiva autonomia dal mainstream del comunismo internazionale. Cercando di non incorrere nel duplice e contrapposto errore di identificarla con la matrice leninista, oppure di vantare una quasi totale autonomia rispetto a quel grandioso processo storico apertosi con la rivoluzione d’Ottobre. Il secondo presupposto è di non nascondere l’originalità della cultura comunista in Italia dietro il manto della distinzione tra comunismo ideale e comunismo reale. In realtà la crisi di quella cultura si inscrive principalmente nel suo decorso, che si è consumato nel contraddittorio rapporto tra principi e inveramento storico.

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La tomba di Rosa Luxemburg a Berlino

Per questo mi muoverò al di fuori di tutte quelle impostazioni che, dopo il crollo del Muro di Berlino, hanno preteso che la scomparsa del socialismo reale abbia trascinato con sé ogni possibilità di critica al capitalismo, e abbia segnato la fine di tutti i capisaldi del pensiero di sinistra. Nel contempo cercherò di non dimenticare che comunismo e socialismo sono nati dalla stessa coscia di Giove.
La cultura comunista in Italia si è caratterizzata sia per il suo rapporto con l’insieme di quella concezione del mondo e del potere che ha attraversato le vicende a livello internazionale e sia per il suo sviluppo autonomo e del tutto originale. Una sua riduzione nell’ambito dei confini nazionali sarebbe in netto contrasto con uno dei suoi presupposti fondamentali: l’internazionalismo.

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Pasolini di fronte alla tomba di Antonio Gramsci, sepolto al cimitero acattolico di Roma

In realtà non si può parlare di una sola cultura comunista. Diverse culture comuniste sono cresciute in molteplici centri intellettuali, nelle elaborazioni di grandi personalità eterodosse, in contributi di notevole rilievo come quelli di Gramsci e Rosa Luxemburg, attraverso differenti esperienze storiche in oriente e occidente. Le idee di comunismo di Trotsky, Bucharin  e Stalin erano sensibilmente lontane tra loro, così come quella di Brežnev e Berlinguer. Anche in Italia, e tra gli stessi comunisti, la percezione degli ideali del socialismo è stata molto diversa prima e dopo la Resistenza, in seguito ad una crescente contaminazione democratica favorita dall’unita’ antifascista.

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L’Espresso dedica un lungo articolo alla nomina di Enrico Berlinguer a vicesegretario del Pci, 23 febbraio 1969

In generale, i comunisti, su scala mondiale, hanno dato versioni molto distanti del significato della parola stessa. In ciò consiste l’equivoco dell’uso della stessa parola per designare cose profondamente diverse. Questa ambiguità nel rapporto tra significato e significante non è ancora stata sottolineata con sufficiente attenzione sul piano teorico e ha ingenerato non pochi equivoci sul terreno della pratica politica. Si è giunti al punto che, a livello dei mass media, il movimento criminale e terrorista dei Khmer rossi è stato definito come marxista. Ora chiunque abbia fatto la scuola dell’obbligo sa che si tratta di un accostamento aberrante.

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Pol Pot, a destra, accoglie il dirigente del Pc cinese Wang Dongxing all’aeroporto Pochentong di Phnom Penh, novembre 1978. Dietro s’intravvedono i dirigenti khmer rouge Khieu Samphan e Nuon Chea

Per chiarire meglio cosa intendo dire basti pensare al fatto che, ad esempio, l’elemento nazionale del comunismo cinese, inserito nella millenaria autosufficienza e senso della centrale superiorità della cultura cinese, aveva ben pochi contatti con la tradizione popolare, socialista e comunista, dell’Occidente.
La completa rinuncia a se stesso dell’individuo, la sua totale immersione nella collettività erano del tutto opposti alla auto- realizzazione e liberazione dell’individuo di cui avevano parlato Gramsci e lo stesso Marx. Si è trattato di due visioni profondamente diverse. Si vede ad occhio nudo che ci sono stati ben pochi contatti tra le origini razionaliste e illuministe delle idealità del movimento operaio italiano e il misticismo volontarista e comunitario del comunismo orientale. Infatti, mentre il ramo centrale della cultura socialista e comunista è nato, come si diceva una volta, dalla filosofia tedesca, dal pensiero politico francese e da quello economico inglese, i tre elementi fondamentali che hanno caratterizzato quella comunista in oriente sono stati il volontarismo, la tensione morale e Il misticismo collettivista, unificati in una ideologia nazionale giustificata dalla sacrosanta esigenza di liberazione dal colonialismo.

