Godetevi Stiffelio. Perché di Verdi non c’è solo La Traviata

 

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Giuseppe Verdi ritratto nel 1886 da Giovanni Boldini

ANTONIO AUGUSTO RIZZOLI

Sai, naturalmente, che i Tasmaniani che non commettevano
mai adulterio si sono estinti

William Somerset Maugham (The Breadwinner).

 

Lo stiffelius era, fino al XX secolo, una giacca scura, lunga fino al ginocchio, aperta posteriormente, a petto unico, con revers slanciati, indossata da benestanti e persone di ceto superiore (una volta era l’abito dei senatori). Era chiamata anche redingote (da “riding coat”) o finanziera. Un’opera che ha come titolo il nome di un abito? Ma è stato il personaggio dell’opera a dare il nome alla giacca lunga, non viceversa….
Stiffelio (italianizzazione di Stiffelius) è il nome di un protagonista di una novella francese, poi adattata a commedia di Émile Souvestre e Eugène Bourgeois, che era stata tradotta in italiano da Gaetano Vestri, Le Pasteur, ou l’Evangile et le Foyer, rappresentata nel febbraio 1849.

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Cerchereste invano nel Lanson (“Histoire illustrée de la littérature française”) i loro nomi. Souvestre viene altrove ricordato come un bretone, scrittore morale, pieno di buoni propositi, un po’ noioso, e Bourgeois, suo parente e collaboratore, un notaio, che decedette precocemente a soli 29 anni.
Nella storia vi sono due personaggi con questo nome: un monaco, seguace di Lutero, che finì la sua vita come professore di matematica a Jena e un guaritore, discepolo di un pittore di nome Müller, agli inizi del 1800 (almeno così riporta la bibbia su Verdi del Budden).
Il dramma dell’uomo tradito negli affetti familiari era di moda nell’Ottocento. Lev Nikolaevic Tolstoj ne lasciò una perfetta descrizione in Aleksei Aleksandrovič Karenin nel 1877. Il tradimento era, per così dire, fisiologico, perché troppo spesso o quasi, sempre allora (ma anche ora), molte giovani donne venivano spinte al matrimonio da ragioni di convenienza, per poi scoprire, una volta sposate, la sensualità e la passione. Le madri avevano (e hanno) in questo un ruolo fondamentale di (mali) consigli. Il vissuto invece dell’adultera, e i suoi impulsi, è stato invece ben trattato da Arrigo Boito nella contessa Livia Serpieri di “Senso”(1883). (Ma nella versione cinematografica Alida Valli è troppo bella e troppo giovane per meritare le ingiurie di Fritz Mahler ubriaco, trovato assieme ad una giovanissima prostituta.)

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Alida Valli nella scena iniziale del film Senso (Luchino Visconti, 1954) ambientata alla Fenice

Verdi qui anticipa l’argomento e sceglie il soggetto, su consiglio di Piave, perché stanco dei soliti intrecci melodrammatici anticipando La Traviata e imboccando la strada del realismo. L’opera, per la prima volta, non gli era stata commissionata da un teatro, ma dallo stesso editore Giulio Ricordi.

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Francesco Maria Piave, librettista e scrittore (Murano, 1810 – Milano, 1876)

Il muranese Francesco Maria Piave, ispiratore della trama, si occupò, piuttosto febbrilmente, del libretto in una sua lunga trasferta a Busseto. Abbondò in settenari, ottonari ed endecasillabi. Egli tagliò tutta la prima parte della commedia e fece iniziare il libretto “in medias res” con il ritorno di Stiffelio a casa dopo l’esilio. Rimangono così sconosciute nell’opera motivazioni e svolgimento dell’adulterio perpetrato da Lina.
La trama è lineare: un pastore protestante, Stiffelio (tenore), ha sposato una fanciulla Lina (soprano), si presume più giovane di lui, figlia di un nobile colonnello, Stankar (baritono). Egli è stato costretto ad abbandonare la patria (Germania, sulle rive della Salzach) perché perseguitato quale capo di una setta religiosa, gli assasveriani. Quando ritorna ha modo di sapere che un giovane nobile, Raffaele di Leuthold (tenore), ha approfittato della sua assenza per sedurgli la moglie Lina (soprano). (Oppure Lina, ha scoperto, in absentia uxoris, che le belle parole del marito per giunta lontano non valgono quanto un robusto amplesso?) Comunque sia, Lina entra in crisi, erra nel cimitero e, sulla tomba della madre, si pente, e lo confessa a Stiffelio. Il suocero Stankar, alla notizia dell’adulterio, s’invelena e riesce a uccidere Raffaello in un duello. Stiffelio, in preda a sentimenti di vendetta, in chiesa, ma, aperta la Bibbia per predicare su esortazione di Jorg, suo predecessore come pastore, s’imbatte e legge la storia della donna sorpresa in adulterio, guarda la moglie tra i fedeli e… la perdona.

