Paesaggi africani del nuovo millennio. Dar es Salaam

 

ROBERTO D’AGOSTINO
Nel 2009 il continente africano ha raggiunto un miliardo di persone con 395 milioni di abitanti nelle città. Dal 1982 al 2009, in soli 27 anni, è cresciuto da cinquecento milioni a un miliardo ed è destinato a crescere di altri cinquecento milioni al 2026. Dal 2027 il tasso di crescita della popolazione tenderà a diminuire e ci vorranno ventiquattro anni per l’aumento di un altro mezzo miliardo di persone.

Intorno al 2030, circa il cinquanta per cento della popolazione sarà urbana. Nel 2050 il continente ospiterà due miliardi di persone, il sessanta per cento delle quali vivranno nelle città. Con 1,2 miliardi di residenti nelle sue città, l’Africa ospiterà quasi un quinto della popolazione urbana del pianeta.

Dar es Salaam oggi è l’undicesimo agglomerato urbano africano, il più grande in Africa orientale, ed è tra le dieci città in più rapida crescita in Africa registrando i maggiori incrementi in assoluto dopo Kinshasa, Lagos e Luanda, superando anche Nairobi. Stiamo parlando di incrementi di popolazione dell’ordine di 150.000 abitanti ogni anno!

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Dar es Salaam vista dall’alto

Se per alcuni anni dopo la liberazione nazionale avvenuta sotto la guida di Julius Nyerere la città ha avuto uno sviluppo sostanzialmente equilibrato evolvendosi in continuità con la città coloniale, negli ultimi venticinque anni la crescita è stata travolgente portando in breve Dar a passare da due/trecentomila a oltre quattro milioni di abitanti.

Dar es Salaam è sede di attività industriali, commerciali, diplomatiche e di servizio che attirano i flussi migratori provenienti da tutta la Tanzania, così come da altri paesi. Nei prossimi decenni vedrà il suo ruolo ulteriormente rafforzato nel collegare le regioni economiche dell’Africa centrale, l’Oceano Indiano e l’Oriente Medio ed Estremo. Ciò è dovuto ad una posizione strategica rispetto ai corridoi continentali, ma anche al fatto che essa appartiene ad una delle regioni del mondo con più rapida crescita demografica.

Nel 2050 si prevede che la Tanzania, con 138 milioni di abitanti sarà il quarto paese africano dopo la Nigeria (che diventerà il terzo paese più popoloso del mondo, con circa 430 milioni di abitanti), l’Etiopia con 175, e la Repubblica Democratica del Congo con 150. Pertanto, l’Africa orientale che si affaccia sull’Oceano Indiano (dalla presa Mar Rosso alle coste del Sud Africa) sarà la seconda regione del mondo in termini di crescita della popolazione: 146 per cento contro 153 per cento in Africa occidentale.

Queste tendenze demografiche rafforzano la posizione di Dar es Salaam e la sua area metropolitana sulla scena internazionale; peraltro una crescita del genere è destinata a indebolire il resto del sistema urbano nazionale e a causare forti squilibri nello scambio urbano-rurale all’interno del paese. Occorrerebbero politiche nazionali oggi inesistenti per ricalibrare la distribuzione della popolazione nelle varie regioni della Tanzania.

La capacità attrattiva di Dar es Salaam, oltre che dai fattori localizzativi citati, è data dalla sua forza economica: a Dar es Salaam si concentrano i due terzi di tutti gli investimenti immobiliari del paese, si produce il sedici per cento del PIL nazionale, e il quarantacinque per cento di tutta la produzione industriale, si genera oltre l’ottanta per cento del reddito nazionale e il settanta per cento di tutte le imposte riscosse.

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I grattacieli più alti in Africa. Al quarto posto le torri gemelle PSPF di Dar es Salaam

Ma più in generale Dar es Salaam appare come una destinazione fortemente desiderabile, non solo per la sua relativamente alta offerta di lavoro, ma anche perché dà alle persone la speranza e l’opportunità di una migliore qualità della vita. Gli effetti di questa crescita sulla struttura urbana sono molteplici e tutti di segno negativo. Dar es Salaam è una città costituita per l’ottanta per cento da insediamenti informali: vale a dire agglomerati formati da edifici miserabili ad un solo piano, privi di sistemi fognari, di illuminazione, di distribuzione delle acque, dove è difficile penetrare e che mostrano lungo i bordi una ininterrotta sequenza di attività commerciali di sussistenza. Anche se va detto che, a differenza degli insediamenti dello stesso tipo in Asia o in America Latina, gran parte di quelli i Dar mantengono una qualche caratteristica di ordine e di qualità interna, come se fossero la sommatoria di tanti villaggi rurali con una minimo di spazialità urbana e di luoghi pubblici di aggregazione.