Per una certa fase l’unico elemento di unificazione del comunismo su scala planetaria, sia pure declinato in modi diversi, è stato l’anti-imperialismo.
Nello stesso tempo la ricerca aperta dal comunismo italiano, segnatamente per impulso di Palmiro Togliatti, di una via italiana al socialismo, che ha caratterizzato il cammino inedito dei percorsi intellettuali dei comunisti italiani, per un lungo tratto, ha seguito un itinerario che non si distanziava dai presupposti su cui si fondava il comunismo a livello mondiale. Solo successivamente sono emerse differenti interiorizzazioni dell’idea di comunismo.

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Pietro Ingrao con Vittore Branca, Venezia, 1976

Per fare un esempio incontrovertibile, l’idea di comunismo di Giorgio Amendola
e quella di Pietro Ingrao erano sensibilmente diverse. Ma la storia non si occupa di come ciascuno di noi ha vissuto le cose. Si occupa di processi oggettivi che hanno coinvolto grandi masse, popoli, paesi interi e Stati. Per questo non mi occuperò del tema sotto il profilo più generale della storia delle idee, bensì sotto quello del modo come, nei suoi aspetti fondamentali, la cultura comunista è stata vissuta e percepita da grandi masse.

D’altronde il divario tra idealizzazione e realizzazione pratica è presente in tutte le culture, dall’illuminismo al socialismo fino ad arrivare al pensiero liberale. L’individualismo laico, razionalista e progressivo che dominava il pensiero illuministico è stato messo ripetutamente fuori gioco. Il pensiero liberale classico è stato gettato nel cestino della carta straccia dalle società neoliberiste. La forza storica dell’ideologia rivoluzionaria socialista e comunista, nata dal seno della duplice rivoluzione, quella industriale e quella politica del 1789, e della quale nel 1848 esistevano già i primi vagiti ideali, si è inverata e contraddetta in molteplici e contrapposti esperimenti politici.

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La libertà, l’uguaglianza e la fraternità del motto della Rivoluzione francese non si è mai compiutamente realizzato né in Oriente né in Occidente. L’ispirazione liberale di un regno della libertà individuale in un mondo in cui tutti sarebbero diventati proprietari è stata vanificata, non dal comunismo, ma dallo stesso capitalismo. La medesima cosa e’ avvenuta per quel complesso di idee della sinistra italiana che tenderei ad inscrivere in una più generale cultura social-comunista.

Fin dai suoi scritti giovanili – i famosi Manoscritti economico-filosofici del 1844 – Marx aveva tentato di risolvere il problema della libertà parlando di completa liberazione umana, di un umanesimo giunto al proprio compimento, ipotizzando una società “nella quale il libero sviluppo di ciascuno sarà la condizione per il libero sviluppo di tutti.”
E in Italia Gramsci aveva affermato che «L’elemento Stato-coercizione, si può immaginare esaurentesi mano a mano che si affermano elementi sempre più cospicui di società regolata», cioè di società civile. Il continuo incremento della società civile, accompagnato da una graduale riduzione degli interventi autoritari e coattivi, avrebbe rappresentato l’inizio di un’era di libertà organica.
Niente di tutto questo si è realizzato.

Qui nasce il paradosso del problematico rapporto tra comunismo ideale e reale movimento storico. Un paradosso che nasce da un grande equivoco e che consiste nel fatto che mentre il regno della libertà prefigurato dal marxismo, per quanto carico di finalismo utopistico, richiedeva uno sviluppo delle forze produttive tale da creare le condizioni materiali idonee a facilitare l’instaurarsi di più libere relazioni umane, il centro della rivoluzione mondiale è stato la Russia, dove non c’erano le condizioni oggettive che Marx aveva posto a base di un superamento del capitalismo. Tuttavia, il Capitale di Marx avrà modo, in seguito, di vendicarsi ampiamente.
Senza voler mettere le brache al mondo, negando che ci fosse nella Russia zarista una condizione rivoluzionaria che andava colta, non c’è dubbio che le tappe successive alla rivoluzione d’Ottobre soffriranno di quella contraddizione.

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Il MEL, Istituto Marx-Engels-Lenin, Mosca, 1931

Si pone qui la prima nota di una sinfonia tragica destinata ad ampliarsi in movimenti allegri, trionfanti, lugubri e, infine, drammatici. La cultura comunista in Italia si innerva in questi movimenti, distinguendosi da quella socialista democratica; aprendo, nel contempo, un contrasto insanabile tra comunismo ideale, esperienza storica e socialismo reale.
Per ciò che riguarda i marxisti, i peggiori di loro, attraverso l’ossificazione dogmatica e la riduzione a ideologia di quello che era nato prevalentemente come pensiero critico, hanno rinsecchito quel ramo della ricerca scientifica su cui stavano seduti, ma anche, nei migliori, il rimanere chiusi in una regione del sapere, e nell’avere sottostimato altri approcci al reale, ha finito per limitarne l’influenza.

