Letteratura &è democrazia

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Luciana Castellina interviene alla Scuola dei librai, Venezia, 29 gennaio 2016

LUCIANA CASTELLINA
La qualità della letteratura dipende in effetti dalla qualità della democrazia (e forse si potrebbe dire il contrario. Quel che è certo è che la nostra attuale democrazia non è quella di Pericle. Ma quale è la nostra?

Viene assolutamente chiamata post-democrazia, ma, mentre il post è inequivocabile, il concetto di democrazia, in tutte le sue implicazioni, non lo è affatto.
La risposta più bella alla domanda se la letteratura sia o meno democratica che mi è capitato di trovare recentemente è quella della signora Nadia Della Vedova che, non ricordo più in quale social, arrabbiata col presidente della regione Lombardia per non so quale sua esternazione razzista e omofoba, gli scrive una lettera aperta: “caro Maroni, la letteratura è un animale coraggioso che scava e porta alla luce le storie di tutti. Anche quelle dei clandestini, dei terroni, degli omosessuali che vivono in Lombardia. La democrazia è fatta così.”

La signora però – e con lei quasi tutti – non si occupa del “mezzo”, che conta, giacché, come sappiamo dal vecchio McLuhan, il “medium” è il messaggio”, cioè la sostanza. E se andiamo a vedere i media della nostra epoca è facile esser indotti a minor ottimismo: la moltiplicazione degli scritti, l’interattività, non hanno reso più visibile il reale, lo hanno, al contrario, reso illeggibile.

Del resto molto ottimisti non sono neppure quelli che continuano a riferirsi al mondo mediatico di ieri. Yoshua dice addirittura che se oggi la letteratura è in difficoltà è proprio per colpa della democrazia che, con la sua potenza livellatrice, ha ridotto la diversità fra gli individui abolendo l’eroe che era al centro della creatività romanzesca. Per questo il reale non sarebbe più utilizzabile dall’autore.
Angelo Guglielmi ne deduce che con l’uccisione del romanzo la letteratura è stata spinta verso l’autofiction ombelicale.

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Ivan Jablonka, autore di un recente libro di successo – “L’histoire est une littérature contemporaine” – sostiene che nel XIX secolo il romanzo ha permesso di apprendere la democratizzazione della società – e cioè la sfida dell’uguaglianza – mentre due secoli più tardi non fa capire più niente, il mondo essendo divenuto nuovamente opaco a sé stesso. Per cui oggi solo le scienze sociali possono porre rimedio a quanto ha reso invisibile l’esperienza, a condizione di abitare il linguaggio del demos, ridivenendo parola pubblica, cioè democratica.

Derrida sostiene dal canto suo che democratica, in quanto più capace di stabilire un rapporto più essenziale con l’anima, sarebbe la voce, la parola fonica, la scrittura essendo un’idea etnocentrica occidentale.
Poi, col ’68, tutto viene rimesso in discussione e via via si arriva a sostenere che democratica è solo una letteratura che smantelli l’élitarismo dell’autorialità: la funzione dell’autore – dice Foucault – non deve apparire mai e gli scritti, tutti, devono circolare. (Era stato preceduto, quasi due secoli prima, da Lautreamont che aveva auspicato che tutti scrivessero poesie.)

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Si può ben dire che oggi con il digitale a questo approdo siamo pienamente arrivati: l’autorialità – nella letteratura così come nel cinema e anche nella musica – è stata colpita al cuore. Perché tutti possono scrivere e scrivono, pochissimi leggono, anche perché, vista la mole dell’offerta, non può essercene il tempo. Manca infatti qualsiasi orientamento sicché si rimane affogati in un overloading letterario strabordante, in assenza di un qualsiasi criterio di selezione, che indichi almeno una gerarchia. E tutto questo viene teorizzato come positivo approdo della creatività dalla profezia di Kevin Kelly, che annuncia “la morte dell’autore”, figura superata dal fatto che i frammenti delle opere confluirebbero in quell’unico “libro globale” che è la rete. Cui compete oramai di esprimere la creatività che potrà essere solo collettiva.( “Kelly è sicuro che Internet stia per diventare “vivo”, un’entità sovrumana e consapevole”- commenta ironico Jaron Lanier, il più apocalittico dei critici, nel suo “Tu non sei un gadget”. La nuova creatività collettiva di Kelly lui la definisce “poltiglia!).

Non è più neppure il web che produce l’inondazione, ma i socialnetwork, che non sono più considerati una semplice app ma sono diventati il veicolo su cui viaggia tre quarti della produzione. (A Facebook si iscrivono ogni ora più persone di quante ne nascano nel mondo nel medesimo tempo e in questo network sono registrati come autori 300.000 scrittori.)
Il dibattito fra apocalittici e integrati è così, come è naturale, riesploso, sebbene, curiosamente, tutti si siano occupati molto dell’informazione, e poco, specificamente, della letteratura. Nonostante il sessanta per cento dei blog siano diari (cioè bozze di romanzo) e ogni giorno compaiano 275.000 nuovi post ( anch’essi bozze di libri), letti da cinquanta milioni di utenti. I weblog consentono a tutti di pubblicare, sono l’approdo per tutti i materiali: testi, immagini, suoni. Le selfpublishing dilagano: solo il sito “Il mio libro in poco tempo ha offerto 35.000 romanzi. Un fenomeno che ha cambiato modo di scrivere e di leggere, sebbene ci si continui a muovere come nulla fosse accaduto. Tutt’al più si discute delle pubblicazioni on line dei prodotti cartacei, che sono, francamente, un dettaglio.

