Due video mettono a nudo la crisi della Grande Cina

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Venerdì 15 gennaio, ventiquattr’ore prima dell’apertura delle urne per l’elezione del presidente e del Parlamento di Taiwan, viene diffuso su Youtube un video nel quale Chou Tzuyu, una cantante taiwanese di successo di soli sedici anni, si scusa col pubblico per aver sventolato in un precedente video una bandierina della Repubblica di Cina, cioè Taiwan, cioè il Paese nel quale è nata e cresciuta.

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Il primo video di Chou Tzuyu…

Chou indossa un maglioncino nero a collo alto – non le colorite minigonne che le sono abituali – e ha i capelli raccolti in una treccia – non sciolti in modo che le ballino sulle spalle, come nei suoi video musicali.
Per Pechino, e i suoi alleati taiwanesi, è un tentativo di ribaltare all’ultimo minuto il risultato delle elezioni, che secondo tutti i sondaggi vedono il Democratic Progressive Party (DPP), indipendentista, in netto vantaggio sul Kuomintang o Partito Nazionalista, che, come i dirigenti del Partito Comunista al potere a Pechino, sostiene che la Cina è “una” (della quale l’uno e l’altro ritengono di essere il governo “legittimo”).

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…e il video delle “scuse”

 

Il video ottiene l’effetto opposto. Su internet si moltiplicano i messaggi di cittadini taiwanesi che si scagliano contro i “prepotenti” che hanno costretto la ragazza all’umiliante esibizione. Tra gli altri tutti e tre i candidati alla presidenza – Tsai Ying-wen del DPP, Eric Chu del Kuomintang e James Soong del People’s First Party – rilasciano dichiarazioni pubbliche nelle quali difendono Chou. Migliaia di indecisi vanno alle urne e siglano una vittoria di portata storica del DPP che non solo elegge presidente Tsai – prima donna asiatica a conquistare la testa di un governo senza essere vedova o figlia di un leader maschio – ma ottiene per la prima volta nella storia della democrazia taiwanese la maggioranza dei seggi in Parlamento. Il video ha dato un importante contributo alla secca sconfitta di Pechino – che reclama la sovranità su Taiwan – e dei suoi sostenitori locali.

Non passano neanche quarantotto ore e arriva il secondo seppuku propagandistico del Partito Comunista Cinese. Il video viene diffuso dalla China Central Television (CCTV) ed è una dimostrazione di quella che l’agenzia Bloomberg ha definito una “preoccupante caratteristica dell’amministrazione (del presidente cinese) Xi Jinping”, cioè quella di far precedere i processi contro critici e dissidenti da “confessioni” fatte davanti alle telecamere che ricordano i “processi popolari” della Rivoluzione Cuturale, il movimento estremista che sconvolse la Cina tra il 1966 e il 1976.

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La “confessione” dell’editore Gui Minhai

Questa volta tocca a Gui Minhai, uno dei tre piccoli editori di Hong Kong “scomparsi” in ottobre. Gli altri sono Cheung Jiping e Lam Wing-kei, ai quali si è aggiunto in dicembre il gestore della libreria Causeway Bay Books Lee Bo. I quattro sono specializzati nel pubblicare libri critici del PCC e non rifuggono dal gossip sulla vita privata dei leader comunisti.

Pare che queste pubblicazioni vadano a ruba tra i milioni di cittadini cinesi che ogni anno visitano l’ex-colonia britannica. A innescare il meccanismo delle “scomparse” è stata con ogni probabilità l’ annunciata pubblicazione di un libro sugli amori giovanili del presidente Xi Jinping.

La “confessione” di Gui costituisce la prima ammissione di quello che i democratici di Hong Kong hanno detto fin dall’inizio della vicenda, cioè che i quattro editori sono stati rapiti da agenti cinesi e che vengono detenuti illegalmente dalle autorità della “mainland”. Infatti, Hong Kong è dal 1997 una Speciale Regione Amministrativa (SAR) della Cina ed è governata sulla base della Basic Law, la mini-costituzione concordata al momento dell’hand over, il passaggio dei poteri, dal governo cinese e da quello della Gran Bretagna, della quale Hong Kong è stata una colonia per quasi150 anni.

La Basic Law stabilisce tra l’ altro che l’ ordine pubblico rimane tra le prerogative del governo della SAR. In altre parole la polizia cinese, se è sulle tracce di un ricercato – nessuno dei quattro editori lo era – non può far altro che chiedere di intervenire a quella di Hong Kong. Ad aggravare la vicenda c’è il fatto che due degli “scomparsi” sono cittadini di Paesi europei: Lee Bo ha infatti un passaporto britannico (cosa non insolita per un cittadino di un’ex-colonia) e Gui Minhai è un cittadino svedese.

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Quando viene diffuso il video – domenica 17 gennaio – il governo di Stoccolma ha chiesto più volte a quello di Pechino chiarimenti sulla sparizione del suo connazionale. Aggiungendo un elemento ridicolo alla patetica “confessione”, Gui afferma che, pur essendo un cittadino svedese “le sue radici sono rimaste in Cina” e chiede a Stoccolma di “rispettare questa sua scelta”. Insomma, di non rompere troppo le scatole a Pechino. L’ editore – che è scomparso mentre si trovava in Thailandia – afferma di essersi consegnato spontaneamente perché condannato oltre dieci anni fa a due anni di reclusione per aver ucciso un pedone mentre guidava in stato d’ ebbrezza. Parenti e conoscenti di Gui hanno espresso seri dubbi sia sul fatto che si sia consegnato spontaneamente, sia su quello che sia stato veramente implicato nell’incidente automobilistico.