Non sono certo mancati interessanti tentativi di connessione tra marxismo, esistenzialismo, fenomenologia, si sono fatte sentire significative voci di apertura verso il pensiero dello stesso Nietzsche, e interessanti approcci alla psicoanalisi con Reich,
Marcuse ed Erich Fromm e così via.

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Herbert Marcuse con Angela Davis, 11 ottobre 1970, Ford Hall Forum, Boston

Ma, per un lungo periodo, la cultura comunista dominante è stata quella che si è materializzata nel campo socialista vincente e nel movimento politico a questo legato. Per questo si può certo parlare di una originalità del pensiero politico dei comunisti italiani, ma non di una loro estraneità all’insieme del mondo comunista.
Mosca, per un lungo periodo, è stato Il centro politico e culturale, la concezione del potere il suo collante fondamentale. Di là si è irradiata la visione fondamentale del comunismo, così come è stato vissuto nel pensiero e nella vita di masse sterminate, e come è stato, per lungo tempo, percepito da sostenitori e avversari.

Il pensiero di Gramsci maturava nella totale solitudine del carcere e non ha avuto, per molto tempo, alcuna influenza sul comune sentire del movimento operaio. Le sue stesse avvertenze, scritte in una lettera a Togliatti, sulle tendenze autoritarie del regime sovietico, vennero disattese. Il corso degli eventi maturava in un’altra direzione. Tuttavia è lecito chiedersi quali siano stati i motivi di fondo che hanno fatto fiorire differenti visioni e concezioni del mondo tra gli stessi comunisti italiani, che tuttavia avevano preso le mosse dalla medesima matrice storica.
Occorre, a mio avviso, aver presente che nel progressivo concentrarsi di diversi filoni del pensiero di sinistra sotto le bandiere del leninismo il successo è stato il fattore determinante. Molto più importante della battaglia delle idee. Due sono stati i momenti di raccolta di gran parte della intellettualità attorno all’area culturale che aveva il suo centro nell’Urss: la vittoria della rivoluzione russa e la funzione centrale della stessa Unione sovietica nella sconfitta del nazifascismo. Nello stesso tempo Il successo, in una prima fase, sembrava confermare in toto la validità delle idee.

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La celebre fotografia di Yevgeny Khaldei che riprende il soldato dell’Armata rossa che sventola la bandiera sovietica sul tetto del Reichstag a Berlino, maggio 1945

Come sappiamo, il crollo dell’economia mondiale tra le due guerre distrusse per mezzo secolo il liberismo economico e le politiche deflattive che si limitavano a tenere i bilanci in pareggio e a tagliare le spese. In quel contesto il paese che era uscito dal mercato unico mondiale era rimasto immune dalla crisi, i successi dei primi piani quinquennali, proprio mentre l’economia occidentale era alle prese con la grande crisi, suscitarono una forte impressione.

Era il periodo in cui economisti ed industriali andavano in visita nel paese del socialismo per vedere da vicino il mistero della pianificazione; e gli stessi socialdemocratici adottarono la politica di piano. Il capitalismo aveva abbandonato il liberismo selvaggio seguendo le ricette keynesiane. Le previsioni economiche di Marx sembravano avverarsi. Come ha sostenuto Hobsbawm, nel Secolo breve, la vicenda culturale complessiva del ‘900 non può essere compresa senza la rivoluzione russa e i suoi effetti diretti e indiretti anche sulle altre culture ed esperienze pratiche. E ciò sarebbe avvenuto perché l’URSS avrebbe salvato il capitalismo liberale, sia permettendo all’Occidente di vincere la seconda guerra mondiale, sia rifornendo al capitalismo l’incentivo per riformarsi.

Al di là di questa interpretazione non c’è dubbio che si spiega con il “successo” e la “forza materiale” il fatto che le giovani generazioni che provenivano dalle file del socialismo rivoluzionario e delle diverse sinistre divennero comunisti ortodossi all’interno del movimento guidato da Mosca e sotto l’ispirazione di un marxismo sfigurato dalle interpretazioni dell’istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca.
Tuttavia, il cuore di questo filone della cultura comunista aveva al suo interno il tarlo della sua degenerazione e della sua sconfitta.
Questo tarlo sta nell’idea stessa di passare dal capitalismo privato al capitalismo di stato: una degenerazione, che è stata, a mio avviso, chiamata impropriamente socialismo. E che ha portato alla sconfitta la configurazione di una società che si riduceva a tre soggetti fondamentali: il partito, l’esercito e la pianificazione centrale.

