Aleksandar Vučić. Ovvero: se tu ti astieni io vinco

GIUSEPPE ZACCARIA
Se un capo di governo che ha ottenuto il 75 per cento dei voti e in Parlamento ha una maggioranza di 158 seggi su 250 convocasse elezioni anticipate perché dice che “gli serve più potere”, voi cosa pensereste? Appunto, ci siamo capiti: eppure, contrariamente a quel che avete appena immaginato, Aleksandar Vučić ovvero l’uomo che ha deciso questa mossa, da una gran parte dei serbi viene considerato un genio politico.

Adesso, sugli umori che da un ventennio circolano a Belgrado e dintorni si potrebbe discutere a lungo. I serbi vanno capiti, prima hanno perduto la guida di una federazione, poi una regione importante come il Kosovo, nel frattempo sono stati bombardati dalla Nato ed infine anche l’alleato montenegrino li ha lasciati soli, il Paese è sempre più povero e insomma ce n’è più che abbastanza per sentirsi spaesati. Per dirla come fanno loro, ormai vivono “in un Paese che sembra un telefonino: ad ogni anno un modello più piccolo”.

Anche allo squilibrio però c’è un limite, ed a memoria d’uomo mai era accaduto che un primo ministro decretasse una crisi di governo perché era stato spernacchiato in un palasport. Eppure è accaduto due domeniche fa: quando all’apertura dei campionati europei di pallanuoto lo speaker ha fatto i nome del primo ministro (che non c’era) giù una valanga di fischi, non del tutto immotivata: solo nell’ultimo anno Vučić ha tagliato del dieci per cento gli stipendi pubblici e persino pensioni da fame e quando li ha rialzati del cinque ha detto che “i salari sono aumentati”, le privatizzazioni non vanno avanti, la Serbia è precipita all’ultimo posto nella classifica dei salari medi nella ex Jugoslavia (360 euro, perfino al di sotto della Bosnia) . E il premier che fa? Si offende e va a nuove elezioni fornendo una motivazione straordinaria.

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L’account twitter di Aleksandar Vučić

Dopo qualche ora trascorsa in pensose valutazioni, Vučić ha dichiarato al Paese: “Non posso fare riforme se la maggioranza dei serbi non le vuole, quindi mi serve maggior potere per far compiere al Paese una svolta irreversibile in senso europeo”. Come a dire: a voi non piace quel che faccio? Lo farò a forza coi i voti dei miei sostenitori. Dunque, a quello che era sempre stato un Paese orgoglioso e combattivo non resta che chinare il capo e misurarsi per la terza volta in quattro anni con una campagna elettorale che si preannuncia sanguinosa. Ma è possibile che non esistano altre vie d’uscita?

Per tentare una risposta bisogna prima capire chi è Aleksandar Vučić. Fino a una quindicina di anni fa era esponente di spicco del partito radicale serbo di Vojislav Šešelj, da ministro dell’informazione all’epoca di Milošević era stato inflessibile nel suo nazionalismo bollando tutti gli occidentali come nemici e aggressori. Qualche anno dopo, uscito dal gruppo, fonda assieme a Tomislav Nikolić, un partito progressista solo di nome (SNS), e da quel momento diventa democratico, filoeuropeo, parla con tutti, stringe le mani a tutti, parla di tutto, è pronto a tutto. Insomma, diventa un perfetto leader post moderno, post ideologico e quando serve anche post democratico.

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L’allora giovane Aleksandar Vučić con Vojislav Šešelj sulla copertina del rotocalco Vreme 1998

Meno di due anni fa da vice premer volle elezioni anticipate, conquistò la maggioranza assoluta ma decise di mettersi in coalizione con i socialisti, adesso si vedrà, però non va dimenticato che i segreto del suo successo fu tutto nell’insuccesso della politica, ovvero nell’astensione. Disfatti da decenni di crisi i serbi andarono a votare solo per il 53,9 per cento, e con la metà di quella metà dei voti SNS ottenne ma maggioranza assoluta. In pratica, da allora è padrone del Paese con un quarto dei consensi.

Da quel momento in Serbia si è scatenata una campagna di appropriazione dei media che non ha avuto eguali nemmeno nell’era Milošević: i progressisti hanno finanziato la crescita di alcuni tabloid, hanno fatto di “Tv Rosa” una sorta di houseorgan proprio mentre il resto dell’informazione (tv pubblica compresa) declinava sotto il peso della rivoluzione digitale e della mancanza di pubblicità. L’immagine del premier ha cominciato a martellare le case dei serbi, è arrivata nelle più sperdute campagne continuando a far echeggiare promesse ed a far dimenticare il fatto che non venissero onorate.

Progetti lunari come quello della “Belgrado sull’acqua” (un centro direzionale con tanto di torre in stile Dubai piantato a forza di espropri nel pieno centro cittadino) sono stati sostenuti al di là di ogni logica e misura, mentre nei momenti di stanca della politica i giornali di regime pensavano ad agitare fantasmi come quello di un inesistente progetto di colpo di Stato. Ancora oggi, Vučić proclama senza tema del ridicolo che la Serbia è pronta a trasformarsi nella “tigre economica d’Europa”.

Questo a grandi linee è il quadro, ed a complicarlo ulteriormente è il duro confronto che si è aperto fra Stati Uniti e Russia per l’influenza nei Balcani (l’Europa, come al solito, rimane spettatrice continuando a portare avanti trattative per ammissioni a cui nessuno crede più). Sondaggi più o meno accurati riflettono periodicamente la delusione dei serbi nei confronti dell’Unione – siamo al di sotto del cinquanta per cento di adesioni – il loro appoggio ideale per le posizioni russe – qui si va dal settanta al novanta, in base alle questioni poste – e soprattutto la colossale disillusione di tutti nei confronti della politica. Si potrebbe poi parlare di Kosovo, ma anche questa vicenda ormai si è trasformata in una sorta di “buco nero” che emana sostanze maleodoranti, E allora, per chi e per cosa va a votare la Serbia?

Da questo punto è consentito sfrenare ogni fantasia: saranno elezioni condizionate dal lavoro incrociato dei servizi segreti stranieri?  È possibile, anche se Vučić prima aveva parlato di “ambasciate occidentali che mi fanno la guerra” poi ha detto che l’ambasciatore americano ed il rappresentante dell’Unione europea sono amici suoi. La NATO eserciterà pressioni? Non si sa, anche se la Serbia ha appena annunciato che comprerà armi russe. Il sentimento filo russo vincerà sulla propaganda televisiva? Non è facile, anche se a capo del partito più filorusso dello schieramento (il DSS) adesso è una attraente signora che è stata anche ambasciatore a Roma, Sanda Rašković Ivić, ed a lei si deve la nascita di un raggruppamento nazionalista ed antieuropeo che potrebbe riservare sorprese.

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Sanda Rašković Ivić intervistata nel programma tv Goli Zivot

Ma soprattutto: perché diavolo la Serba torna alle urne in un momento così complicato? La signora Rašković è anche docente di psichiatria e dunque su questo ha una teoria precisa, però restiamo ai fatti. Ed i fatti dicono che se l’affluenza alle urne sarà inferiore al sessanta per cento, Vučić vincerà di nuovo e questa volta forse eserciterà un potere assoluto. Se invece l’affluenza dovesse essere superiore, il suo SNS arriverebbe ancora primo, ma sarebbe costretto a formare coalizioni e le cose cambierebbero. È un gioco democratico fondato sull’astensione, insomma. Ma per discutere di questo ci vorrebbero davvero cervelli fini.

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Giuseppe Zaccaria

EASTERN GAZETTE

ITALINTERMEDIA

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