L’Anno Santo e la via in cui l’urbanistica fu mandata a farsi benedire

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Via della Conciliazione vista dalla cupola di San Pietro

MARIO GAZZERI
Le migliaia di turisti e pellegrini che affluiscono a Roma per il nuovo Anno santo, ignorano probabilmente la storia della strada che dal Tevere e da Castel Sant’Angelo li conduce all’imponente Basilica di San Pietro. La via della Conciliazione, la cui costruzione ha cancellato per sempre ogni possibilità di godere di una possibile, sorprendente prospettiva scenografica.

Fortemente voluti da Benito Mussolini che, con intuito politico, vi vedeva l’opportunità di consolidare il suo regime allargando il consenso della base popolare e cattolica italiana al suo governo dittatoriale, i patti Lateranensi del 1929 posero inevitabilmente fine ad oltre mezzo secolo di sdegnosa auto-reclusione del pontefice romano nei suoi palazzi in Vaticano.

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La firma dei Patti Lateranensi, 1929, nel disegno di Achille Beltrame sulla Domenica del Corriere

A dispetto della generosità dello Stato italiano, lo staterello d’Oltretevere non aveva mai voluto controfirmare la legge delle Guarentigie che pure gli assicurarono nei decenni cospicue entrate di valuta pregiata.

Ma la firma dei Patti tra l’ancor giovane Duce e il segretario di stato vaticano cardinal Pietro Gasbarri nel Palazzo del Laterano (San Giovanni) e la conseguente pacificazione tra Stato e Chiesa, doveva avere tra le sue mille conseguenze anche alcuni effetti collaterali oltremodo negativi sull’assetto urbanistico della cosiddetta Città Eterna.

Rispolverando un antico piano più volte bocciato nei decenni precedenti, fu deciso di tradurre simbolicamente il riavvicinamento tra i due Stati in un progetto architettonico che lo rendesse “plasticamente” visibile e vivibile. E sette anni dopo, nel 1936, cominciò lo sventramento del Borgo (la “Spina di Borgo”) un rione caratteristico costellato di botteghe e osterie della vecchia Roma la cui incantata eco si avverte ancora oggi tra Borgo Pio e Borgo Vittorio, risparmiati dallo scempio.

Decisione (ovviamente “irrevocabile”) presa per consentire la costruzione di un’ampia strada che unisse Piazza San Pietro a Castel Sant’Angelo (per la precisione, da piazza Pia a piazza Pio XII). Ne risultò una via di comunicazione anonima, di un’opacità estetica sconcertante e di una mancanza di carattere altrettanto unica, opera di un architetto peraltro oltremodo famoso e stimato, Marcello Piacentini, e del suo collega Attilio Spaccarelli.

Ma è tuttavia necessario “contestualizzare” gli eventi e ricordare che i lavori cominciarono proprio in un anno decisivo per il regime, l’anno della proclamazione dell’Impero dopo la conquista dell’Etiopia. E Piacentini, che aveva firmato opere catalogate tra le più importanti dell’epoca del “razionalismo” italiano, dovette evidentemente piegarsi alla trionfalistica megalomania del Duce e alla retorica dei “colli fatali di Roma” contaminando il Razionalismo italiano con un genere di architettura detta “monumentalista”. Un modello che avrebbe avuto il suo punto di massima espressione nella realizzazione del quartiere destinato all’esposizione Universale di Roma (Eur o E42) prevista per il 1942 e che, per motivi facilmente intuibili, non vide mai la luce.

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Foto inizio Novecento, prima della costruzione di via dell’Impero

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Via dell’Impero in una cartolina primi anni 50

Stessa sorte era toccata quattro anni prima (1932) alle zone a ridosso dei Fori, sventrate per consentire, nel decimo anniversario della Marcia su Roma, la costruzione della via dell’Impero che unisce il Colosseo alla centralissima Piazza Venezia, teatro a quei tempi delle famose “adunate oceaniche” e che dopo la guerra fu ribattezzata Via dei Fori Imperiali. Lo sventramento di allora, come ricordava in un suo scritto anche l’appassionato giornalista Goffredo Silvestri, fu al centro di forti polemiche tra architetti, urbanisti, politici ma anche archeologi che, al termine dello sterramento di trecentomila metri cubi di terra, poterono “vantare” il ritrovamento e recupero di oltre centomila frammenti di opere e manufatti dell’età della Roma imperiale.

Due studiosi di cose romane, Sergio Delli e Giorgio Carpaneto, ricordano poi come la costruzione della via della Conciliazione (arricchita nel 1950 da due file di obelischi che la rendono “simile al monumentale ingresso di un cimitero”) avesse comportato anche la distruzione di vari palazzi, alcuni dei quali ricostruiti in questa strada come ”autentici” falsi, ovvero copie degli originali. Si tratta in particolare dei palazzi dei Convertendi e Rusticucci. Nelle demolizioni della Spina di Borgo scomparve anche la chiesa di San Lorenzo in piscibus, poi ricostruita in scala ridotta. Pur essendo rimaste intatte alcune opere di pregio, come il palazzo dei Penitenzieri e il palazzo Serristori, viene ricordato come il palazzo dei Convertendi originale, attribuito al Bramante, si trovasse in Piazza Scossacavalli e che al suo interno Raffaello passò a miglior vita.

Già alcuni secoli prima della distruzione del Borgo, Gian Lorenzo Bernini aveva elaborato un progetto per valorizzare l’“effetto sorpresa” dell’improvvisa apparizione del colonnato e della basilica. Si trattava di un itinerario che avrebbe condotto i pellegrini di allora attraverso il reticolo di stradine del rione, quasi un ideale labirinto destinato a risolversi solo alla fine del percorso con l’improvvisa, magica epifania del colonnato e della maestosa (e, di conseguenza, forse non elegante) basilica.

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Ancora nel 1925, un romano de Roma allora di soli cinque anni ma destinato a diventare un attore popolare e amato non solo nella capitale, Alberto Sordi, confidò a un periodico (30 giorni) i suoi ricordi. “Vidi San Pietro per la prima volta in occasione dell’Anno santo del 1925. Arrivai con mio padre alla piazza percorrendo i vicoli, che poi furono distrutti, di Borgo Pio: casupole, piazzette, stradine. Poi dopo l’ultimo muro di una casa, che si aprì come un sipario, vidi questa immensa piazza. Il colonnato del Bernini, la cupola. Un colpo di scena da rimanere a bocca aperta. Ecco, quello che ricordo di più di quel Giubileo, fu questa sorpresa”.

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Mario Gazzeri

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