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Icone rivoluzionarie nel Nammuna Agricultural Center, gestito dall’United Communist Party of Nepal (maoista)

Qui si manifesterà il più clamoroso allontanamento del comunismo sovietico dallo stesso marxismo.
Marx non parla, se non di sfuggita, di statalizzazione, per di più solo per alcune produzioni di base, realizzate, in seguito, proprio dalle più svariate forme di capitalismo di Stato. Marx parla di socializzazione: obiettivo in grandissima parte attuale. Quale socialismo reale ha mai realizzato questo obiettivo?

Con ciò voglio segnalare che nella cultura comunista sono presenti due prospettive sensibilmente differenti: quella della socializzazione e quella statalista, che tuttavia ha dominato la scena.

Il secondo passaggio di grandi masse e di intellettuali di diversa estrazione democratica si ebbe in seguito alla vittoria contro il nazifascismo. Si apre una fase in cui l’Urss viene vista come faro di libertà. Visione che rimase per molto tempo inossidabile nella percezione di molti intellettuali di prim’ordine, anche dinnanzi alle tragiche prove di autoritarismo e di repressione che venivano da quel campo. E ciò, a mio parere, è potuto accadere per un aspetto rilevante della cultura comunista del tempo: il giustificazionismo storico. Con il quale, di volta in volta, l’arretratezza dei punti di partenza, le infiltrazioni controrivoluzionarie, l’accerchiamento imperialista venivano assunti come giustificazioni dei più terribili delitti. L’idea stessa che i fini giustificassero i mezzi è stata, per molto tempo, del tutto lontana dalla percezione che i mezzi possono sporcare i fini. Tale giustificazionismo in Italia si nutriva di una interpretazione scolastica e discutibile dello storicismo nel suo filone centrale che da De Sanctis passava attraverso Labriola per arrivare a Croce.
Nello stesso tempo non possiamo nasconderci che il vero tarlo originale di quella cultura è stato il giacobinismo. La sua ricetta vincente: l’organizzazione, il partito.
Perché insisto sul valore culturale della concezione del partito?
Perché non si è trattato di un fatto meramente tecnico-organizzativo. La concezione del partito è stato il fulcro di quella cultura, sia perché la distingueva in modo radicale dal socialismo democratico e sia perché da quella cultura del partito discendeva tutto il resto: la visione istituzionale, la concezione del potere e dello stato, la tensione morale, l’etica pubblica, la sottomissione del privato al pubblico. Si è aperta, in tal modo, nella storia del novecento, una fase in cui milioni di uomini e donne credevano, in buona fede, che il partito avesse sempre ragione. L’evoluzione o meglio la degenerazione di questa idea del partito seguirà percorsi diversi.

In Unione Sovietica è successo che l’originaria visione giacobina della fase rivoluzionaria, che avrebbe dovuto essere transitoria, si cristallizzasse in una concezione del partito destinata a degenerare nel passaggio dal leninismo allo stalinismo.

Come è stato da più parti sottolineato, il partito poteva richiedere ai suoi membri una devozione e uno spirito di sacrificio straordinari, nonché una completa adesione al compito di mettere in pratica le sue decisioni a qualunque costo. Questa potente macchina morale, culturale e organizzativa spiega al tempo stesso i grandi successi e la sua definitiva crisi. Lascia senza fiato, alla luce delle drammatiche esperienze del novecento, la descrizione di Sartre della trasformazione del gruppo originario, fondato sulla solidarietà, sulla passione individuale e collettiva in vista di un fine e del cambiamento, quello che chiama gruppo in fusione, in gruppo istituzionalizzato, che da mezzo diventa fine. Che fonda la sua ragione d’essere sulla sua conservazione, subordinando ad essa l’individuo e utilizzando il pensiero come parola d’ordine, dogma ossificato.

Come sappiamo nella realtà la stessa idea, prevalentemente giacobina, di Lenin, della dittatura del proletariato si è trasformata in dittatura di partito e la dittatura di partito in dittatura personale e nell’idolatria del capo, chiamata pudicamente culto della personalità. Due nobili parole “culto” e “personalità” che messe insieme hanno mietuto vittime tra i migliori comunisti.

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Tessera del PCI

Quella cultura del partito, di cui ho parlato, ha avuto in Italia una diversa interpretazione, rimanendo tuttavia la spina dorsale della militanza politica. Il partito nuovo di Togliatti non era già più un partito di tipo leninista. Ma è a partire dagli anni ’70, con la cosiddetta strategia eurocomunista, che diventeranno sempre più evidenti le incongruenze tra il tipo di democrazia interna al partito e la nuova concezione della democrazia e del pluralismo politico. Anche se il centralismo democratico rimarrà sempre un principio sacro. La sacralità di tale principio si manifesterà, non a caso, con la radiazione del gruppo de il manifesto. Tuttavia il principio dell’unità monolitica è ormai decaduto, e la legittimità delle differenti posizioni è accettata e, in alcuni casi, anche ufficialmente riconosciuta. Si afferma che nel quadro del centralismo democratico “il partito deve innanzitutto sviluppare una profonda democrazia di massa, metodi di libera discussione e di libera espressione delle posizioni di critica e l’iniziativa di ogni membro”.

