Auguri a Venezia, che diventa grande

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ADRIANA VIGNERI
Con quaranta voti a favore, uno contrario (Mira) e un’astensione (Cavallino) è stato approvato dalla Conferenza metropolitana, composta da tutti i sindaci, lo statuto della città metropolitana di Venezia, riapprovato con modifiche dal Consiglio metropolitano l’11 gennaio scorso, dopo una prima bocciatura da parte della Conferenza. è un inizio. Ma un inizio di grande importanza, e per questo ci sembra il momento giusto per fare gli auguri a Venezia, che dovrà avere un ruolo di impulso e di traino di tutta l’area metropolitana, e nello stesso tempo dovrà mettere in circolo tutte le risorse che sono presenti nel territorio metropolitano come individuato dal legislatore.

E’ in gioco la competizione territoriale. L’Europa ha scelto di tradurre l’internazionalizzazione della propria economia in termini di competizione tra territori, tra aree. Si è così spostata l’attenzione sulle risorse economiche che le diverse aree possiedono, sulle conoscenze di cui dispongono per identificare una strategia di sviluppo soddisfacente, sulla crescita di nuove competenze e in definitiva di nuova possibilità di lavoro. “Si è posto quindi il tema di adeguare le città – il loro sistema decisionale – ai nuovi compiti di politica economica che il paradigma della competizione territoriale ha imposto” (CALAFATI).

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Una vecchia stampa di Ca’ Farsetti e Ca’ Loredan, che ospitano le attività istituzionali del Comune di Venezia

In gran parte dei paesi dell’Unione europea è iniziato già a metà degli anni ’90 un processo di adeguamento delle istituzioni e dei sistemi decisionali, e di distribuzione delle risorse, funzionale alle nuove esigenze. In Italia, pur essendo avvenuti processi spontanei di formazione di sistemi locali intercomunali attraverso l’integrazione spaziale e relazionale di territori contigui (che si identificano per lo più con il criterio del pendolarismo, di tutti i tipi e non soltanto quello casa/lavoro), questa trasformazione territoriale non è stata regolata. Ovvero il legislatore ci ha provato (nel 1990, quando ormai la trasformazione territoriale era evidente), ma senza successo, vale a dire senza avere la forza di produrre cambiamenti nei sistemi di governo comunali, così che ciascun comune ha continuato a produrre il proprio piccolo gioco competitivo, un gioco autoreferenziale, completamente diverso da quello che ora il paradigma della competizione territoriale impone alle nuove città.

Quello cui assistiamo in questi giorni in Veneto è il primo tentativo di governo associato di un’area urbana che comprende i 24 comuni dell’area centrale e i 20 comuni del Veneto orientale (tra cui San Donà, Portogruaro e Jesolo). Un governo che non nasce dal basso (pur se tentativi in tal senso sono stati fatti nei primi anni 2000); che non ha alle spalle un lavoro collettivo di anni, se non di decenni, basato sulla consapevolezza della comune appartenenza “urbana”. Che ha sofferto della mancanza della politica (nel senso buono) per l’intero anno che ha preceduto la nascita ufficiale della CMV. Che sconta quindi le diffidenze di chi non ha consapevolmente e convintamente aderito. Ma neppure vuole uscirne.

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Lo Statuto approvato oggi ne è lo specchio fedele. Da un lato i comuni “si difendono dalla” città metropolitana; dall’altro chiedono alla città metropolitana sostegno ed aiuto. Rifuggono da possibili vincoli nella propria pianificazione territoriale, ma vorrebbero le ricadute positive del marchio, degli eventi e delle eccellenze veneziane e più in generale del territorio, visto per la prima volta come insieme di patrimoni storico artistici e monumentali, di fiumi, mare e lagune, di aree rurali e poli produttivi, di grandi infrastrutture come porto ed aeroporto.

E’ probabilmente inevitabile che in una prima fase i comuni chiedano (soltanto, ma sarebbe già importante) di essere aiutati a lavorare meglio, con più risorse e meno spese, a realizzare unioni o associazioni. Ci vorrà del tempo perché tutti i comuni si rendano conto che il governo del territorio metropolitano è affidato a loro stessi – e non ad un corpo estraneo. Che la competizione territoriale che si svolge in Europa – ineludibile – richiede di pensare in grande.

Da questo punto di vista lo statuto della città metropolitana di Venezia è realistico, rispecchia lo stato di avanzamento della questione metropolitana qui ed ora. Non riveste di abiti eleganti una realtà ancora informe. Rimanda ad un momento successivo la propria caratterizzazione in termini di “valori” (vi sarà una carta dei valori, ma soltanto in seguito). Usa la mano leggera nei confronti dei comuni sia con riferimento al piano territoriale, sia al piano strategico, non vuole costringere ma prevede l’uso di incentivi e disincentivi. Lascia indeterminata la natura delle zone omogenee (ambiti ottimali per l’erogazione di servizi?), ma afferma che una zona omogenea vi sarà sicuramente, come è giusto, quella già riconosciuta dalla legge veneta del 1993. Dice che la CM “ricerca ed assume” il ruolo di ente di governo dei servizi pubblici a rete ma poi più modestamente “concorre” alla strutturazione ed organizzazione dei servizi pubblici locali e metropolitani.

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Anche nei rapporti tra gli organi di governo della Città si rispecchiano le diffidenze. Tra Sindaco metropolitano e Consiglio non è previsto il rapporto di fiducia, che produce le dimissioni quando la fiducia è revocata. Lo statuto richiede invece che si sottopongano al Consiglio le linee di mandato del Sindaco, con voto finale: uno strumento tipico dei rapporti di fiducia, necessariamente senza i relativi effetti, dato che il Sindaco ricopre la carica “di diritto”. La verità è che Sindaco e Consiglio possono ostacolarsi a vicenda, quindi debbono accordarsi. La rivincita dei sindaci si nota anche nelle regole sulla Conferenza metropolitana: i suoi componenti potranno ricevere deleghe dal Sindaco metropolitano, al pari dei consiglieri, e tutti i delegati potranno intrattenere rapporti con gli Uffici.

Conta poco continuare a soffermarsi sullo statuto. Quel che conta è che la CMV può iniziare ad operare, lo statuto potrà essere modificato, migliorato, riscritto. Ma va sottolineato che già oggi esso contiene due scelte rilevanti: l’opzione per l’elezione diretta degli organi (ma non alle attuali condizioni), e l’apertura all’ingresso di altri comuni, senza discriminazioni. Che concretamente significa una mano tesa all’altro polo rilevante, i comuni del padovano (che già oggi crescono più di Venezia, come Verona d’altronde). E del trevigiano. Significa uscire dalla logica strettamente istituzionale dell’ente territoriale/città metropolitana (in prospettiva, un grande comune) ed affidarsi agli strumenti convenzionali degli accordi, dei patti, e alla ricerca della programmazione concordata con nuovi gruppi di comuni e con la Regione.

E’ a questo punto che vanno collocati gli auguri a Venezia. Di saper guardare fin da subito al di fuori di sé stessa e della stessa area provinciale, e di riuscire a convincere gli altri comuni del territorio metropolitano della possibilità di perseguire insieme interessi comuni; a cominciare dalle ricadute delle opportunità derivanti dal proprio marchio, dai propri eventi e dalle proprie eccellenze.

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Adriana Vigneri

 

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