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E invece è accaduto moltissimo, anche se mi riesce difficile definirlo esplosione della democrazia. L’aver soppresso i gatekeeper – e cioè agenti, editori, distributori, librai , ovviamente, anche i critici letterari (quasi tutti i presenti in questa sala) – e così aver messo l’umanità in condizione di evitare il collo di bottiglia che rappresentavano, dando ad ognuno la chance di diventare un autore – ha reso infatti più democratica la letteratura?

È democrazia la perdita della gerarchia del sapere, il fatto che tutti parlino e scrivano e nessuno ascolti e legga? Oltretutto non è nemmeno vero che si tratti di una partita paritaria, perché ormai tutti sappiamo che il cyberspazio non è affatto il mondo della libertà e dell’uguaglianza, la dimensione orizzontale che prevale su quella verticale, secondo l’utopia neoanarchica di Manuel Castells. C’è, anche qui, come nel mercato, la “mano invisibile”, ma non per questo meno ferrea, che conduce, attraverso la forza degli hubs potenti ( quelli che hanno più connessioni), dove qualcuno vuole portare chi cerca. Perché imprese e governi hanno fatto in fretta a riprendere il controllo sulle relazioni sociali mediate dal computer in barba alla pretesa natura anarchica di Internet.

L’accelerata commercializzazione del cyberspazio non ha affatto reso più libera la scelta del prodotto letterario e non, offerto in rete, ma ha, al contrario, rigerarchizzato, sotto il proprio disegno, le pratiche di produzione e di consumo culturale. Divenute merce a tutti gli effetti. (Come ha detto Ginevra, è cominciato già un secolo e mezzo fa. Hippolyte Taine scriveva, in occasione dell’Expo a Parigi del 1855 :”L’Europa si è mossa per vedere delle merci”.)

La stessa cosa è del resto avvenuta nel campo dell’arte, oltre la pop art e i murales: nel 2006 la più importante galleria d’arte del mondo, la Saatchi, ha aperto una sezione open access (senza pre-valutazione) su Internet: “Saatchi on line”. Si sono presentati 60.000 artisti e, vista la quantità, è naturalmente saltata la tradizionale funzione selettiva della critica. Per far fronte alla inedita situazione la Saatchi ha incaricato 100 curatori, a loro volta una “massa”.

Questa autodesignazione ha realizzato l’utopia marxiana secondo cui bisogna liberare dal soffocamento causato dalla divisione del lavoro che caratterizza il capitalismo il talento potenziale delle grandi masse? Naturalmente no: il venir meno di ogni criterio di giudizio motivato ha posto la massa degli autodesignati inflazionati alla mercé delle manovre mediatiche e speculative del mercato.( La Biennale di Venezia del 2013, costruita con 141 “articoli”, prodotti marginali -la cosiddetta “arte espansa” – ha avuto un effetto destabilizzante anche più efficace della Saatchi.)

A orientare non è dunque più l’editore, o il critico, soggetti visibili e valutabili, ma un potere occulto. (Qualcuno ha paragonato il cyberspazio al West, ma questo è un West ipercontrollato da potenti sceriffi.)
Né si può dire che si sia estesa la sfera pubblica grazie all’ampliamento dei produttori di contenuto, perché si è casomai dilatato il privato, lo spazio essendo stato occupato dalla straripante esternazione quasi pornografica dell’intimo in un delirio narcisistico. Né sono state potenziate nuove forme di autogoverno: difficile ritenere che il chiacchiericcio ombelicale sia una forma di democrazia diretta. Soprattutto – se è vero che la letteratura è relazione, come la definisce Cesare Segre ma anche Gramsci – se il luogo della comunicazione diventa invisibile, indifferente, questa relazione fra chi scrive e chi legge si spezza: perché ogni relazione ha bisogno di una circoscrizione. Quando questa manca scompare il rispetto che incute la distanza, le irriducibili latitudini del reale, oggi annullate e con esse la responsabilità indotte dall’appartenenza a una comunità decifrabile. Con il conseguente venir meno del senso di cittadinanza, la trasformazione di sé da cittadini dotati di soggettività in passivi consumatori dell’enormità di gadget letterari allineati sugli scaffali – dice il filosofo Byung Chul Han. Un’immagine che ricorda le incisioni di Bruegel, dove Niemand (Nessuno), che – (il riferimento è all’Ulisse dell’Odissea che si incontra con Polifemo) – con una lanterna fruga in mezzo a distese di oggetti di scarto, la quotidianità composta da piccoli fatti insignificanti rispetto a quelli grandi e significativi che vengono tralasciati e così nessuno può esserne indicato come responsabile.

