Brugnaro: meno piace a noi, più piace a loro

Con il trevigiano Maurizio Sacconi, Ncd, un paio di battute in dialetto. Sorrisi complici. Il viterbese Beppe Fioroni, Pd, gli fa i suoi più sentiti complimenti. Il ciellino lombardo Maurizio Lupi, Ncd, lo stringe amichevolmente con un braccio intorno al collo. Poi foto di gruppo con Elisabetta Gardini, Antonio Tajani, Giovanni Toti, forzitalici. Luigi Brugnaro è il cocco dei politici nazionali del variegato fronte cattoconservatore che si fanno vedere sotto il palco del Family Day. Qualche manifestante lo riconosce e si congratula con lui.

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Sì, la sua tirata da iperteso senza inibizioni, il torrente di parolacce ed epiteti riversato su Vittorio Zucconi e Edoardo Buffoni, sembra avergli reso bene. Il pane al pane vino al vino, funziona, il Trump della laguna, con i suoi modi che irritano da morire la sinistra e i progressisti in genere e che proprio per questo, a maggior ragione, piacciono a moderati, benpensanti e destra, si trova ora sotto i riflettori nazionali. È un personaggio che va in quest’Italia politica a corto di figure riconoscibili (non parliamo di leader), specie nel centro destra, un’Italia felice di aver sdoganato e inflazionato la parolaccia, che infatti ha perso di senso.

Pensiamo solo agli esponenti politici prima menzionati. Se questo passa oggi il convento del centrodestra, significa che stanno davvero messi male. Tempo un anno e vedremo in una situazione analoga a quella del Circo Massimo immagini con le parti invertite, con Brugnaro che benevolmente sorride e dà pacche amichevoli sulle spalle a esponenti politici in cerca di legittimazione o di un’amicizia che conti a livello nazionale.

D’altra parte, nel Triveneto, l’area più strategica del paese con la Lombardia, non c’è neppure una figura di rilievo nazionale oggi nella destra e nel centrodestra, a parte Zaia, che però è leghista. C’è dunque solo il sindaco di Venezia. A modo suo, sta riempiendo questo vuoto. E anche rapidamente.

Abbiamo ascoltato l’intervista – si fa per dire – di Zucconi e Buffoni con il sindaco di Venezia. Di Brugnaro colpiva il suo crescendo di ira rispetto a domande e a parole che può aver sentito come ostili ma che sicuramente potevano essere contrastate anche duramente, da parte sua, ma non con la violenza verbale di cui una persona un po’ normale dovrebbe poi vergognarsi, chiedendosi: ma che mi è successo, dio mio? Quanto meno dovrebbe misurarsi la pressione, e in una democrazia sarebbe anche logico aspettarsi che un sindaco di una grande città ci faccia sapere a che punto è arrivata. Il check up medico di un leader con responsabilità di governo è oggi da considerare parte del gioco democratico.

Mettiamo pure che oggi in Italia, e non solo, performance come quella del sindaco di Venezia con i colleghi di Radio Capital siano considerate forme espressive molto umane, e apprezzate proprio per questo in un politico percepito in sintonia con la gente e la sua pancia, non come gli aristocratici di sinistra che non sanno manco quanto costa una rosetta e non sanno cosa sono i bus affollati. Mettiamo pure che questa narrativa abbia un senso. Ipotizziamo anche che il sindaco di Venezia questa volta sia andato parecchio sopra le righe, anche rispetto ai suoi soliti standard, che non sono di un lord, e ipotizziamo che si sia accalorato perché proprio quel punto voleva far passare nella sua intervista, il punto che egli afferma stargli più a cuore, e cioè che va bloccata una legge che, a suo dire, consentirebbe poi di andare dritti al cosiddetto “utero in affitto”.

Ok, ma resta la domanda fondamentale: perché un uomo con la sua storia, di figlio di operaio, d’imprenditore, di uomo ricco, di proprietario di una squadra di basket, un signore libero che ha scelto una seconda vita di coppia, individua come terreno privilegiato per salire sul palcoscenico nazionale proprio quello dei diritti della persona, e in particolare quello dei diritti delle persone omosessuali? A questo ha poi associato un altro terreno contiguo, quello dell’ostilità nei confronti dell’immigrazione e in specie quella mediorientale.

Omofobia e islamofobia vanno forte di questi tempi e molto spesso vanno a braccetto. Brugnaro non è né omofobo né islamofobo, assicura chi lo conosce da vicino. Non  è un nuovo Gentilini. Lo fa allora per calcolo politico? Può anche darsi, certo è che c’è molta naturalezza in queste sue esternazioni e non si percepisce un impegno da parte sua a far pensare diversamente, e in realtà Gentilini a volte faceva pensare che recitasse, Brugnaro no, è sempre autentico. Così, dal pulpito politico di una città che per sua storia – si potrebbe dire per dna – è aperta, accogliente, inclusiva, e pertanto davvero democratica, non sa fare di meglio che proporsi come l’opposto della grande tradizione della città che egli si trova a guidare.

L’hanno eletto, i veneziani, proprio per far questo, per sbraitare perché lo sentano in tutt’Italia?
È stato eletto per governare una città in grande difficoltà, i cui elettori, la maggioranza di chi si è preso la briga di votare, avevano perduto fiducia nella sinistra che, secondo la narrativa dominante, l’ha condotta nelle attuali condizioni.

Brugnaro, sul terreno specifico del governo della città, ha fatto poco o niente. Mentre, con la sua esposizione mediatica “grottesca” (per usare l’aggettivo di Vittorio Zucconi che l’ha mandato in tilt) sul terreno dei diritti, non fa niente – anzi fa l’opposto – per parlare, com’è dovere di un sindaco, anche alla parte della città che non l’ha votato o che è rimasta a casa alle ultime amministrative. Non una parte qualsiasi.

Se poi, invece, i fatti e i numeri diranno che la città – anche una parte di quelli che non l’hanno votato – è in sintonia con lui e approva quel che fa e quel che dice – vorrà dire che interpreta magnificamente lo spirito del tempo, e che la situazione italiana, non solo veneziana, è dentro un processo di trasformazione antropologica, come avrebbe detto Pasolini, un’epoca non breve nella quale il pendolo è decisamente dalla parte di Brugnaro e del brugnarismo, per starci a lungo.
E allora amen, bandiera bianca.
(g. m.)

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