Il tentativo di Sánchez nella Madrid dei veleni

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ETTORE SINISCALCHI
Felipe VI ha dato l’incarico per la formazione del nuovo governo spagnolo Pedro Sánchez. “Proverò a formare il governo con le forze del cambiamento, spero che tutti siano all’altezza delle responsabilità”, ha affermato il leader socialista. Sanchez, che avvierà subito un giro di contatti nel tentativo di dar vita a un governo “progressista” e ha chiesto “almeno un mese” di tempo.

Intanto manette e registrazioni filtrate alla stampa intorbidano le agitate acque della politica spagnola. Le inchieste per corruzione travolgono il Partido popular valenziano, mentre si moltiplicano le critiche a Rajoy, e le registrazioni del Comitato federale del Psoe vengono rese pubbliche, indebolendo il segretario e trascinando il partito in un clima di veleni che ricorda il passato più oscuro e rischia di ipotecarne il futuro. Il bipartitismo spagnolo, pesantemente messo in discussione dal voto, non trova le risorse le risorse per farsi carico della responsabilità politica del paese né i nuovi partiti sembrano ora in grado di esprimere politiche di governo.

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Mariano Rajoy visto da Luis Grañena, CTXT

La probabilità che la Spagna torni alle urne è sempre più concreta. Dopo la semi-rinuncia di Mariano Rajoy che, prima di ricevere ufficialmente l’incarico di formare il governo da Re Filippo VI, ha fatto sapere di non ritenere di avere una maggioranza cominciando un secondo giro ufficioso di negoziazioni, la situazione non si è sbloccata. Sánchez ha detto che tocca a Rajoy presentarsi alle Cortes ma si è cominciato comunque a preparare a ricevere l’incarico, cosa che è avvenuta oggi. Rajoy punta a un nuovo voto che renda possibile un governo da lui guidato.

L’opzione di Sánchez è un «governo di cambiamento» la cui composizione e distribuzione di voti, tra voti a favore e astensioni “benigne”, risulta estremamente difficile. Prima di tutto per i numeri, in Parlamento andrebbe costruita una rete di accordi molto fitta che comprenda formazioni tra loro anche antagoniste, e questo è il problema politico, per tentare di mettere insieme una maggioranza semplice nella seconda sessione di investitura – essendo quella assoluta necessaria alla prima impossibile. Un governo di minoranza del Psoe, aperto a personalità esterne, sarebbe la soluzione che consentirebbe a Sánchez di piegare le resistenze interne. Si tratterebbe di trovare l’appoggio attivo o passivo di Podemos, Ciudadanos e dei principali partiti nazionalisti catalani, baschi e galiziani. Un’impresa difficilissima che, finora, nessuno ha facilitato.

Podemos ha proposto un governo allargato a Izquierda unida e presentato una lista di cariche a cui aspira (vice presidenza, controllo del Cni, i servizi d’intelligence, e della Radiotelevisione pubblica). Pablo Iglesias ha poi fatto sapere che non voterà mai un governo con Ciudadanos e il leader degli arancioni, Albert Rivera, che non faciliterà in nessun modo un governo con Podemos. Rajoy ha continuato a giocare di sponda con Rivera la carta del “governo ampio” poi, la scorsa settimana, l’irrompere delle manette.

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Pablo Iglesias, CTXT

“Disarticolata la cupola del Pp a Valencia”. Sembra la descrizione di un’operazione contro il crimine organizzato, sono i titoli che illustrano le conseguenze di un’inchiesta sulla corruzione che ha letteralmente travolto i popolari. Ventiquattro persone arrestate, due rilasciate, e 51 indagate, compresa l’ex sindaca Rita Barberá, ora senatrice. Tutti i consiglieri comunali del Pp coinvolti nelle indagini, otto quelli in custodia – assieme a dodici imprenditori, due architetti, un funzionario comunale e un ex consulente del partito. Il Pp non ha proceduto alle sospensioni cautelative di prammatica per non perdere ogni rappresentanza istituzionale.

