Comune di Catania, consiglieri o consigliori?

cartolina-catania-1923-1024x663.jpgGIORGIO FRASCA POLARA
Infiltrazioni mafiose nel Consiglio comunale di Catania? Qualcosa di più di un vago sospetto. Che lambisce non solo l’opposizione di centrodestra ma anche la maggioranza di centrosinistra, e per giunta una imbarazzante intercettazione chiama in causa (non per mafia, ma insomma…) persino il sindaco Enzo Bianco, ex ministro ed ex presidente dell’Anci. La grana è così grossa, anche se nessuno ne scrive, che lo stesso ministro dell’Interno Angelino Alfano è stato costretto a rispondere nell’aula della Camera ad una dettagliata interrogazione: si vedrà – è stata la non-risposta, un classico quando un affare s’ingrossa – quando le indagini, ancora coperte da segreto, potranno essere valutate.

Tutto nasce da una inchiesta che la commissione antimafia della assemblea regionale siciliana aveva avviato, in seguito a insistenti segnalazioni, per verificare l’esistenza di eventuali manine della criminalità organizzata all’interno del consiglio municipale etneo. I primi risultati non sono confortanti: descrivono legami familiari e/o ambientali, verificati o supposti, di almeno cinque consiglieri della maggioranza e di almeno tre dell’opposizione.

Qualche perla? Riccardo Pellegrino (opposizione) è fratello di Gaetano, arrestato per associazione a delinquere di stampo mafioso, art. 416-bis del codice penale, e noto uomo di fiducia di Nuccio Mazzei, capo del clan dei “Carcagnusi” e figlio a sua volta del boss Santo Mazzei. L’antimafia sospetta uno scambio politico-mafioso, visto che il consigliere Pellegrino ha raccolto una valanga di voti nel quartiere San Cristoforo, noto per l’altissima densità criminale. Il suo collega Lorenzo Leone, invece in maggioranza, è a sua volta fratello di Gaetano, non solo coinvolto nell’operazione antimafia “Arcipelago” ma con una sfilza di precedenti: estorsione, associazione mafiosa, esattore del “pizzo” per il famigerato clan Santapaola.

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Dalla fratellanza all’intimità paraconiugale: la consigliera Erika Marco, di maggioranza, è legata – sostiene ancora l’antimafia siciliana – a Rosario Pantellario, fratello di Giovanni, condannato per il 41-bis e ora collaboratore di giustizia. Non basta: il padre, Fabio Marco, è indicato da pentiti e procura come uomo-cerniera tra mafia e burocrazia tant’è che è stato imputato (e poi prescritto) in un grosso processo per le tangenti e le infiltrazioni di mafia nell’appalto per i lavori all’ospedale Garibaldi. Nell’elenco sono citati (ciascuno con la propria parte di collegamenti) anche Salvatore Giuffrida e Maurizio Mirenda, dell’opposizione; e Salvatore Spataro, Alessandro Porto e Francesco Petrina, della maggioranza. Non male.

Si è accennato anche a Bianco. Forse qualcuno ricorderà che l’ex ministro fu chiamato in causa nello scandalo dei finanziamenti pubblici dell’ex Margherita dirottati dal suo tesoriere Luigi Lusi. Costui rivelò che pagava, tra gli altri, anche Bianco con un assegno mensile prima di tremila e poi di cinquemilacinquecento euro. Bianco prima negò, poi ammise: “Li ho usati per fare politica”. Questa è storia archiviata. Ma ce n’è un’altra per certi versi più recente e complicata in cui il sindaco di Catania appare solo come il terminale, forse inconsapevole, di una catena di traffici per un affare da trecento milioni: il piano urbanistico della Playa, insomma la Ostia catanese. La società privata costituita per inventare e gestire l’investimento ha tre soci fondatori: l’imprenditore veronese Renzo Bissoli (già condannato in primo grado per bancarotta fraudolenta, legato a Mariano Incarbone condannato in appello a cinque anni per associazione mafiosa); e i catanesi Salvatore Modica (cognato di Giovanni Parisi, considerato un esponente di primo piano del clan mafioso dei Laudani) e Francesco Strano, che avrebbe le mani in una impresa di costruzioni costituita dalla moglie di Francesco Guardo e madre di Michele Guardo, affiliati a Cosa nostra e arrestati nel 2014 nel blitz “Caronte”. In quello stesso anno il consiglio comunale di Catania, aveva approvato a grande maggioranza il piano attuativo per Playa, disattendendo il parere del Consiglio regionale dell’urbanistica: troppo cemento.

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Ebbene, l’indomani uno dei “quattro cavalieri” di Catania, Mario Ciancio, potentissimo imprenditore, editore dell’unico giornale che si stampa in città (La Sicilia) e monopolista delle tv private locali, telefona al sindaco Bianco per dirgli della sua soddisfazione per l’approvazione del piano. Che si sia mosso proprio e addirittura Ciancio la dice lunga e tutta sulla portata dell’affare che evidentemente interessava personalmente anche lui. Già, ma come si sa della telefonata? Gli è che il cavaliere era sottoposto ad intercettazioni: è personaggio assai discusso e non al disopra di ogni sospetto.

Anche di questo capitolo si era parlato nel question-time a Montecitorio il 20 gennaio scorso. Che si fa? Il Viminale non ritiene che ce ne sia a iosa almeno per una commissione d’accesso terza? No, almeno per ora. Ed ecco infatti il gustoso nocciolo della risposta di Alfano. Tra un blabla e l’altro, il ministro recita: “Con riferimento alla relazione della commissione d’inchiesta presso l’Assemblea regionale siciliana riguardante, peraltro, rappresentanti di diverse forze politiche, anche dell’opposizione, informo che il documento è pervenuto all’attenzione del prefetti soltanto due giorni fa. È evidente che i contenuti della relazione, che fa riferimento a fatti tuttora oggetto di accertamento giudiziario e quindi coperti da segreto investigativo, verranno accuratamente valutati con il pieno coinvolgimento dei responsabili provinciali delle forze di polizia approfondendo ogni ulteriore elemento di contesto. Solo all’esito di questa sollecita e attenta valutazione si potrà avere un quadro analitico e preciso tale da confortare l’eventuale decisione, sempre delicata, di avviare un accesso ispettivo”. Testuale. Come si diceva una volta? Ogni commento guasterebbe.

Gfpsorridente

Giorgio Frasca Polara

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