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Lucio Magri e Pietro Ingrao

Nel contempo non possiamo non registrare un conflitto interno alla stessa cultura comunista, che si è manifestato in forme sempre più crescenti di avversione aperta al cosiddetto marxismo-leninismo-stalinismo. Che si sono espresse non solo nei circoli intellettuali. Anche in seno al Pci, si incominciano a contrastare tutte le forme di marxismo volgare che, nel nome della libertà reale, hanno calpestato quella formale, fino ad arrivare, sia pure troppo tardi, a considerare progressivamente contrarie all’essenza del pensiero socialista le società dell’Est europeo. Nelle quali, come è noto, vigeva una sottovalutazione delle libertà politiche e civili che si è trasformata in orrori e delitti. A partire da quell’eclisse del socialismo inteso come liberazione umana, che è stata provocata dallo stalinismo, e che, tra gli altri delitti, ha portato il cosiddetto socialismo reale a fagocitare lo stesso comunismo ideale.

Non possiamo, tuttavia, non sottolineare il peso avuto dal movimento comunista italiano, che dentro l’involucro leninista ha di fatto coltivato gli ideali e la pratica di un socialismo democratico.
Il limite di questo filone della cultura politica comunista è stato un altro. Per un lungo periodo, a livello di massa, quella pratica sostanzialmente riformista ha avuto come orizzonte il millenarismo, l’attesa di una rivoluzione mondiale che aveva il suo entroterra sicuro nella potenza del cosiddetto campo socialista.
Tuttavia, il primo formidabile colpo inferto alla cultura comunista che si era irradiata dall’Urss non venne da destra, ma da sinistra.

La destra colpì, pur nel quadro di una generica predicazione della religione della libertà insensibile alle ragioni dell’eguaglianza, prevalentemente sul terreno degli insuccessi economici. La contestazione colpì al cuore la politica, molto prima del crollo finale.

Ci imbattiamo qui in un altro stupefacente paradosso storico: che la messa in discussione di alcuni capisaldi della cultura comunista ufficiale nasce da un movimento di contestazione mondiale che conteneva in se una forte spinta individualista accompagnata, in alcuni settori, da un nuovo bisogno di comunismo. Come molti studiosi del fenomeno hanno messo in rilievo, la rivoluzione culturale degli anni ’60 e ’70 può essere intesa come il trionfo dell’individuo sulla società, come rottura con un tessuto sociale in disgregazione dovuto alla crisi delle vecchie forme di aggregazione, tra cui fondamentale quella della famiglia, dei vecchi codici morali ad essa legati, che stavano anche alle radici dell’etica proletaria. In questo contesto si presentò sulla scena una nuova generazione come agente sociale indipendente.

image007 Il pensiero di sinistra che aveva individuato come forze motrici dell’azione politica il proletariato, i contadini, la piccola e media borghesia si trovò di fronte a una nuova potenza sociale. Solo questo era sufficiente a sconvolgere i parametri fondamentali della tradizionale visione comunista, e non solo. Si aprì con questa nuova realtà un singolare rapporto d’amore e di odio. Che ebbe tuttavia l’effetto di influenzare le componenti liberal presenti nella stessa sinistra tradizionale e di incoraggiare il progressivo strappo da Mosca.

Sta di fatto che un certo individualismo di sinistra si è innervato in alcuni filoni della visione del mondo comunista. Una miscela esplosiva, non ascrivibile alla cultura tradizionale del movimento operaio, si scagliò improvvisamente contro il capitalismo e nello stesso tempo contro l’ortodossia marxista-leninista-stalinista.

Si apre così la lunga fase del “rinnovamento nella continuità” che conduce dalla difesa di Longo della Primavera di Praga agli strappi di Berlinguer con la nota dichiarazione dell’esaurimento della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre, l’affermazione del valore universale della democrazia, l’accettazione dell’ombrello protettivo della Nato, il dialogo con le nuove tematiche emerse dalla contestazione. Tutto ciò determina un orizzonte culturale in grande movimento. L’incomunicabilità con la vecchia visione giacobina e statalista diventa sempre più evidente.

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Praga 1968, fotografia di Carlo Leidi

Tuttavia, quelle nuove acquisizioni politico-culturali sono state fatte operare dentro un legame con l’Urss, prima dichiarato di ferro, e poi progressivamente allentato, ma all’interno di una ipotesi di riformabilità di quella esperienza, che si è dimostrata impossibile. Non si è sentita fino in fondo la necessità di collocare i nuovi contenuti ed elaborazioni culturali dentro un diverso orizzonte di riorganizzazione della sinistra europea. Intenzione che si manifesterà tardivamente alle soglie del crollo definitivo del socialismo reale.