Jorg (basso) (il precedente pastore) e Dorotea (mezzosoprano) cugina di Lina ,sorella di Federico di Frengel (tenore) sono spettatori dell’azione.
Il libretto è consultabile in: libretti d’opera.
L’argomento adulterio era incandescente e anche, anni più tardi, Lev Nikolaevic fu criticato per “Anna Karenina” che Dostoievskij giudicò invece il più perfetto romanzo della letteratura russa.

La censura intervenne pesantemente a tutela della santità del matrimonio (che è un contratto reciproco e non ha nulla di sacro…). Le peripezie di Verdi, Piave e Ricordi con essa iniziarono a Trieste, ove l’opera ebbe la prima nel novembre 1850 e non si arrestarono né a Firenze, né a Venezia.

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La società di allora non poteva infatti tollerare che in un’opera si trattasse assieme di religione e di adulterio, per giunta con un protagonista prete (ancorché protestante). L’equivalente attuale sarebbe un’opera che mettesse in scena i turbamenti e le peripezie di un prete pedofilo (ci arriveremo, prima o poi, il soggetto, contrariamente a ciò che pensa la gente, è assai drammatico). Giudicare equamente le ragioni censorie a distanza di centosessant’anni riesce difficile, ma certo, come al solito, l’artista aveva precorso i tempi.
Philip Gossett, a pag. 184 del suo “Dive e Maestri”, fa un’analisi di come operasse la censura nei secoli scorsi, colpendo non solo Stiffelio e Rigoletto, ma anche Maria Stuarda e Poliuto. Non la copierò, andate a leggervelo in originale.

Dopo gli avvenimenti del 1848-49, le autorità austriache non erano disposte a concedere la minima licenza per i drammi nel teatro.
E Verdi che aveva un carattere tutt’altro che docile (molti musicisti avevano caratteri focosi e reattivi, da Monteverdi a Stradella, a J. S. Bach, a Wagner) se la legò al dito, esasperato dalla codina bigotteria dei censori. Dette ordine a Ricordi di tenere la partitura in cassetto. La ripresentò un anno dopo (1851) a Firenze con il titolo Guglielmo Wellingrode, ove il protagonista era divenuto un ministro tedesco. Sette anni più tardi ,cercò di riproporre la musica, mettendo assieme, con frammenti dello Stiffelio, un’altra opera, Aroldo. In essa aggiunse un quarto atto e trasportò l’azione al tempo delle crociate. Inoltre ordinò il ritiro di Stiffelio con la distruzione di tutto il materiale antecedente e strappò e sostituì nell’autografo dell’Aroldo le pagine che si riferivano all’opera precedente.
Così si perse la partitura di Stiffelio. Gli spartiti per canto e pianoforte, peraltro, per quanto rari, furono sempre a disposizione degli studiosi, consentendo così ai critici più quotati (Gatti, Toye, Abbiati ecc.) di emettere giudizi critici su quest’opera sconosciuta.
Ma nel 1968 al Conservatorio di S. Pietro a Majella (Napoli) furono ritrovate due copie manoscritte, due apografi, una di Stiffelio e l’altra di Guglielmo Wellingrode. Fu allestita subito una rappresentazione a Parma. Nel 1992, vincendo la resistenza degli eredi di Verdi, Philip Gossett , il celebre critico americano, riuscì a mettere la mani sul libretto autografo e sulle pagine originali dello Stiffelio non riportate nell’Aroldo. Ne seguì una famosa edizione critica a cura di Kathleen Hansell editor di musica alla University of Chicago Press.

