Il Campidoglio, il De Gasperi vero e la sua imitazione

GIORGIO FRASCA POLARA
Una vicenda poco conosciuta di sessantacinque anni fa suggerisce un paragone oggettivo tra due esperienze e tra due persone che hanno un paio di tratti essenziali in comune. Uno allora presidente del Consiglio (Alcide De Gasperi) e l’altro ex inquilino di Palazzo Chigi (Silvio Berlusconi), ed ambedue leader: uno della vecchia Dc e l’altro di un partito allo sfascio che tenta disperatamente di giocarsi una (penultima) carta con le amministrative di primavera. Oggetto della contesa nell’una e nell’altra esperienza era ed è l’amministrazione comunale di Roma, e identico il momento: la vigilia delle elezioni. Come si atteggiò l’uno, e come fa oggi l’altro è il tema di questa noterella che spero intrighi i più giovani e chi non ha più memoria di eventi lontani.

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Pio XII sulla sedia gestatoria

La storia (che è Storia davvero, e ben documentata) risale al 1951, quando il cattolico autentico e segretario della Dc Alcide De Gasperi è alla guida di un governo centrista. Egli sa resistere – in ben aspro clima – alle furiose pressioni politiche di Eugenio Pacelli, sì quel papa Pio XII che aveva appena scomunicato i comunisti; ma ne subisce poi, per pura vendetta, anche una miserabile umiliazione. E tuttavia De Gasperi non molla: tanto è cattolico rigoroso nell’animo, quanto è laico coerente in politica. La vicenda ha un cronista d’eccezione: Andrea Riccardi, docente di Storia contemporanea a Roma Tre, fondatore della Comunità di Sant’Egidio e, da ultimo, ex ministro. Riccardi ne scrisse anni addietro in un aureo libriccino (“Pio XII e Alcide De Gasperi – Una storia segreta“, Laterza 2003) dove ha ricostruito attentamente una vicenda già nota nelle grandi linee, ma arricchita con due documenti, da lui stesso scovati, che forniscono una dimensione più significativa di quel che accadde a cavallo del 1951 e del 1952, alle porte cioè delle elezioni a Roma.

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Alcide De Gasperi sulla copertina della Domenica del Corriere

Pacelli era terrorizzato dall’idea che vincesse la lista del Blocco del Popolo capeggiata da Francesco Saverio Nitti, presidente del Consiglio prima della dittatura, noto meridionalista di orientamento democratico, a lungo costretto all’emigrazione durante il fascismo. E aveva quindi pensato – proprio lui, il pontefice! – di contrapporvi un listone capeggiato da don Luigi Sturzo, il fondatore del Partito popolare (nel 1919, e poi anche lui costretto a emigrare). Nel listone avrebbero dovuto trovar posto, con democristiani, repubblicani e liberali, anche i monarchici e i fascisti per rastrellare tutti i voti utili a battere la sinistra unita.

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Francesco Saverio Nitti (1868-1953). Busto di Enzo Assenza, Camera dei Deputati

Un inviato personale del papa, monsignor Pietro Pavan, incontra dunque De Gasperi in casa di questi, il 5 dicembre 1951. Il verbale del colloquio, redatto dallo stesso messo e subito recapitato in Vaticano, spiega che se vincessero le sinistre “il Sommo Pontefice verrebbe a trovarsi nella più grandi difficoltà (…). Il Santo Padre constatava come l’Estrema Sinistra andasse aumentando la sua efficienza organizzativo-propagandistica mentre la politica del Governo non appariva sufficientemente decisa per contrastarla con efficacia”.

