La tela di Ilaria fa scintille a Treviso

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Ca’ dei Carraresi, Teviso

Prende il via il 2 febbraio alle 19, alla Casa dei Carraresi di Treviso, in via Palestro, la personale intitolata “Fuoco e tempo” di Ilaria Bramezza. La mostra resterà aperta fino a giovedì 11 febbraio. Per informazioni su giorni e orari: http://www.casadeicarraresi.it/.

CRISTINA FIORE E ANDREA PENZO
Se si pensa a Ilaria Bramezza alle prese con i suoi quadri, o meglio a quel primo momento in cui ha percepito il bisogno di mettere su tela il suo sentire, si cominciano a dipanare i fotogrammi di un film in cui la ripresa soggettiva segue il personaggio mentre entra un po’ disorientato, ma forte della sua intuizione, in uno di quei grandi negozi d’arte, un po’ tipo Boesner, uno di quei luoghi mitteleuropei in cui puoi trovare di tutto senza essere visto.

La macchina da presa si sofferma sugli occhi, attenti e concentrati, sulle mani che sfiorano le tramature delle tele, sui movimenti misurati ma densi di chi non vuole aiuto, non vuole consigli, non vuole disturbo nel suo fare. Il personaggio è intento in una ricerca senza oggetto in cui vuole solo dare forma al desiderio.

Da un punto di vista astrologico Ilaria abbraccia tutto il ciclo del fuoco: dall’ariete che è la scintilla alle braci del sagittario, contenendo quella che potrebbe essere l’imprudenza del fuoco pieno e distruttivo del leone. Le fasi pittoriche corrispondenti possono essere la prima, fatta di pigmenti dati con le mani e di bombolette a segnare vulcani in eruzione, figure che sfuggono al controllo della forma e che tendono ad emergere seguendo una percezione onirica e indefinita. In questo caso l’occhio è costretto a compiere un continuo sforzo di messa a fuoco senza raggiungere mai quell’obiettivo di comprensione e visione totale a cui tende. Qui la scintilla del fuoco è pura, non domata, si prende il suo spazio e semplicemente emerge dall’inconscio.

La fase successiva, quella in cui compare la spatola, vede l’ingresso di uno strumento di intermediazione tra lei e il colore – perché di colore si parla nelle opere della Bramezza, è lui a guidare la mano e l’intuizione – uno strumento attraverso cui riordina lo spazio in modo geometrico, tracciando bordi e confini che contengono campiture e texture dal ritmo ampio. Questa fase forse è quella più adatta a relazionarsi con gli spazi, i quadri qui vanno verso una pratica di pulizia non a caso riflessa dal ruolo purificatore che il fuoco pieno ha.

La terza fase, quella più recente e tutt’ora attiva, ha scomposto la compattezza dei colori per inseguire l’effetto di rifrazione del puntinato. Ne emerge un lavoro cangiante, camaleontico, a tratti tridimensionale per gli effetti di luce che crea. Ogni riferimento ad una figura, cosa che era emersa nel vulcano della prima fase, è ormai completamente scomparso. L’occhio qui non cerca più di mettere a fuoco, non cerca più la comprensione, ma si lascia trasportare dai movimenti insiti nell’accostamento dei colori.

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La prima mostra di Ilaria Bramezza è già in qualche modo un’antologica. Da quel primo quadro romano del 2006, in cui i pigmenti venivano stesi con le mani per creare la brillantezza indefinita del colore, quadro che non verrà esposto perché appartiene ad un intimo che vuole restare tale, alle macchie prorompenti degli ultimissimi lavori del 2016.

L’approccio alla tela è dettato da istinto e desiderio di ricerca, nel tentativo di creare una condizione fisica di adesione al proprio sentire artistico. Una caratteristica dell’approccio femminile all’arte, che ha spesso messo il sentire corporeo davanti alla logica progettuale dell’atto stesso. Il germe di desiderio che compare nell’artista nasce il più delle volte dai viaggi. Le isole Cook in Polinesia per esempio, hanno dato origine al primo impulso del puntinato, ma anche la rielaborazione dei tanti stimoli ricevuti in anni di spostamenti e di vita in Italia e nel resto del mondo sono entrati nella composizione dei lavori.

I titoli dei quadri, in modo acuto e asciutto, rispecchiano i tempi che sono serviti a realizzarli. Non una scelta concettuale e lisergica ma quasi un’intuizione: titolo del quadro e quadro diventano i due modi in cui il tempo veniva chiamato dagli antichi greci, Chronos e Kairos. Un tempo consequenziale il primo, quello proprio del controllo e dell’organizzazione, un tempo indefinito e prezioso il secondo, dedicato all’arte e a tutto ciò che ha valore, un tempo a cui attribuisce significato il soggetto stesso che ne fa uso, per il tipo di percezione individuale che solo lui può averne.

Nella sequenza cinematografica da cui spiare l’intima genesi dell’opera si scopre tutta la ribellione di chi, senza guida, rivendica la legittimità di una scelta e la coltiva creando un legame con l’arte che vede in musei e cataloghi. Tra i fotogrammi si percepisce la lucidità progettuale di chi vuole fortemente creare un tempo di vuoto – il Kairos – che sia pura espressione di sé, ricerca dell’attimo significativo, presente.

penzo fiore

Andrea Penzo e Cristina Fiore

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