Jefferson Airplane. Per Paul Kantner, nello spazio e ritorno

ALESSANDRO CARRERA, Houston
Ecco, invece di scrivere un epitaffio per David Bowie, il cui ultimo album, Blackstar, è un capolavoro, lo sto scrivendo per Paul Kantner, 74 anni, morto il 28 gennaio dopo essere stato virtualmente dimenticato per gli ultimi quarant’anni. Gli affrettati coccodrilli pubblicati su di lui, almeno sui quotidiani americani, lo ricordano solo come il leader dei Jefferson Airplane che dopo aver avuto successo con Grace Slick che cantava Somebody to Love e White Rabbit ha fondato il San Francisco Sound con Volunteers of America, si è lanciato in strane collaborazioni dalle quali è emerso Wooden Ships, l’inno di chi semplicemente non ne vuole sapere più niente di tutta la baracca.

Poi qualcuno gli ha detto che se non mandava qualche strizzatina d’occhio al pubblico la baracca l’avrebbe chiusa davvero. Allora lui ha cambiato il nome al gruppo in Jefferson Starship e nel 1975 è entrato in classifica con Red Octopus. Dopo sono venute rotture e riunioni, cause legali e patteggiamenti a non finire, il rifiuto di seguire gli Starship (senza più Jefferson) sulla via del rock da stadio di We Built This City e infine l’ultimo disco dell’ultima incarnazione dei Jefferson Starship, Tree of Liberty, una compilation di folk songs e di vecchie, care, “canzoni di protesta” (inclusa Chimes of Freedom di Bob Dylan, di cui assolutamente nessuno si è accorto.

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Perché ricordare dunque questo vecchio hippy sfiatato, che nel 2009 ha portato in giro gli ultimi sopravvissuti dei suoi vari gruppi in una tournée tristemente chiamata Heroes of Woodstock (bisogna pur campare), che avrebbe voluto incidere il suo ultimo disco a Cuba e che nei suoi ultimi concerti leggeva componimenti di poeti rivoluzionari dell’America Latina a un pubblico che invece voleva gli eroi di Woodstock?

Non lo prendevano sul serio neanche i collaboratori più stretti. Grace Slick, l’ex moglie con la faccia d’angelo, la voce da mezzosoprano che scuoteva le viscere, e una lingua che ti tagliava in due, l’aveva già detto alla fine degli anni Sessanta: “Paul crede veramente di poter cambiare il mondo. Io no. Io credo solo al mio istruttore di karate”.

La prima volta che parlai con un americano dei Jefferson Airplane e delle varie diramazioni in cui il gruppo si era sciolto come in un delta fluviale all’inizio degli anni Settanta, tagliò corto. Sì, ma suonavano proprio male, dal vivo erano inascoltabili. Almeno con Red Octopus hanno trovato un sound ben bilanciato, hanno imparato il mestiere.

Ecco, è per questo che adesso parlo di Paul Kantner. Perché aveva ragione lui. Su Cuba o l’America latina non so, ma sulla musica sì. I Jefferson Airplane erano grandi proprio quando suonavano male, quando erano una garage band che stava in piedi per miracolo, non quando si sono dati una ripulita. E la trilogia dei dischi irregolari realizzati con l’aiuto di David Crosby e Jerry Garcia, Blows Against the Empire (Paul Kantner and the Jefferson Starship, 1970), Sunfighter (Paul Kantner & Grace Slick, 1971), Baron von Toolbooth & the Chrome Nun (Paul Kantner, Grace Slick & David Freiberg, 1973), è stata un esperimento di libertà artistica che non ha confronti nella storia del rock.

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Ho detto “libertà” non a caso. Ascoltavo Blows Against the Empire mentre preparavo l’esame di maturità (bisogna pur confessarsi) ma buona parte del mio cervello era su Hijack the Starship, l’astronave che avrebbe dovuto portare tutta la “gente giusta” ad anni luce da tutte le trappole della vita che ci aspettavano una volta passato quel maledetto esame. Non avevo un grammo di essenza hippy in me, non fumavo nemmeno, ma da quel disco quasi senza batteria, dove il pianoforte e le chitarre creavano un vento sonoro irripetibile, veniva una voce che ti diceva: “Fa’ tutto quello che devi fare, ma ricordati che l’unica cosa giusta da fare, anche se non la farai mai e andrà bene così, sarebbe mollare tutto e andarsene. Non per rivolta, non per fare la rivoluzione, non per cercare avventure, ma per andarsene e basta, nient’altro che andarsene.”

Molti anni dopo ho letto negli Studi sulla letteratura americana di D.H. Lawrence che molti europei non erano venuti in America per sfuggire alle persecuzioni religiose o alla fame. C’erano anche quelli, si capisce, ma ce n’erano parecchi che ci erano venuti perché l’America era il luogo dove potevano andarsene, andarsene e basta da tutto quello che li intrappolava a casa loro. Ma quando Paul Kantner, Grace Slick, Marty Balin e Gary Blackman hanno composto Hijack e Starship, l’America c’era già, era l’America che li intrappolava, e non gli era rimasto che sognare le stelle (“Have You Seen the Stars Tonite?” di Kantner e Crosby) come l’unica destinazione di un andarsene ormai impossibile.

Passano quattordici anni. Nel 1983 Kantner riunisce le membra sparse degli Airplane/Starship e incide Planet Earth Rock and Roll Orchestra per quella che dovrebbe essere l’ultima zampata della vecchia utopia. È una riunione di vecchi compagni di scuola e si sa che queste cose non vanno mai a finire molto bene. Ci si promette di vedersi più spesso, sperando silenziosamente che ciò non accadrà mai. Un’ultima zampata a dire il vero c’è, ed è The Mountain Song. Questa volta si tratta di lasciare la città inquinata e velenosa e andarsene su per le montagne, magari sul Monte Shasta, il vulcano quasi al confine con l’Oregon (un brano s’intitola appunto Mount Shasta).

Ma vedi dove vanno a finire le utopie cosmiche. Lo spazio non c’è più. Questa dice di essere l’orchestra del Pianeta Terra, e il suo progetto rivoluzionario è una gita fuori porta in un’accogliente località turistica (il Mount Shasta è pieno di motel). E The Mountain Song era già stata scritta nel 1970. Allora era finita nel cassetto, vuoi mettere lo spazio con un’arrampicata?

Certo, il disco non è poi male. E così è di noi. Non siamo troppo male. Questa volta ci teniamo in contatto, è una promessa. Ma poi non lo facciamo. Dopo Planet Earth Rock and Roll Band non ho più voluto ascoltare niente di Paul Kantner & soci. Vediamo di lasciare i bei ricordi proprio lì dove cominciano a incrinarsi.

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Alessandro Carrera

Addio a Paul Kantner, “the brain” dei Jefferson Airplane

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