Guido Rossa, non lo dimentichiamo

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Guido Rossa (Cesiomaggiore, 1º dicembre 1934 – Genova, 24 gennaio 1979)

GIORGIO FRASCA POLARA
L’anniversario è passato sotto generale silenzio, e il nostro giornale se ne è accorto in ritardo. Poco male, se almeno rimediamo ora, ricordando che trentasei anni addietro, il 24 gennaio 1979, Guido Rossa – 44 anni, moglie e una figlia di sedici, operaio comunista all’Italsider di Genova – veniva ucciso dalle Br, prima gambizzato e poi finito con un colpo al cuore, mentre saliva in auto per andare al lavoro.

La sua “colpa”? Aveva rappresentato il Consiglio di fabbrica, di cui era autorevole esponente, come parte civile nel processo contro un postino dei terroristi da lui colto letteralmente con le mani nel sacco. Ma chi era, al di là dei dati anagrafici, Guido Rossa? Era un’esemplare figura di lavoratore e, appunto, di esponente sindacale della Cgil. Non solo, ma uomo dotato di grande sensibilità e umanità. Si ricorderanno di lui molti significativi episodi di solidarietà. Uno per tutti: un operaio (sempre dell’Italsider), internato allo Psichiatrico di Quarto, era potuto tornare in fabbrica perché Guido se ne era assunto la tutela legale, con ottimi risultati per quel suo compagno emarginato. Dunque un delitto tanto più infame per il metodo (indifeso e indifendibile, fu colpito alle spalle e finito scientemente, in modo barbaro) e per il merito: con cinismo, le Br rivendicarono l’assassinio di Rossa sottolineandone proprio il coraggio.

“L’ottusa reazione opposta dalla spia – testuale motivazione della condanna a morte eseguita dai brigatisti – ha reso inutile ogni mediazione e pertanto è stato giustiziato”. Nella “ottusa reazione” sta tutta l’immagine di Guido. Proprio lui aveva individuato in un collega, Francesco Berardi, l’uomo che aveva lasciato due copie di una risoluzione strategica delle Br davanti alla sede del Consiglio di fabbrica e in un caffè vicino all’Italsider. Per questo, sulla scorta della testimonianza oculare di Guido Rossa (che aveva appunto rifiutato “ogni mediazione”), Berardi era stato consegnato dagli stessi operai alla polizia e poi condannato, il 31 ottobre dell’anno precedente, a quattro anni e mezzo di carcere (dove poi si suicidò) per apologia di reato e partecipazione a banda armata. “Chi le ha affidato i volantini?”, gli aveva chiesto il presidente della Corte. Lui aveva impapocchiato una risposta inconcludente dalla quale era inevitabile ma grottesco dedurre che i volantini fossero stati distribuiti da un fantasma.

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Se non che, con l’assassinio-vendetta di Guido Rossa, le Brigate rosse avevano dato, del tutto involontariamente, anche un altro segnale: quello di un salto di qualità impressionante della loro furia criminale. Cadeva la pretestuosa maschera “rivoluzionaria” e “operaia” con cui esse avevano cercato di rendersi credibili a sinistra. Prima di Guido era stata una tempesta assassina di giornalisti e di dirigenti industriali, di magistrati, di poliziotti e di carabinieri, una tempesta culminata nel sequestro di Aldo Moro e nell’uccisione prima della sua scorta e poi dello stesso leader dc. Erano tutti “colpevoli” di essere “strumenti al servizio dell’oppressione di classe”. Ora, con Guido Rossa, si cambiava indirizzo: destinazione proprio la classe operaia: quel Berardi era stato bloccato proprio in fabbrica e si era subito dichiarato prigioniero politico. Per completare la memoria storica di quell’evento-chiave sarà utile coglierne ancora due momenti: quello della vera e propria esecuzione di Guido Rossa, e quello dei suoi funerali.

A Guido che sta salendo sulla sua utilitaria, un componente del commando (Vincenzo Guagliardo, poi condannato a quattro ergastoli per una serie spaventosa di delitti: ma la figlia di Guido, Sabina poi deputata del Pd, aveva dato il suo consenso alla liberazione condizionata del brigatista) spara con una Beretta 7,65 tre colpi, mirando alle gambe, poi scappa con gli altri due. Sembra la solita litania delle gambizzazioni inaugurata contro Indro Montanelli. E invece no: il capo della colonna genovese delle Br, Riccardo Dura (che aveva già ammazzato il procuratore di Genova, Francesco Coco), torna sui suoi passi, estrae la sua pistola, punta al cuore di Guido e spara quasi a bruciapelo. Dopo il delitto, i brigatisti chiedono conto a Dura (testimonianza di Guagliardo) del terribile colpo di grazia. Risposta: “Le spie vanno uccise”. Dura vivrà, ancora per poco, in clandestinità: l’anno dopo, durante un’irruzione della polizia in un covo, sparerà ma verrà a sua volta ucciso.

Ai funerali di Guido Rossa partecipò mezza città. Atmosfera tesissima, presenza (imprevista) di Sandro Pertini, genovese pure lui e socialista imprigionato con Gramsci. Dopo la cerimonia, il popolarissimo capo dello Stato chiese di incontrare i camalli, gli storici scaricatori del porto di Genova. Raccontò più tardi Antonio Ghirelli, all’epoca suo portavoce, che Pertini era stato avvertito che in quell’ambiente c’era di certo chi simpatizzava con le Br. Il presidente alzò le spalle e rispose: “Proprio per quello li voglio incontrare!”. Pertini entrò nell’immenso salone della “chiama”, saltò su un’improvvisata pedana e con voce ferma disse: “Non vi parla il presidente della Repubblica, vi parla il compagno Pertini. Io le vere Brigate Rosse le ho conosciute: hanno combattuto con me contro i fascisti, non contro i democratici. Vergogna!”. Un momento di silenzio, poi un lungo, appassionato applauso.

Guido Rossa è stato insignito, alla memoria, della medaglia d’oro al valor civile. Dalla motivazione: “Costante nell’impegno a difesa delle istituzioni democratiche e dei più alti ideali di libertà. Pur consapevole dei pericoli cui andava incontro, non esitava a collaborare a fini di giustizia nella lotta contro il terrorismo e cadeva in un vile e proditorio agguato tesogli da appartenenti ad organizzazioni eversive. Mirabile esempio di spirito civico e di non comune coraggio sino all’estremo sacrificio”.

FRASCA

Giorgio Frasca Polara

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