La Comunità valenziana è uno dei granai di voti del Pp. Sia il comune di Valencia, la terza città spagnola, che il governo regionale gli sono stati da poco strappati, governati ora da alleanze tra il Psoe e le liste nate attorno a Podemos. L’inchiesta è piombata sulla scena nazionale ipotecando le ipotesi di alleanze basata sui popolari, alla quale Rajoy e Rivera avevano più volte invitato il Psoe. Anche se il premier dovesse essere persona diversa da Mariano Rajoy, socialisti e arancioni non potranno più favorire un governo col Pp. La soluzione delle larghe intese è ben vista da settori spagnoli o internazionali – tra i media è caldeggiata da El Mundo, proprietà della Rizzoli, e Gruppo Prisa, l’editore del quotidiano El País; a Bruxelles da chi teme, oltre all’instabilità, il possibile saldarsi di un fronte dei Pigs – ma è sempre meno proponibile, indebolendosi anche come soluzione futura.

Il 30 gennaio, poi, si è tenuto il Comitato federale del Psoe, decisivo viste le divisioni interne, e il giorno dopo sono arrivati i veleni delle registrazioni filtrate alla stampa. Come da prassi, Sánchez ha fatto il discorso pubblico di introduzione – la riunione è poi continuata a porte chiuse – confermando il suo impegno per un «governo di cambiamento» e annunciando a sorpresa che qualsiasi maggioranza verrà sottoposta a un referendum tra iscritti e militanti: il primo segretario eletto dalle primarie si cautela delegando il potere del Comitato federale alla base del partito. Del dibattito riservato era filtrato parecchio, frasi e questioni, la tensione, ma la situazione pareva composta. I baroni critici avevano una data per il congresso, a maggio, Sánchez l’appoggio del gruppo parlamentare. Quando ieri la Radio del Gruppo Prisa, Cadena Ser, ha trasmesso e caricato on-line le registrazioni di alcuni interventi, si è visto lo scontro continuare coi metodi peggiori.

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Susana Díaz vista da Luis Grañena CTXT

I nastri riportano la voce della segretaria e presidente di regione andalusa, Susana Díaz, ricordare a Sánchez il risultato del voto, il peggiore della storia del Psoe, e dire che un accordo con i partiti nazionalisti li convertirebbe in «ostaggi». Quella del presidente asturiano, Javier Fernández, convinto che si sarebbe tornati al voto. Le accuse a Podemos di voler «occupare il nostro spazio politico e propiziare una rivolta della nostra base», avallate dalla condotta di Iglesias. Nulla che già non sia stato detto o suggerito dagli stessi protagonisti, ma è il metodo che sconcerta, il sabotaggio della segreteria come strumento del confronto politico interno. Su chi abbia dato alla stampa le registrazioni, le accuse si incrociano. I critici accusano l’entourage della segreteria. Gli interventi sono solo quelli contrari alla linea del segretario, non si odono le voci di chi appoggia la formazione di un governo e chi esce indebolito più di tutti dalla vicenda è indubbiamente Sánchez.

Nel Psoe esplode uno scontro cominciato ben prima del voto, quando Sánchez, indicendo le primarie e candidandosi come capo del governo, ha infranto il controllo dei leader che lo appoggiarono come segretario di transizione e figura controllabile, su tutti Susana Díaz, la potente segretaria e presidente andalusa. I “baroni critici” possono proporre però solo dei no. No a un governo ampio, no a quello di cambiamento, per presidiare l’opposizione. Il non detto (la cacciata di Sánchez nel prossimo congresso, un governo di altri traballante scaturito da nuove elezioni, preparandosi a un altro appuntamento elettorale) non è proponibile all’elettorato. Una posizione che non offre prospettive, senza contare che i baroni che governano qualcosa nelle loro regioni lo fanno grazie ad alleanze con le liste viola. Per questo il segretario punta a indire primarie, arruolando la base contrapposta alle leadership.

Oggi si conclude il secondo giro di consultazioni. L’immobilismo di Rajoy comincia a innervosire, dentro e fuori al Pp. Neanche la Casa reale ha apprezzato l’imbarazzante situazione istituzionale e le critiche giungono a chiedere la sua rinuncia alla presidenza. Troppo tardi, al momento qualsiasi governo coi popolari è destinato a essere bocciato. Quello a cui punta il segretario socialista, l’unico che sembra volere un governo, non riesce a invece partire, stretto tra i veti incrociati e l’apparente preferenza di Pp e Podemos per un nuovo voto. Sánchez, intanto, si prepara ad ogni evenienza, anche ad affrontare un congresso difficilissimo.

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Ettore Siniscalchi

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