Epatite C, la cura c’è. E costa poco. Non in Italia

protesta

Protesta a New York contro Gilead

GIORGIO FRASCA POLARA
Questo è un prezioso, nuovo capitolo di una storia vecchia: la prepotenza dei produttori di farmaci che, più sono potenti, più impongono i loro esosi prezzi. Sino a quando un Paese – in questo caso l’India – non alza la testa, decide di non subire e ha partita vinta. Mi riferisco alla vicenda di un nuovo farmaco contro la assai diffusa epatite C, il cui principio attivo va sotto il nome di sofosbuvir. La casa produttrice, l’americana Gilead, gli ha imposto un proprio marchio, lo ha brevettato e lo fa pagare un’enormità.

Ma a Nuova Delhi, l’ufficio brevetti indiano ha respinto la richiesta di registrazione del medicinale perché, a parte il dubbioso carattere innovativo, può produrlo come “generico”, appunto con il nome del principio attivo, e non pagare quindi le royalty. Tenete presente che nel subcontinente indiano l’infezione da virus dell’epatite C è diffusissima, e chiamavano – con evidente assonanza – “Killead”, da kill (uccidere), la Gilead perché tentava di ostacolare, con la sua politica, l’accesso a quel farmaco se non sborsando enormi cifre.

Risultato, in base ai singolari accordi tra l’azienda produttrice e l’Agenzia italiana dei farmaci (Aifa), da noi una confezione di questo medicinale costerà circa 800 euro, mentre in India una pillola avrà il valore economico di un dollaro. “Una interessante trovata – è stato scritto da un commentatore di casa nostra riferendosi all’elementare ma ingegnoso rimedio escogitato in India – per ovviare ai costi esorbitanti delle nuove terapie, insopportabili per molti sistemi sanitari”, compreso quello italiano. È insomma una guerra, quella sull’accordo sui prezzi dei nuovi medicinali, che coinvolge tutti i paesi, tutto il mondo.

E l’Aifa che ha fatto, invece? Ha dato via libera al marchio registrandolo come voleva la Gilead; ha “negoziato” al ribasso uno sconto sulle terapie; ed ha ottenuto che il prezzo per un ciclo di cura sia fissato intorno ai 40-60mila euro, praticamente la metà di quanto lo stesso ciclo viene a costare al malato Usa. Bella vittoria? Non è proprio il caso di definirla una vittoria, e almeno per due motivi. Intanto perché non risulta alcun serrato braccio di ferro tra l’Agenzia e la casa americana. Voglio dire se non imitando la condotta dell’ufficio brevetti di Nuova Dehli, almeno conducendo una più coraggiosa iniziativa per contenere ulteriormente il prezzo preteso dalla Gilead. E poi perché il governo italiano ha stanziato appena un miliardo per finanziare questa terapia.

Con questi costi, si può consentire solo a 50mila malati di curarsi contro il milione e mezzo di affetti da epatite C che si contano in Italia. In sostanza si potrà dunque dare precedenza solo ai casi più gravi. Un assurdo in cui si coniugano le pretese del produttore-monopolista americano, pretese non sufficientemente contenute o meglio energicamente contrastate (vedi caso-India); l’arrendevolezza dell’Aifa; e la miopia cui è costretto il dicastero della Salute dalla politica della lesina del ministero dell’Economia. Un perfetto matrimonio a tre. Chi paga sono, al solito, i malati.

Gfpsorridente

Giorgio Frasca Polara

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