È avvenuto così che il socialismo reale, quello percepito dalle grandi masse del pianeta come il comunismo, si è trovato dinnanzi a un doppio scacco. Quello della natura autoritaria del potere e quello dell’inefficienza economica.
La contrapposizione tra libertà e uguaglianza aveva ormai segnalato un duplice fallimento, dal lato, della libertà e da quello dell’uguaglianza.
In questo nuovo contesto si è presentata sulla scena una rinnovata cultura comunista che tendeva a non confondere la crisi del suo filone storico al potere con la crisi di ogni visione alternativa al modello di sviluppo neo capitalista. Si è trattato di una nuova, sofferta, contraddittoria identità che cercava di non ridurre la cultura comunista alle esperienze fallimentari del socialismo reale. Una identità che, tuttavia, faceva convivere l’adesione acritica al cosiddetto campo del socialismo, considerato assieme al movimento di liberazione nazionale e alla classe operaia occidentale una delle tre forze motrici della rivoluzione, con una visione originale del potere e della stessa centralità della democrazia e della libertà.

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Olof Palme nel 1984

La progressiva democratizzazione della cultura comunista in Italia ha le sue radici nell’antifascismo e nell’esperienza unitaria della Resistenza, che nel corso del tempo ha condotto i comunisti italiani a sentirsi parte integrante della sinistra europea, anche attraverso percorsi intellettuali che incrociavano le più alte espressioni del socialismo democratico, come quelle di Brandt, Olof Palme e della signora Brundtland.

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Willy Brandt inginocchiato davanti al Monumento agli Eroi del Ghetto, Varsavia, 7 dicembre 1970

Pur nelle significative differenze, che nessuna analisi critica, scevra da furori ideologici, può permettersi di non rilevare, un aspetto della crisi anche di quei tentativi di democratizzazione va ricercato nell’aver coltivato una coscienza di massa, che non si distanziava dalla migliore tradizione del socialismo democratico, dentro il vecchio orizzonte in cui era sorta.
Tuttavia, non si può negare il fatto che i nuovi temi quali quelli dei diritti, del superamento dello statalismo, della cultura della diversità ispirata alla rivoluzione femminista, quelli dell’ambiente e della qualità dello sviluppo abbiano fatto crescere una nuova identità comunista, caratterizzandone un aspetto che non mi sentirei di dichiarare morto, soprattutto perché vive ancora nelle contraddizioni del reale.

Si sviluppa progressivamente una identità socialista democratica, che sul terreno della cultura politica si manifesta nel diciottesimo congresso del Pci, quello che precede di pochi mesi la svolta della Bolognina.
Come in tutti i momenti rilevanti, le novità crescono dentro i vecchi contenitori storici. Ad un certo punto il nuovo erompe e scardina il vecchio involucro. In questo senso la cultura della svolta ha i suoi antecedenti storici nell’evoluzione del pensiero del Pci e in quel salto qualitativo rappresentato dall’elaborazione collettiva del XVIII congresso, in cui si fecero sentire ragguardevoli novità culturali, in particolare sul terreno dei diritti, della centralità dell’ecologia e di una nuova relazione tra pubblico e privato. I comunisti italiani avevano ormai immesso nella loro cultura politica novità ragguardevoli, arricchendole attraverso un intenso dialogo politico e intellettuale con le nuove elaborazioni della stessa socialdemocrazia europea.

Non a caso al culmine di quel congresso tutti sentirono l’esigenza di chiamarsi “nuovo Pci”. Quello che mancava ancora alle nuove acquisizioni era una visione del quadro complessivo internazionale e nazionale che avrebbe comportato la definitiva uscita dal campo comunista e una nuova collocazione nella sinistra europea. Quel quadro apparirà davanti, come una rivelazione, oltre la caduta del Muro.

La chiave di volta di quella finale separazione stava nell’affermazione che “la democrazia è la via, non solo al socialismo, ma del socialismo”; che definiva una differenza significativa rispetto ai precedenti giudizi sul carattere non democratico del “socialismo reale”, che si limitava a sottolineare solo i “tratti illiberali” di quei modelli.
Tuttavia, non mi nascondo che giunti a questo punto il tema della crisi della cultura comunista confluisce problematicamente in quello della più generale crisi del pensiero socialista, a partire da che cosa si intende per socialismo.Ciò non toglie che, al termine di questa parziale carrellata sulle diverse culture comuniste, mi sento ancora di ripetere quello che dissi nel momento drammatico della scelta dell”89, e cioè che “le idealità comuniste vanno nettamente separate dal comunismo come storicamente si è realizzato… perché non vi è dubbio che esistono idee e concetti del patrimonio teorico comunista vitali, che sono entrati a far parte della cultura democratica occidentale”.

