Il duello con la Ue. Il rischio è che l’Italia finisca rottamata

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PATRIZIA RETTORI
Qualche ragione nel merito ce l’ha, Matteo Renzi, per l’essere partito lancia in resta all’attacco dell’Europa. Perché non c’è dubbio che la burocrazia comunitaria sia soffocante e l’ossessiva attenzione allo “zero virgola” risulti frustrante, specie se paragonate alle sfide in campo, dall’immigrazione di massa alla minaccia per l’economia derivante dallo stallo cinese e dal crollo del prezzo del petrolio. Eppure, proprio perché il contesto è questo, fare di Jean Claude Juncker il nemico numero uno suona come una curiosa sfasatura.

Infatti gli analisti ne hanno dato due interpretazioni diverse, tutte lontane dalle motivazioni ufficiali dello scontro. La prima dice che il premier italiano tema di non poter procedere agli sgravi fiscali promessi per quest’anno e per il prossimo e dunque punti a maggiori margini di manovra sul bilancio. È plausibile, ma allora avrebbe dovuto costruirsi alleati in Europa prima di attaccare a testa bassa il presidente della Commissione. E di alleanze non si vede traccia. Anzi, la stizzita risposta di Juncker, che non è un novellino e conosce bene il galateo della diplomazia, fa pensare che sia piuttosto lui ad avere alleati nel considerare Renzi un pierino scapestrato.

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Jean-Claude Junker

 

La seconda interpretazione è tutta in chiave italiana: Renzi attacca l’Europa per togliere argomenti a Grillo e Salvini e cavalcare la montante ondata anticomunitaria. Plausibile anche questo, soprattutto perché gli argomenti usati (“Non ci facciamo telecomandare”, eccetera) sembrano chiaramente voler solleticare un elettorato infuriato. E però, se non ci si vuole accodare a tesi già sostenute da altri, operazione elettoralmente assai poco redditizia, bisogna indicare anche quale idea di Europa si ha in testa, e su quali interlocutori si intende puntare. Altrimenti non si è credibili. E anche di questo non si vede traccia.

In realtà è probabile che entrambe le interpretazioni siano fondate. E cioè che la mossa renziana risponda all’esigenza di tirarsi fuori da una morsa che è in parte economica e in parte politica. Tuttavia pare anche che sia stata attuata senza avere ben chiaro dove si voglia andare a parare. E qui si entra in un territorio scivoloso, dove sfumano i confini tra politica e psicologia.

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Federica Mogherini a Vienna lo scorso fine settimana

Perché, chiaramente, a Renzi piace essere solo contro tutti. Gli piace tanto che non accetta obiezioni, da chiunque vengano. Un elemento poco indagato, in questa vicenda, è la crepa che si è aperta tra lui e Federica Mogherini. Ricordate? La Mogherini, imposta prima come ministro degli Esteri per far fuori la poco controllabile Emma Bonino, fu poi fortissimamente voluta al posto di Lady Pesc, il ministro degli Esteri europeo, dopo un braccio di ferro che la vedeva contrapposta a nomi illustri come Romano Prodi e Massimo D’Alema, certo non etichettabili come Renzi boys.

Solo che la Mogherini, finora Renzi girl per antonomasia, pare che in questo caso abbia rifiutato la parte, incorrendo perciò nelle ire del suo pigmalione. Sarebbe interessante conoscere le sue ragioni, che al momento restano coperte mentre il suo staff si sforza di minimizzare il dissidio. Quel che si capisce è che Renzi, evidentemente, non tollera obiezioni, neppure dai suoi fedelissimi. È già capitato con Graziano Del Rio, prima braccio destro del premier, porta a porta con lui a Palazzo Chigi, compagno di battaglie e nottate di lavoro, e poi discretamente esiliato al ministero delle Infrastrutture dopo voci ricorrenti di divergenze di opinione.

È da sottolineare che né Del Rio all’epoca né la Mogherini al momento hanno “tradito” il presidente del Consiglio. Non hanno polemizzato, non hanno recriminato, non hanno neppure reso note le ragioni del dissenso e le loro argomentazioni. Due collaboratori leali, dunque. E allora perché allontanare il primo e far filtrare critiche pepate alla seconda? L’unica spiegazione possibile, appunto, è che Renzi non accetti il contraddittorio, neppure con i suoi. Il che è un segno di debolezza. E, per di più, regala sostanza alle critiche della sinistra Pd e alle sue accuse di voler essere un uomo solo al comando.

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Cosa che ci porta dritti alle polemiche su che cosa debba essere il Pd e quale partito Renzi voglia farne. Non per tornare alla trita discussione sul “partito della nazione” o sulla vecchia e nuova sinistra, perché che la sinistra debba essere rinnovata non ci sono dubbi, e poi la si chiami pure come si vuole. Il punto è che si tratta di conquistare nuovi elettori senza perdere i vecchi, o almeno senza perderne troppi. Altrimenti la somma algebrica rischia di essere deludente. È quel che già dicono i sondaggi. Forse sono questi a indurre Renzi a mosse avventate? È possibile. Ma se l’appeal elettorale dimostrato alle europee è in buona parte svanito non sarà riproponendo ostinatamente la sua vecchia immagine che il premier rimonterà la china. Specie per quanto riguarda l’Europa. In casa nostra ha avuto successo la rottamazione di una classe politica che aveva perso ogni credibilità per insediare al suo posto un leader giovane e promettente. Ma ora che quel successo è lontano e appannato pretendere di rottamare anche l’Europa è più complicato, nonostante tutte le debolezze comunitarie. Il rischio è che a finire rottamata sia proprio l’Italia.

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