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Il cardinale Pietro Pavan, da 30 Giorni

Insomma: il papa considera necessaria l’alleanza con l’Msi. La situazione è chiara, il rimedio suggerito (l’alleanza coi fascisti e i monarchici) altrettanto esplicito. De Gasperi replica e manda a dire – è il verbale Pavan a riferirlo, dunque fonte indiscutibile: “Non è che con i comunisti si sia deboli e con i missini si sia intransigenti. Fatto è che esiste una legge che interdice la ricostituzione del fascismo e la sua apologia mentre non esiste alcuna legge che vieti il comunismo. Inoltre non va dimenticato che una percentuale dal 35 al 40 per cento degli elettori italiani ha votato socialcomunista: come si può prendere di petto oggi il comunismo in Italia?
Sarebbe la guerra civile e forse anche la guerra vera e propria…”. Monsignor Pavan insiste: “Il nemico n.1 oggi è il Comunismo”. Ma De Gasperi controbatte ironico: “Si immagini, monsignore, se non mi impegno: qualora dovesse avere il sopravvento il Comunismo, il primo ad essere impiccato sarei io!”. E non molla, cioè vince il braccio di ferro con papa Pacelli. L’operazione-Sturzo finirà dunque in archivio, e comunque il Blocco del Popolo perderà le elezioni.

Ma c’è un seguito che ha dell’incredibile se non fosse anch’esso documentato. Nell’agosto dell’anno successivo ancora monsignor Pavan va a trovare De Gasperi in Valsugana (dove il segretario dc ha casa e dove si spegnerà) per tentare di ricucire i rapporti tra il presidente del Consiglio e il pontefice che al leader del partito e del governo aveva inferto una grossolana umiliazione negandogli a giugno (quindi dopo le elezioni, e come chiara vendetta) un’udienza privata per il trentesimo anniversario del matrimonio e – persino – per la recente professione religiosa di una sua figlia, suor Lucia. Ma tanto la lingua vaticana continua a battere dove il dente duole, che De Gasperi è costretto a insistere, sicuro che ogni cosa sarà verbalizzata fedelmente, argomentando a posteriori, e sotto altro aspetto, il rifiuto della pretesa papalina. “Qualora la Dc si apparentasse con le Destre – spiega –, si disintegrerebbe il Centro: quanti hanno sensibilità sociale rimarrebbero sconcertati e finirebbero per scivolare verso l’estrema sinistra…”. Pavan suggerisce: “Ne parli direttamente al Papa”. De Gasperi non ha dimenticato quella che lui stesso ha definito la “umiliazione”, e replica. “Un incontro col Santo Padre è gradito, graditissimo. Però non posso dimenticare che sono il leader di un partito e il capo di un governo: non posso quindi espormi al rischio di cercare un incontro che non sia accetto”.
Pio XII non proporrà né incentiverà l’incontro. I due non si rivedranno più. De Gasperi morrà nel ’54, il papa quattro anni dopo.

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Silvio Berlusconi e Gianni Alemanno, maggio 2013

Torniamo all’oggi.
Il “laico” Berlusconi – che ha osato tante volte paragonarsi a De Gasperi – ha mai mostrato schiena altrettanto dritta non con un papa ma almeno con l’idea “laica e liberale” da lui stesso fatta continuamente propria, almeno a parole? Mai. Se non lo documentassero vent’anni prima di alleanza con i (post?) fascisti, ecco lo sfacciato sostegno politico e probabilmente anche economico a Gianni Alemanno, sindaco uscente della Capitale, e che voleva tornare in Campidoglio da vincitore. Alemanno è un fior di fascista (basterebbe a testimoniarlo il sempre caloroso sostegno di Casa Pound) che è stato ministro per anni in due governi del Cavaliere. Nessuna puzza sotto il naso di Berlusconi nel fargli personalmente campagna elettorale? Nessun atteggiamento non dico alla De Gasperi ma almeno consapevole della scandalosa gestione, tra fascisti di cento sigle, del comune di Roma, dei suoi beni, e soprattutto delle sue aziende? Niente di tutto questo. Ora la stessa solfa ricomincia. Berlusconi sarebbe felice di sponsorizzare un’alleanza tra il suo straccio di partito, quella Giorgia Meloni che ha nel cuore il fascio e alle sue spalle fascisti di tutte le risme, qualche costruttore, magari Marchini…

FRASCA

Giorgio Frasca Polara

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