Comicità della filosofia e delle vaccinazioni

 

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ALFONSO M. IACONO
Qualcuno ha detto che la serietà della filosofia nasce da una situazione comica e forse è così, ma vi è più comicità nel tentativo di vaccinare un bambino di quanto ve ne sia in tutta la filosofia. In Toscana si aggira la meningite. L’invito della Regione è di vaccinarsi. Una signora, che qui chiamerò Michela, avendo un figlio di dieci anni e consigliata dal suo pediatra, prova a far vaccinare il bambino. Deve pagare settanta euro. Se ne avesse undici non pagherebbe.

Allora perché molti pediatri consigliano ugualmente la vaccinazione? Chi non può pagare cosa fa? Mette a rischio i bambini? Fin qui ci troviamo nella solita, misteriosa confusione. Dobbiamo fidarci delle valutazioni sanitarie istituzionali che ci dicono chi è a rischio e chi no oppure ascoltare i pediatri?vaccines-4

Ma vediamo cosa è accaduto alla signora che voleva far vaccinare suo figlio. Avendo smarrito il documento storico dei vaccini fatti dal suo bambino, si rivolge fiduciosa ai numeri di telefono dell’Asl per riavere la certificazione. Viene sbattuta da un numero ad un altro, fino a quando non riceve un lungo e demenziale messaggio da una segreteria telefonica che per dieci minuti sciorina un insensato elenco di numeri e di leggi. Alla fine del messaggio le viene dato il numero dell’ufficio reclami.

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Michela lo compone e chi risponde? Una segreteria automatica! Allora fa il numero verde e le risponde, anche lì, una segreteria la quale la mette in attesa con il n. 9. Passa la bellezza di più di un’ora. Finalmente risponde un impiegato, il quale le dice che l’ufficio prima era chiuso! Michela gli domanda allora come mai la segreteria dell’ufficio l’ha fatta aspettare più di un’ora, dandole addirittura un numero d’attesa. La risposta è stata che il servizio automatico non dipendeva da lui. E allora da chi dipendeva? Non si sa.

La Toscana ha una delle sanità più efficienti d’Italia, così dicono le statistiche. Meglio non pensare a cosa accade nelle altre regioni. Ma non è finita. Come in un film comico alla Mister Bean o in una scena alla Crozza, Michela alla fine va nell’ufficio in cui deve fare la prenotazione e pagare. Davanti a lei vi sono 42 persone. Gli impiegati allo sportello sono quattro, ma l’attesa è lunga e snervante. Ad un certo punto arriva un signore il cui numero è stato già chiamato, ma in quel momento non c’era. L’impiegata lo invita a ricominciare la fila mettendosi per ultimo. Un po’ di buon senso avrebbe suggerito comprensione, e la cosa si sarebbe risolta con l’accordo di tutti.

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Immanuel Kant

Ma, si sa, le regole sono regole, e come ebbe a scrivere una volta Kant, esse diventano spesso lacci e laccetti. Quel signore è andato in escandescenze per esasperazione. La responsabilità non è certo dell’impiegata che sta allo sportello, la quale, lasciata sola, diventa anch’essa una vittima del sistema. Quando si creano situazioni di questo genere, dovrebbe stare a chi dirige essere presente e trovare soluzioni. Alla fine, pagate le settanta euro, Michela fissa l’impegno con la pediatra per la vaccinazione. Per colmo di sventura, quando poi arriva allo studio clinico, il bambino è raffreddato e la pediatra, gentile ed efficiente, rinvia l’appuntamento, fissandolo lei stessa per evitare a Michela una nuova odissea.

Questi i fatti. Ora, delle due, l’una: o si evitano assurdità come quelle di segreterie telefoniche paranoiche o fila tali da esasperare sia gli impiegati dello sportello sia i malcapitati avventori che accettano l’invito alla vaccinazione oppure, se tutto ciò costa troppo, consiglio uno psicologo di aiuto agli impiegati e agli utenti. E un altro psicologo per le segreterie telefoniche. Perché una vaccinazione deve diventare per forza un viaggio avventuroso che è comico almeno finché non diventa tragico? E tutti ci auguriamo che non lo diventi.

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Alfonso Maurizio Iacono, professore ordinario di Storia della Filosofia, Università di Pisa

da IL TIRRENO

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