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Foto panoramica di Hong Kong

Numerosi esponenti del movimento democratico dell’ex-colonia britannica denunciano che si tratta della fine dell’ arrangiamento noto come “un Paese due sistemi”, che ha permesso a Hong Kong di mantenere un sistema capitalistico pur essendo parte di un Paese comunista. Quest’idea, lanciata negli anni Ottanta dall’allora leader cinese Deng Xiaoping, è incarnata nella Basic Law, il cui dichiarato “obiettivo finale” è quello dell’instaurazione nell’ex-colonia britannica di un sistema completamente democratico.

Quando fu raggiunta quell’intesa tutti, incluso probabilmente Deng, pensavano che la Cina “comunista” si sarebbe gradualmente trasformata in una democrazia, come è avvenuto in altri Paesi – per esempio la Corea del Sud e la stessa Taiwan. Invece, a Pechino e’ rimasto in piedi un governo autoritario a partito unico, che pare non abbia alcuna intenzione di cedere il passo.

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Torniamo per un momento a Taiwan. Dopo essere stata governata nei secoli passati da una serie di dinastie che a volte avevano il controllo di tutta la Cina o da gruppi di potere locali, nel 1895 l’isola viene ceduta al Giappone, che aveva vinto una guerra la prima guerra sino-giapponese sconfiggendo la dinastia manchuriana che allora era al potere a Pechino. Nel 1945, quando Tokyo si arrende dopo il lancio delle bombe atomiche americane su Hiroshima e Nagasaki, Taiwan torna formalmente parte della Cina, che è sconvolta dalla resa dei conti tra i partiti che erano stati momentaneamente alleati nella lotta contro gli invasori giapponesi: il Kuomintang, il Partito Nazionalista del “generalissimo” Chiang Kai-shek e il Partito Comunista guidato da Mao Zedong.

Quando quest’ ultimo prevale, nel 1949, Chiang si trasferisce a Taiwan, instaura una dittatura feroce e continua a dichiararsi leader di “tutta” la Cina. Negli anni seguenti si combatte la Guerra Fredda e il seggio della Cina all’ ONU viene assegnato alla filoamericana Repubblica di Cina con capitale momentanea a Taipei. L’ alleanza stabilita all’inizio degli anni Settanta tra la Cina di Mao e il presidente americano Richard Nixon porta al rovesciamento della situazione: Pechino occupa il seggio all’ ONU e Taiwan rimane isolata in un limbo dal quale, sembrano pensare tutti, uscirà solo quando sarà fagocitata dal gigantesco vicino.

Nel frattempo i successori del “generalissimo”, primo fra tutti il suo figlio ed erede Chiang Ching-kuo, iniziano una graduale democratizzazione grazie alla quale, nel 2000, viene eletto alla presidenza il leader del DPP Chen Shui-bian, un aperto sostenitore dell’indipendenza dell’isola, e si consolida il sistema bipartitico. Il Kuomitang torna al potere nel 2008 col presidente Ma Ying-jeou e inizia un processo di integrazione economica con la Cina che viene contestato dall’opposizione.

Nella primavera del 2014 migliaia di studenti taiwanesi protestano contro quella che ritengono una “svendita” del loro Paese alla Cina da parte di Ma Ying-jeou, dando vita al cosiddetto Movimento dei Girasoli, che ha avuto una parte di rilievo nella vittoria elettorale di Tsai Ying-wen e del DPP.

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Manifestazione a Taipei a sostegno del “movimenti degli ombrelli” a Hong Kong, autunno 2014

Al movimento dei Girasoli di Taiwan fa seguito quello degli Ombrelli di Hong Kong, che nell’autunno dello stesso anno ha portato centinaia di migliaia di giovani a bloccare per 79 giorni il centro della metropoli per chiedere a Pechino di rispettare gli impegni presi con l’ approvazione della Basic Law. Non per niente all’ indomani della vittoria di Tsai, il leader studentesco hongkonghese Joshua Wong ha affermato di voler “rafforzare i rapporti” già esistenti con le organizzazioni democratiche di Taiwan. Sia a Hong Kong che a Taiwan, gli ultimi due anni hanno portato alla ribalta la nuova generazione: una generazione che non ha vissuto né la Seconda Guerra Mondiale, né la rivoluzione cinese del ’49, né la Guerra Fredda e che pone domande imbarazzanti – per Pechino ma anche per tutta la comunità internazionale – sul proprio futuro e su quello della cosiddetta Grande Cina.

beniamino

@beniaminonatale

“Frequento l’ Asia dal 1978, quando feci il primo viaggio in India e decisi che ci avrei passato una parte della mia vita. Il mio primo viaggio in Cina risale al 1985 e fu un secondo colpo di fulmine…Dal 1992 al 2002 sono stato corrispondente dell’ ANSA da New Delhi, coprendo tutto il subcontinente e nel 2003 mi sono trasferito a Pechino, dove vivo tuttora. Ho scritto due libri, L’ UOMO CHE PARLAVA COI CORVI e APOCALISSE PAKISTAN (con Francesca Marino) pubblicati da MEMORI (www.memori.it)”

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