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E, ancora, la sfera pubblica ridotta alla somma delle conversazioni private , come dice Formenti; la rottura del legame fra immagine e realtà, per cui l’essere diviene un requisito superfluo (Scurati); unamincomunicante “babelite” ( Vattimo); e così si potrebbe continuare con le citazioni.

Gli “integrati” naturalmente contrattaccano i gufi apocalittici facendo come sempre finta di non accorgersi che nessuno contesta l’invenzione tecnologica in sé, ma solo la sua pretesa, ingannevole neutralità.
La riflessione – dicono- è diventata assai più condivisa; la diffusione dell’informazione molto più efficace; la rete è, in definitiva, la configurazione della società ateniese nell’era della globalizzazione; o, se si preferisce, la creazione di un bar di dimensioni mondiali ( che comunque non è proprio la stessa cosa); quanto alla manipolazione anche l’editoria tradizionale, del resto – accusano attira l’attenzione con operazioni di marketing e sfruttando posizioni dominanti (distribuzione, punti vendita) sul mercato. Mentre sul web la selezione è molto più democratica perché operata dai lettori stessi “addando” ( ti scelgo come amico), “pakkando” ( ti incoraggio con una pacca sulla spalla), ” linkando” ( agganciandosi ad altri testi ), “cliccando” ( quando si fa clik sul pugnetto chiuso con l’indice in su o in giù). E infatti da noi ci sono le blogstars, che equivalgono ai vostri bestseller.

Oggi gli “evangelisti della rivoluzione digitale” appaiono più convincenti, trovano facile consenso, perché le loro obiezioni disegnano in realtà un’idea della democrazia che è diventata quella ormai dominante in occidente, penetrata nel senso comune: la società come un’assemblea assordante in cui a tutti è dato il diritto di prendere la parola individualmente perché tanto il governo reale è affidato ad una burocrazia invisibile – la governance ( che non è la traduzione in inglese della parola governo ) – che non risponde a nessuno e perciò quelle parole non vengono ascoltate; è l’annebbiamento di ogni criterio di “oggettività”, affidata alla pretesa neutralità dei meccanismi tecnologici (il mercato come pilota automatico), sottratta agli umani esclusi dal governo della sfera pubblica entro cui si può operare solo attraverso una soggettività collettiva organizzata ( e cioè la politica) al fine di stabilire regole e criteri della convivenza. Il popolare e vociante rifiuto della politica, il favore per la governabilità e l’efficienza che ne risulterebbe una volta tolti di mezzo i cittadini, comporta anche questa deriva. La gogna alla “casta”, insomma, è l’altra faccia dell’impotenza dei cittadini di partecipare davvero.

E se la democrazia non è più democratica non può più neppure dirsi che lo sia la letteratura che nasce da quel contesto. Ogni cosa va posta nel suo tempo.
Si possono però creare aree di resistenza. E poiché forse le cose per la letteratura non sono ancora del tutto così drammatiche come rischiano di divenire ( ammetto di aver estremizzato ) c’è ancora spazio per combattere una battaglia in cui editori, librai, critici, si troveranno in prima linea.

Io credo che saranno proprio i mondazzoli, con le loro case editrici onnivore e i loro supermarket, i loro spersonalizzati rapporti coi lettori, quelli – insomma – che più degli altri hanno fatto del libro una merce, ad essere fatalmente soppiantati dalla rete. Tenteranno – già lo fanno – di pescare qui è là nell’oceano cyber una Sabrinex ( ragazzina che vive a Castel Volturno autrice di “Over“) o una Cristina (che invece vive a Padova ed è autrice di “My dilemma is you“) che, come si fa nel web, scrivono sul telefonino in autobus o durante la ricreazione scolastica, o la sera prima di prender sonno, componendo ogni volta un pezzetto del mosaico che poi diventerà un libro. E però è difficile pensare che si tratterà di letteratura ( sebbene per nulla impossibile che fra milioni si trovi la scrittrice o lo scrittore del secolo). (Bifo/Franco Berardi, scrive, sarcastico, in proposito: “Ma la letteratura non è un esercizio per visitare anche gli abissi?” )

Dall’altro lato del fronte i piccoli. Che, contrariamente alla leggenda metropolitana che vuole in futuro vincenti i big si troveranno invece le sorti della letteratura nelle loro mani. Perché i soli ancora attrezzati a ricercare e a costruire con amore e un lavoro paziente l’autrice o l’autore; a stabilire un legame personalizzato, di reciproca fiducia con i lettori ; a riproporre, per l’appunto, relazione e dunque democrazia. (Come è ovvio non avverrà senza conflitto, che del resto è il sale della democrazia).

“La tecnologia apre le porte, il capitale le richiude”: lo aveva detto Karl Löwith moltissimi anni fa. Oggi è più vero che mai. Lo cito per non sembrare un terribile gufo che nega il valore del progresso tecnologico e scientifico. Voglio solo ricordare che la tecnologia non è neutrale e che porti cose positive o negative, dipende dai rapporti sociali di produzione in cui è inserita, dall’intervento di una soggettività critica.

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Luciana Castellina

Intervento al seminario della Scuola dei librai, Venezia, 29 gennaio 2016

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