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La prima moderna di Stiffelio, come sopra detto, ebbe luogo al Teatro Regio di Parma il 26 dicembre 1968, nella revisione di Rubin Profeta e sotto direzione di Peter Maag. Il 20 dicembre 1985, al Teatro la Fenice di Venezia, ebbe luogo una storica ripresa di entrambe le opere, con Herbert Soudant, quale direttore e Pierluigi Pizzi scenografo e regista. Di ambedue queste esecuzioni abbiamo le registrazioni trasportate su dischi. Da allora Stiffelio è al centro di una riabilitazione critica e riappare con regolarità, se non frequentemente, nelle stagioni dei teatri d’opera. La Fenice è uno dei teatri che l’ha rappresentato più spesso.

Le prove dello Stifellio alla Fenice (foto di Michele Crosera, http://www.teatrolafenice.it/)

Per lo spettatore comune quest’opera, ultima delle quindici opere degli “anni di galera” di Verdi, appartiene alle opere brutte del compositore, quelle che non si sentono mai e che non vale la pena di sentire: Giovanna d’Arco, Alzira, Attila, I Masnadieri, Il Corsaro e la Battaglia di Legnano. Massimo Mila, il celebre musicologo, ha scritto un libro su di esse (Manni Editore, 2015) e Margot Galante Garrone, anni addietro, ha fatto uno spassoso cortometraggio su Giovanna d’Arco scegliendo come interpreti i Vip veneziani. Chailly ha recentemente sfidato questa fama mettendo in scena alla Scala la peggiore di tutte Giovanna d’Arco.
Ma Stiffelio non è un’opera brutta né da buttare, essa, in buona sostanza, è la modulazione con cui Verdi apre la strada alla trilogia popolare: Rigoletto, il Trovatore, la Traviata. In essa vi sono pagine che anticipano le opere successive, ad esempio, “Ed io pure innanzi agli uomini/Oh qual fate orrendo strazio” (Stankar/Lina) in cui nel duetto (scena settima del primo atto ) si prefigura la vocalità di Gilda e si anticipa il lirismo de La Traviata, con molta attenzione ai passaggi orchestrali come il breve preludio del secondo atto (scena 13) con l’aria successiva “Ah, degli scanni eterei” con un’orchestrazione mirabile per soli archi “un effetto complessivo di morbido fulgore” (Budden).
E l’opera centrata su un protagonista (o la vera protagonista è Lina?) offre anche diversi punti di novità: manca il coro iniziale, vi è invece una sinfonia seguita da un’aria cromatica del basso (Jorg) di anticipazione wagneriana (Tristan und Isolde) e anche il finale dell’opera è bruscamente secco; la vocalità di Stiffelio (tenore) è agita sul registro centrale differendo da quella dei precedenti tenori (lirici o spinti, come Manrico); la parte di Lina (soprano) è quasi priva di coloratura, pura , limpida. Il baritono (Stankar) anticipa in qualche modo Rigoletto.
Il protagonista Stiffelio è un tipo nuovo in Verdi : un uomo più che maturo, dotato di controllo, ma in preda a esplosioni passionali; lo si ritroverà solo in Otello. Il baritono Stankar mostra esteriormente un uomo di pace e un cristiano modello; ma interiormente è divorato dalla sete di vendetta. È degno di nota il suo duetto in tre movimenti con Lina (“Dite che il fallo a tergere”) nella scena settima dell’atto primo. Lina è la vera protagonista dell’opera anche se le sue spiegazioni e giustificazioni sono incerte, ambigue, contraddittorie. Verdi la rappresentò così, come vittima, per renderla simpatica e piacevole agli ascoltatori.
La musica è matura, nulla a che fare con quella delle opere “brutte”. Verdi aveva 37 anni ed era già celebre (e ricco, tanto è vero che due anni prima aveva potuto comperarsi il podere di Sant’Agata).
I concertati del primo e secondo atto sono i migliori del periodo centrale del compositore, ad esempio il preludio dell’atto secondo è uno studio di chiaroscuro d’ambiente, che precorre la scena del patibolo nel Ballo in maschera. L’aria seguente di Lina “Ah degli scanni eterei” (scena 13) ha un accompagnamento polifonico degli archi che Verdi riprenderà in Aida (scena del Nilo) e in Falstaff (scena della foresta di Windsor) essa è stata dichiarata dal Budden “un effetto complessivo di morbido fulgore”.

Tuttavia l’opera è ancora diseguale e la partitura non si mantiene sempre allo stesso livello. La sinfonia iniziale, ad esempio, per quanto intessuta di citazioni dal seguito dell’opera, è generica; il salmo “Non punirmi” (atto II, scena 16) è piatto e artificioso; la cabaletta di Lina nel secondo atto (“Perder dunque voi volete”) è generica.

