Belgrado, una via a quell’italiano che salvò i serbi

GIUSEPPE ZACCARIA
Nel centro di Belgrado c’è una strada che incrocia la storica Balkanska ed è stata battezzata “Admirala Geprata”, ovvero è lì per perpetuare la memoria dell’ammiraglio Émile Guépratte, che negli anni della prima Guerra mondiale guidava uno squadrone di vecchie unità nel Mare Mediterraneo.

Al prode comandante francese vengono attribuite audaci imprese specie dalle parti dei Dardanelli, ma la ragione di quella “ulica” belgradese risiede soprattutto in un fatto: alla Jugoslavia di un tempo fu raccontato che era stato lui a guidare le navi francesi nel salvataggio dell’esercito serbo che, sconfitto dagli austro-ungarici e martoriato dalle bande albanesi, si era raggruppato agonizzante dalle parti di Valona. Questo, almeno, è quello che fu detto agli jugoslavi di allora ma adesso a Belgrado sembra giunto il momento di cambiare la storia, o quanto meno la toponomastica per raccontare i fatti per come andarono davvero, e dunque a rigore il nome della strada dovrebbe diventare ulica Jacinta Ferrera.

Niente paura, in lingua serba si declinano anche i nomi: tutto questo è solo per dire che se davvero si vuol rendere onore al comandante che guidò una delle più grandi operazioni di salvataggio navale della storia, allora il nome che dev’essere ricordato è quello del generale Giacinto Ferrero, italiano, che la condusse dall’inizio alla fine. Che ci si creda o no, il merito di questa revisione spetta tutto a una giornalista che ha contribuito il modo incredibile alla rivalutazione di questo mestiere: Mila Mihajlovic è serba ma vive da molti anni in Italia, e dopo una serie di ricerche negli archivi ha scritto un saggio che ha fatto sbarrare gli occhi a molti nel suo Paese d’origine e spiega che i veri salvatori non furono i francesi ma gli italiani. L’aspetto più sconcertante della vicenda sta nel nello scoprire come si possa manipolare la storia in base alle convenienze politiche del momento, ma questo è un discorso che faremo fra breve.

Come si fa nei romanzi gialli, qui può tornare utile un rapido flash back: ad un anno dall’inizio della Grande guerra l’esercito serbo, valorosissimo ma non molto numeroso, era stato ripetutamente battuto dalla poderosa macchina da guerra austro-ungarica e continuava a ritirarsi, anzi varcando le montagne albanesi era stato ulteriormente decimato dagli attacchi delle bande locali e dalla neve. Quando l’anno si avviava alla fine si era ammassato sulla costa adriatica in attesa che il nemico gli sferrasse il colpo di grazie. E là arrivarono gli italiani.

Paolo Giordano, un cronista che fu testimone dei soccorsi, li descrisse così: “C’erano centinaia, migliaia, decine di migliaia di soldati afflitti dagli spasmi allo stomaco vuoto, intrappolati assieme nelle fauci della fame e della sete, vittime delle più terribili battaglie . Sui volti avevano tutti la stessa espressione in cui vedevi solo fame e febbre. Degli eroi che, nel dicembre 1914 avevano sperimentato la distruzione dell’Esercito reale, non restava più niente, non c’era vita nei loro corpi, nient’altro che l’anima… tutta la Serbia era morta in ciascuno dei suoi figli, ma pure in quell’ agonia brillava l’ orgoglio serbo di uomini che hanno scelto la morte di fronte alle catene straniere”.

