La Cina nel WTO. A chi conviene?

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In verde gli stati membri del WTO, in giallo gli stati osservatori, in rosso i non membri, in blu gli stati rappresentati anche dalla Ue

CLAUDIO LANDI
Il 13 gennaio scorso la Commissione europea di Bruxelles ha deciso di rinviare a luglio l’avvio delle procedura per il riconoscimento, da parte europea, dello “status di economia di mercato” alla Repubblica Popolare.

La Cina è entrata nel WTO, compiendo una vera rivoluzione economica, nel 2001. Ma il gigante emergente entrò in quell’anno nel sistema globale del WTO non a pieno titolo di economia di mercato. Le condizioni, le istituzioni, le regole della società cinese erano ancora piuttosto lontane da quelle proprie di un capitalismo avanzato, e d’altra parte, in quel 2001, gli Stati Uniti sembrano essere ancora l’iperpotenza globale. E quindi fu facile far accettare alla Cina l’entrata nell’Organizzazione mondiale del commercio, erede del GATT, dalla porta di servizio.

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Il periodo del non riconoscimento dello status di economia di mercato doveva essere di quindici anni: dal 2001 al 2016. Alla fine di quest’anno dunque, le potenze mondiali del WTO dovranno decidere se la Cina è automaticamente diventata economia di mercato (questa ovviamente è la posizione di Pechino); o se comunque riconoscere alla Repubblica Popolare questa nuova posizione magari sottoponendola a ulteriori condizionalità (e questo potrebbe essere l’orientamento di Bruxelles); oppure ancora di non ritenere la Cina, per ora, una economia di mercato a causa di alcune sue caratteristiche istituzionali e quindi di continuare a tempo indefinito a trattarla come una ‘potenza minore’ (e questo infine è l’attuale orientamento della amministrazione Usa).

La questione è cruciale: il sistema WTO, come è noto, regola il sistema del commercio globale. Lo regola fondamentalmente secondo meccanismi neoliberistici: comunque esso consente e ha consentito una forte apertura dei mercati nazionali, possiamo dire che il regime WTO costituisce la base e il fondamento dell’ordine economico globale di matrice appunto neoliberistico. Nel male e nel bene. I paesi che non rispettano le regole WTO possono essere portati al giudizio WTO per pratiche di dumping.

Le procedure antidumping hanno certe caratteristiche: per dirla semplicemente, i paesi ai quali non è riconosciuto lo status di economia di mercato, possono essere sottoposti a giudizi antidumping con procedure e meccanismi molto semplificati e punitivi. Non è un caso che la larga parte delle pratiche antidumping presso il WTO siano contro la Cina; e non è un caso che le imprese cinesi spesso, secondo alcuni osservatori, cercano di evitare il giudizio WTO praticando prezzo più alti di quelli che potrebbero in base ai loro costi di produzione.

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Una delegazione della commissione europea e la controparte cinese 5th China-EU High Level Economic and Trade dialogue presso la Diaoyutai State Guest House, Pechino, 28 settembre 2015

Il riconoscimento dello status MES, di economia di mercato, quindi, comporta forti facilitazioni per i prodotti e le esportazioni cinesi e un incremento sostenuto dell’interscambio della Cina con i paesi che riconoscessero questo status a Pechino. D’altra parte, le importazioni a prezzo più bassi ovviamente mettono fuori mercato produzioni nazionali non sufficientemente efficienti.

Dato che la Cina è ormai la seconda potenza capitalistica mondiale. E dato che il mercato complessivo dell’Europa unita costituisce l’area economica più ampia del mondo e dato che l’interscambio sino-europeo è ormai imponente e importantissimo sia per la Cina sia per l’Unione europea, si possono facilmente comprendere l’importanza e il valore, economico, ma anche politico e strategico del riconoscimento.

Nella riunione del 13 gennaio scorso e nel dibattito europeo, sono emerse posizioni differenziate, ovviamente, tre le capitali europee, anche in base ai differenti interessi e strutture economiche ma anche in base alle differenti strategie geopolitiche. La questione del MES della Cina infatti ha enormi implicazioni e caratteristiche geopolitiche, a causa dell’opposizione americana; e a causa dell’intreccio dei Grandi trattati.

Alcune importanti associazioni e categorie industriali, e alcuni importanti sindacati sono contrari al riconoscimento cinese, mentre le capitali delle tre principali potenze europee, a vario titolo, sono in linea di massima favorevoli: la Gran Bretagna è largamente favorevole anche a causa della sua struttura capitalistica dominata dai servizi, e anche grazie alla sua nuova strategia geopolitica di forte integrazione con la Cina e con l’Asia tutta.