In alto, a sinistra, il direttore Daniele Rustioni, a seguire, in senso orario, Stefano Secco, Dimitri Platanias, Julianna Di Giacomo

Il cast proposto da La Fenice è interessante:
Stiffelio Stefano Secco
Lina Julianna Di Giacomo
Stankar Dimitri Platanias
Raffaele Francesco Marsiglia
Jorg Simon Lim
Federico di Frengel Cristiano Olivieri
Dorotea Sofia Koberidze
Direttore Daniele Rustioni
Regia Johannes Weigand.

Daniele Rustioni (33 anni), milanese, diplomato in pianoforte e percussione, molto avvenente e desiderato, è noto al pubblico veneziano per Il barbiere di Siviglia, La Traviata, il Trovatore, i Masnadieri. Con lo sfavillante curriculum che esibisce mi sarei sempre atteso una direzione meno criticabile di quella esibita in queste opere. Voto: 7 .

Johannes Weigand (50 anni) di Heidelberg, con il suo rubicondo faccione da bavarese, è un minimalista efferato. L’abbiamo visto in La porta della legge di Sciarrino. Voto : 6 +.

Stefano Secco (43 anni) di Milano, ben conosciuto al pubblico della Fenice per le sue interpretazioni di Rigoletto, Carmen, Traviata , Tosca. E al pubblico di Facebook ove egli interviene frequentemente. Una bellissima voce, rotonda, morbida, potente. Voto : 8.

Julianna Di Giacomo (non mette la data di nascita) di Santa Monica (CA). Ha già interpretato Lina al Metropolitan, senza infamia né lode. Ha un fisico prorompente che non l’agevolerà nella parte. Voto: impossibile da dare.

Dimitri Platanias di Kalamata (Grecia) (anch’egli timorato dalla sua età) ha studiato canto e chitarra. Ha anch’egli un possente viso rotondo, corrucciato. I veneziani lo hanno ascoltato dal 2010 in Rigoletto, La Traviata, Otello [Jago]. Gli inglesi in Rigoletto hanno constatato la potenza rugghiante della sua voce, ma anche l’inespressività sia del canto che del volto Voto : 6.

Francesco Marsiglia (42 anni) di Napoli. Ha cantato in diversi teatri minori d’Italia. Non si è mai esibito alla Fenice. Voto: impossibile da dare.

Simon Lim (34 anni) di Dae Gu (Corea del Sud) ha cantato parti secondarie alla Scala, al Comunale di Bologna, al Regio di Parma. È nuovo a La Fenice. Voto: impossibile da dare.

Cristiano Olivieri (non si sa la data di nascita) di Cattolica (Ri). Laureato in lettere. Ha cantato a La Fenice come Arminio (I masnadieri) e Spoletta (Tosca). Presente in ruoli minori al San Carlo, Comunale di Bologna, al Massimo di Palermo, Arena di Verona. Voto: impossibile da dare.

Sofia Koberidze ( 29 anni) di Tiflis (Georgia). Ha cantato al Verdi di Trieste, al Carlo Felice, al Teatro del Giglio di Lucca, al Regio di Torino. Voto: impossibile da dare.

Discografia essenziale :
Peter Maag con Gastone Limarilli e Angeles Gulin Dominguez (registrazione dal vivo della prima dell’opera restaurata)Regio di Parma (1968)
Lamberto Gardelli con José Carreras e Sylvia Sass – Orchestra ORF Wien ( 1979)
Eliahu Inbal con Antonio Barasonda e Rosalind Plowright – Fenice (1986)
James Levine con Placido Domingo e Sharon Sweet – Metropolitan (1993 -1994)
DVD – Edward Downes con José Carreras e Catherine Malfitano – Royal Opera House (1993) (Moshinsky ricostruisce l’azione in una comunità protestante americana).
Mark Elder con José Cura e Sandra Rodvanosky (Covent Garden) (2007).

Vi saranno cinque repliche, a iniziare dal 22 gennaio, e io spero che , in periodo di Carnevale, siano molti i turisti curiosi: sarebbe salutare per loro sapere che Verdi non ha scritto solo La Traviata.

augusto rizzoli

Antonio Augusto Rizzoli, psichiatra

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