1915%20-%20Incrociatore%20ausiliario%20'Citta'%20di%20Catania'

L’incrociatore Città di Catania

Quell’operazione di salvataggio sarebbe stata superata solo trent’anni dopo col il famoso recupero dei resti dell’esercito inglese sulla spiagge di Dunkerque, all’inizio della Seconda guerra. A partire dal 12 dicembre del 1915 e fino al 29 febbraio dell’anno successivo tutti i vascelli disponibili della Regia Marina furono mobilitati per fare la spola sulla due coste e cominciarono a scaricare nei porti di Bari e Pescara oppure su spiagge aperte intere divisioni di un esercito in rotta. Le condizioni del mare erano pessime, il rischio di attacchi austriaci molto alto, eppure centosettanta navi italiane di ogni tipo incrociando freneticamente nell’Adriatico riuscirono a portare in salvo 136 mila soldati serbi, più di undicimila feriti, interi reparti di cavalleria con 13mila uomini e diecimila animali, 23mila soldati austriaci che erano stati presi prigionieri, eccetera.

Tutto questo è scritto negli archivi della nostra Marina, ma per motivi diversi era stato dimenticato. La prima ragione consiste proprio nella forza della comunicazione, che contava anche agli inizi del secolo scorso: la Francia vantava rapporti privilegiati con il Regno di Jugoslavia e dunque non le fu difficile incassare gloria e ringraziamenti. Il secondo motivo nacque qualche decennio più avanti: conclusa la seconda guerra, la Jugoslavia diventata titina continuò a lungo la contesa territoriale con l’Italia per Trieste e la “zona B”, e dunque nei libri di storia delle scuole comuniste non parve opportuno mettere in rilievo l’aiuto dei rivali di allora. In un modo o nell’altro, dunque, nel sentire comune dei serbi quel grande salvataggio rimase attribuito al merito di altri.

Eppure gli elementi per ristabilire la verità non sarebbero mancati: già all’epoca dell’operazione di soccorso Nikola Pašić, primo ministro del re Pietro Karađorđević, aveva fatto giungere all’Italia un messaggio di ringraziamento, e soprattutto gli annali riportano il discorso del capo di Stato maggiore dell’esercito serbo, colonnello Mitrović. Salvato con tutti i suoi dall’incrociatore “città di Catania”, prima di scendere dal bastimento l’ufficiale dedicò all’intero equipaggio le seguenti parole: “La vostra opera nobilissima è stata pienamente apprezzata dall’esercito serbo: ora e sempre per quest’opera vi accompagnino, o marinai d’Italia, la gratitudine e i voti di tutta la Serbia, che sulle vostre navi oggi rinasce per affermare il suo sacro diritto all’esistenza contro l’aggressione e l’oppressione nemica”. Parole in qualche modo profetiche, poiché due anni dopo l’esercito serbo, riorganizzatosi e trasferitosi in Grecia, scatenò la controffensiva ed infranse la resistenza degli Imperi centrali sul fronte di Salonicco, marcando l’inizio della vittoria.

bari-city-tour-with-basilica-di-san-nicola_medium-4411

Bari, San Nicola

La cosa più strana è che di questo storico salvataggio fra i più umili si è conservata una memoria ancora vivida: basta parlarne con i vecchi pescatori di Bari o i marinai di San Benedetto del Tronto, perfino fra i serbi più avanti con gli anni si coltivavano ricordi della fraterna accoglienza degli italiani (secondo loro, resa possibile dal diretto intervento di San Nicola, che a Bari aveva assistito all’arrivo dei suoi figli prediletti). Era solo la storiografia ufficiale ad aver cancellato quell’importante frammento di storia.
Adesso forse possiamo sentirci un po’ più soddisfatti, ma già che ci siamo qualcuno dovrebbe rivolgere una richiesta al sindaco di Belgrado, anche oggi è assorbito da faraonici progetti di una città sull’acqua. Signor sindaco, fra un centro direzionale e l’altro, fra una torre più o meno alta ed altri ammennicoli del genere, vogliamo riconsiderare la storia dei nomi delle strade? Lasciamo pure che una resti intitolata a Guépratte, ma  Giacinto Ferrero non ne meriterebbe una anche lui?

zaccaria

Giuseppe Zaccaria

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...