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François Hollande e Angela Merkel

La Francia appare divisa con un governo relativamente favorevole ma con grosse opposizioni politiche. La Germania, potenza di riferimento, infine è “favorevole in linea di principio”. Come ha spiegato esplicitamente la stessa cancelliera Angela Merkel a Pechino nel corso della sua ottava missione cinese. Il concetto è stato ribadito in una lunga e articolata intervista dall’ambasciatore della Repubblica Federale a una importante rivista cinese di economia. L’ambasciatore di Berlino ha detto appunto che la ‘Germania è favorevole in “linea di principio” e che “la Cina deve fare ancora un lungo lavoro”. Insomma la Germania ovviamente si pone al centro della questione, e del tavolo per cercare di trovare le condizioni giuste, secondo i propri interessi politici ed economici, per dare il riconoscimento del MES alla Repubblica Popolare. Morale: solamente l’Italia fra i grandi paesi europei si è messo massicciamente di traverso rispetto al MES per la Cina.

Il dossier è tutt’altro che concluso, siamo solamente agli inizi della partita. E ci saranno evoluzioni: la Cina infatti non è più il paese, seppure grande e pieno di potenzialità, del 2001. Ormai abbiamo a che fare con una grande potenza, con una grande economia, con una grande potenza capitalistica. Che sa giocare molto bene le se tante carte: gli osservatori ad esempio parlano di trecento miliardi di dollari di investimenti che la Cina mette sul tavolo per arrivare all’accordo positivo con l’Unione europea.

Ma la partita, se alziamo un po’ lo sguardo a livello globale come si deve, è ancora più ampia dei pur importantissimi rapporti economici con Pechino. L’UE sta negoziando su due fronti diversi: da un lato, il dossier che abbiamo or ora visto sommariamente del MES per la Cina; dall’altro, lato, dall’altra sponda del mondo, sta negoziando con gli Usa, il TTIP, il Trattato transatlantico di commercio e di investimenti. Basta uno sguardo sommario per capire l’importanza: se infatti l’UE con clausole serie per i propri interessi, riuscisse a chiudere gli accordi su entrambi i fronti, dando con condizionalità forti il riconoscimento alla Cina di MES, e con regole forti per il modello sociale europeo, siglando il TTIP con gli Usa, l’UE: uno, diventerebbe, (ricordiamo di passaggio che l’Europa è già il più grande spazio economico del mondo), l’UE sarebbe “il centro” del sistema globale; due, definendo regole sue, con la Cina e con gli Usa, darebbe anche le carte per le regole del sistema globale prossimo venturo, o almeno conterebbe molto in tal senso; tre, consentirebbe una forte e strutturale ripresa dell’economia globale.

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Il presidente cinese Xi Jinping riceve la consigliera per la sicurezza nazionale del presidente Barack Obama, Susan Rice, a Pechino, 9 settembre 2014

La cosa andrebbe a favore, noi crediamo, non solo degli interessi europei (e questa se ci consentite è la nostra preoccupazioni chiave) ma anche degli interessi del sistema globale, e detto per inciso anche degli interessi di medio periodo degli Stati Uniti. Alla fine tutti, americani in testa, si avvantaggerebbero molto della crescita peaceful del commercio mondiale.

Il punto critico è un altro: sta tutto sulla capacità e la forza politica dell’Europa unita di tenere in piedi un doppio processo negoziale e geopolitico del genere, con gli Stati Uniti e con la Repubblica Popolare (detto per inciso, ci sarebbe anche il Trattato di commercio UE-India di cui parlare e del quale tenere adeguatamente conto in questa Grande partita globale dei Trattati.). L’UE ed Eurolandia sono in grado, politicamente e come capacità di governo, di tenere assieme una partita così difficile, di fronte ad esempio alle obiezioni, legittime anche se errate secondo noi, dell’amministrazione americana? Una Europa a leadership germanica un po’ ammaccata può reggere il peso di un processo del genere?

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Protesta in India contro gli accordi commerciali con la UE

I dubbi sono forti: la crisi dell’UE è evidente, anche se, nel constatare le debolezze europee, bisognerebbe sempre ricordare la natura molto particolare dell’Ircocervo Europa. L’Ircocervo europeo è un animale politico specialissimo; è un misto inedito e innovativo di istituzioni e modalità comunitarie e di istituzioni e modalità intergovernative; è un animale politico che si flette ma tende a non rompersi.

Proprio questa complessa Grande partita dei Trattati di Commercio (managed trade), tanto per fare un esempio significativo, sta facendo emergere una convergenza geopolitica inedita fra Germania e Gran Bretagna. La lotta al terrorismo internazionale e all’ISIS, invece, ha fatto riemergere il ruolo strategico della Francia, consolidando il peso di Parigi rispetto a Berlino. I fatti di questi mesi stanno ricreando, su due relazioni, Berlino-Parigi e Berlino-Londra, le basi per una nuova fase dello sviluppo dell’Europa unita.

claudio landi

Claudio Landi

BUONGIORNOASIA

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