Come ebbe a dire in quegli stessi giorni un grande liberal-democratico come Norberto Bobbio, le ragioni da cui era nato quel movimento rimanevano in parte valide, erano i mezzi ad essere stati sbagliati. Naturalmente, io ritengo che anche le idee non possono non confrontarsi con i motivi della loro degenerazione pratica, dei tarli che le rodevano dall’interno, o, se si vuole dei loro limiti. Se come ebbe a dire Marx il socialismo non è un ideale bensì “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”, occorreva che il movimento reale si muovesse su un nuovo terreno. Su un terreno radicalmente diverso.

Queste osservazioni mi inducono a sottolineare che metodologicamente andrebbe fatta una analisi su ciò che è vivo e ciò che è morto nell’insieme delle culture della sinistra socialista e comunista del ‘900. Per coglierne i rispettivi limiti accanto a ciò che le accomuna nei meriti e nei demeriti.
Sono sicuramente in crisi il comune industrialismo, una visione ingenua e ottimista del progresso, la centralità del partito, per quanto organizzato da principi organizzativi diversi, una visione produttivista dello sviluppo e, solo tardivamente, sensibile ai problemi dell’ambiente, una, per molti versi simile, visione del potere come stanza dei bottoni di comando da occupare, anche se, almeno all’inizio della scissione tra comunisti e socialisti, da acquisire in modo diverso.
Le differenze sono state enormi, le degenerazioni del mondo comunista al potere inenarrabili. Le doppiezze e ambiguità del comunismo italiano rilevanti.

Tuttavia, faccio fatica a ritenere che il nucleo fondamentale del pensiero di massa che si è innervato nella cultura del movimento operaio del secolo breve sia, al netto delle enormi diversità di situazione, definitivamente tramontato.
Questa stessa riflessione non attenua però la constatazione che non si sta affermando, nell’insieme delle nuove sinistre su scala mondiale, l’idea di uno sviluppo evolutivo dell’idea comunista in termini di ritorno evangelico alla purezza delle origini, quanto piuttosto quello di una inedita contaminazione e rivitalizzazione di quei valori nel contesto di una diversa esperienza storica.

Alcuni aspetti della cultura socialista e comunista si configurano, forse, come una sorta di Araba fenice pronta a risorgere dalle sue ceneri?
In gran parte no, come ho cercato di sottolineare, ma in parte si.
È mia convinzione, che si stia diffondendo più che l’idea di una rifondazione del comunismo, quella di una rilettura e ricollocazione del pensiero di Marx al di fuori di ogni finalismo storico. E che sia possibile isolare il poderoso nucleo critico dalle pastoie ideologiche, separare le suggestioni messianiche e profetiche dalla critica scientifica dell’economia politica.
Vale per tutti, e anche per Marx, l’avvertenza di Labriola di distinguere tra sistematica e analisi critica. “Sarà sempre un errore non leggere e rileggere e discutere Marx… Sarà sempre un errore, un venir meno alla responsabilità teorica, filosofica, politica. Da quando la macchina per far dogmi e gli apparecchi ideologici “marxisti” (Stato, partito, cellule, sindacati e altri luoghi di produzione dottrinale) sono in via di estinzione, non abbiamo più scuse, più alibi, per distoglierci da questa responsabilità. Non ci sarà altrimenti avvenire. Non senza Marx, nessun avvenire senza Marx. Senza la memoria e l’eredità di Marx”.
Sono le parole di un importante filosofo non marxista, Derrida.

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Anche se scientificamente non possiamo profetizzare il crollo del capitalismo, questo non ci esime dal vedere che l’analisi di Marx delle contraddizioni capitaliste si è rivelata più realistica, alla prova dei fatti, dell’ipotesi neoliberista di una stabilizzazione che avrebbe portato benessere a tutti e la piena occupazione. Il principio di falsificazione di Popper, usato ampiamente contro di lui, dovrebbe incominciare ad essere applicato alla moderna ideologia monetarista. Ad essere intellettualmente onesti non possiamo non chiederci: da che parte militava l’ideologia?