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Le PSPF Commercial Twin Towers, 152.80 metri, 35 piani, 2014

La città formale è costituita da parti diverse. Innanzi tutto la città che si è storicamente determinata dalla sua fondazione (metà del XIX secolo) agli anni Settanta del secolo scorso: la città coloniale formata dal centro storico prima tedesco e poi inglese con le loro propaggini residenziali lungo la costa nelle parti più attraenti del territorio; dal quartiere indiano; dal quartiere bantu; dalle prime espansioni successive all’indipendenza realizzate con criteri urbanistici ordinati e coerenti con la dimensione della città. Poi le aggiunte “moderne” formate prevalentemente da edifici alti e da pseudo-grattacieli collocati lungo le direttrici che dal centro urbano si perdono per chilometri verso l’interno del Paese; oppure, e questo è il fattore più degradante, collocati nel cuore della città storica in sostituzione degli edifici più antichi attraverso un processo di erosione progressiva della struttura preesistente.

Tutto ciò è avvenuto in presenza di una attività di pianificazione non banale che fino agli anni ottanta del secolo scorso ha garantito uno sviluppo sufficientemente ordinato creando anche una struttura forte di assi radiali, con una sezione stradale molto ampia e commisurata alle future espansioni, che ancora riesce a sostenere in qualche modo le fortissime espansioni degli ultimi decenni. Tale attività pianificatoria era l’esito di una volontà politica orientata ad un socialismo non radicale ma essenzialmente pragmatico (Nyerere apparteneva ai leader cosiddetti non allineati) e si fondava sulla proprietà pubblica dei suoli.

Immagini di Julius Kambarage Nyerere (13 aprile 1922 – 14 ottobre 1999)

Il disegno politico di Nyerere si fondava sul processo di collettivizzazione del sistema agricolo organizzato intorno all’Ujamaa o “famiglia estesa”(la “villaggizzazione” della Tanzania). Il fallimento di questo disegno (crisi petrolifera, guerra con l’Uganda) e l’apertura del Paese al mercato a seguito delle politiche neoliberiste imposta dal FMI a partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, ha progressivamente e rapidamente portato alla trasformazione della città, nella quale persistono tuttavia elementi (vedi il particolare assetto degli insediamenti informali) e un qualche controllo pubblico sul suolo da cui ripartire per uno sviluppo più equilibrato, e meno di rapina.

Il nuovo Masterplan di Dar es Salaam di iniziativa governativa e cofinanziato dalla Banca Mondiale, redatto tra il 2010 e il 2014, ha un orizzonte ventennale al termine del quale si prevede che la città raggiunga i nove milioni di abitanti (qualora vengano fatte politiche nazionali capaci di distribuire anche su altri centri urbani la pressione all’inurbamento). Il Piano mette in campo gli strumenti possibili e le procedure per tutelare e valorizzare la città storica, per individuare e distribuire nuove centralità urbane che alleggeriscano la pressione sul centro città; per riorganizzare le infrastrutture e le modalità di trasporto; per indirizzare i nuovi continui afflussi di popolazione; per salvaguardare e costruire un sistema ambientale che strutturi la futura metropoli; per intervenire attraverso procedure di riqualificazione o di sostituzione edilizia e urbanistica nelle parti informali.

Le debolezza della governance cittadina; la prevalenza degli interessi speculativi molto forti; l’assenza (o meglio, la mancanza di cogenza) di una adeguata struttura legislativa; modelli culturali che identificano, soprattutto tra le classi dirigenti, nello skyline di Dubai l’obiettivo desiderabile anche per Dar es Salaam; la pressione demografica per ora inarrestabile; la carenza di interventi pubblici; l’oggettiva povertà di un Paese che sta tuttavia crescendo anche dal punto di vista economico: sono tutti fattori nei confronti dei quali un Piano, per quanto costruito in conformità con il contesto in cui deve operare, ha ben poche speranze di incidere.

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Roberto D’Agostino

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