È stato sicuramente più onesto, almeno su questo terreno, uno speculatore, il miliardario George Soros affermando: «Il sistema capitalistico non mostra in sé alcuna propensione all’equilibrio», e aggiungendo: «Chi possiede del capitale cerca di trarne il maggior profitto possibile, e in assenza di regolamentazioni continuerebbe ad accumularne sino a compromettere l’equilibro del sistema. L’analisi fatta da Marx ed Engels è dunque molto accurata». Jacques Attali, primo Presidente della Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo, ha affermato: “Malgrado tutto, la teoria di Marx riacquista interamente il suo significato nel quadro della globalizzazione di oggi, che lui aveva previsto. Assistiamo all’esplosione del capitalismo, al rovesciamento delle società tradizionali, alla crescita dell’individualismo, alla pauperizzazione assoluta di un terzo del mondo, alla concentrazione del capitale, alla decolonizzazione, alla mercificazione, allo sviluppo della precarietà, al feticismo delle merci, alla creazione di ricchezza da parte della sola industria, alla proliferazione dell’industria finanziaria, che punta a premunirsi contro i rischi della precarietà. Tutto questo, Marx l’aveva previsto.”

C’è quanto basta per dire che le recenti crisi economiche e finanziarie del 2007 e del 2011 del tutto impreviste dal pensiero neoliberista ripropongono una più accurata analisi delle tendenze in corso, cercando di ripensare le nuove contraddizioni del capitalismo, soprattutto in termini di costi umani, ambientali e morali, in termini di diseguaglianza, indigenza e di perdita di dignità, facendo tesoro del metodo marxiano, in concorso con i moderni strumenti analitici.

Tutto questo per dire semplicemente: ci sono elementi non secondari presenti nell’analisi critica della cultura comunista, soprattutto di quella eterodossa, che sono tutt’altro che da buttare, che anzi sono destinati a rivivere in forme nuove. Sono principalmente le risposte ad essere state sbagliate. Hanno fatto fallimento. Come abbiamo visto l’insieme del socialismo rivoluzionario è corso sotto le bandiere del leninismo sull’onda di un successo, dell’adesione ad una enorme forza materiale che ha condizionato il Novecento, e si sono dileguate in seguito ad un insuccesso. Il che è naturale. Si tratta del peso della verifica pratica che Engels riassumeva nella famosa frase : la prova del budino è nel mangiarlo. Le masse popolari dell’Est l’hanno mangiato, e dopo un primo momento di soddisfazione, lo hanno rigettato.

L’insieme della sinistra mondiale è rimasta senza una imponente forza alle spalle che le aveva dato l’illusione di potere, sia pure in modi diversi, attuare i suoi progetti di cambiamento, lo stesso socialismo democratico ha dovuto subire la controffensiva dell’ideologia unica neoliberista.
Il comunismo reale, con la sua cultura della politica e del potere che si era riflessa nell’insieme del comunismo su scala mondiale, è crollato.
Sono crollate le motivazioni di fondo che lo avevano alimentato? Non spetta a me fornire una risposta convincente ed esaustiva.
Dovrebbe tuttavia essere compito di una analisi non ideologica e apologetica, come quella che ha dominato il trionfalismo occidentale dopo la caduta del muro di Berlino, tentare un approccio intellettualmente onesto al problema.

occhetto

Achille Occhetto

Il saggio è pubblicato su carta dalla rivista trimestrale PARADOXA

 

 

Una risposta a “Necessità e debolezza della cultura politica comunista in Italia

  1. Nessun trionfalismo e men che meno occidentale. Si guardino le date: Parigi 1789, Berlino 1989. Ci son voluti due secoli perché il grande fraintendimento rivelasse le sue contraddizioni e si tornasse allo spirito originario. Il fraintendimento? Questo secondo me: che l’égalité non fosse, come quella sancita dalla prima costituzione francese del 1791, un égalité di fronte alla legge con pari opportunità per tutti i cittadini, ma che fosse invece garantita “a prescindere” come condizione sociale ed economica per tutti, garantita da uno stato burocrate e centralizzato che, di necessità, per poterla attuare, doveva negare quella liberté che alla égalité avrebbe dovuto essere invece intimamente legata.
    Achille Occhetto sembra essersi dimenticato che negli anni della sua svolta (89-91) citava spesso Ralf Darhendorf, il quale negli anni del crollo del muro nei suoi saggi politologici e sociologici rimetteva al centro il diritto di cittadinanza e la parità nel diritto anche e soprattutto come garanzia sociale. La cultura giacobino-comunista, che da Robespierre e da Saint Just in poi per mille rivoli si era sviluppata come grande movimento storico andava nell’ 89 novecentesco definitivamente in crisi e ridotta ad una larva. Ma il capitalismo sfrenatamente liberista e realmente individualista da quella data ha poco da gioire perché sempre in quella data in realtà si sono poste finalmente le premesse per metterlo all’angolo a favore di una libertà ( economica, culturale e sociale) continuamente controllata e temperata dal diritto, l’unico strumento che può fornire garanzie che tengano insieme libertà e uguaglianza come condizione per poter realizzare un progetto di felicità

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