La Fenice. L’immobile urlo, in margine a “Stiffelio”

imgresize6ANTONIO AUGUSTO RIZZOLI
Sono andato ad ascoltare l’ultima di “Stiffelio”. Avevo perso la prima perché ero andato a sentire “Rusalka” a Praga. Non avevo letto le recensioni dei critici più qualificati. Avevo invece letto una recensione di “Amfortas” su Di tanti pulpiti, una di Alessandro Cammarano su Operaclick e sentito l’opinione positiva di un melomane mio amico, Taino Gusella. Erano recensioni concordanti sull’enfasi eccessiva data dal direttore Rustioni, la totale assenza di regia, l’insipienza della scenografia, le voci straripanti e clangorose del soprano americano Julianna di Giacomo e del baritono-basso greco Dimitri Platanias, con generiche lodi del tenore Stefano Secco.
L’opera è data raramente e, quindi, valeva senz’altro la pena di ascoltarla.

Cominciamo in maniera inversa, con la scenografia

La scenografia è astratta, ma, osservata sul palcoscenico ha una sua funzionalità. Le fotografie non la spiegano abbastanza. È una scenografia funerea basata di grate priva o quasi di qualsiasi oggetto, tranne sgabelli e un tavolo. Ha qualche ridicola banalità, come le bandierine di carta messe di traverso nel primo atto e i mazzetti di fiori nel cimitero nel secondo (!!). Tuttavia, anche se non entusiasma, non dispiace. È stata concepita da Guido Petzold, non si sa se italiano o tedesco, che ha sempre lavorato in Germania. Petzold ha il sorriso triste e questo ci spiega la sua scenografia.

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La regia. Ma c’era un regia? I cantanti urlavano immobili ben piantati sul palcoscenico lo sguardo fisso sul direttore d’orchestra e quando si muovevano non sapevano dove andare. I loro movimenti erano entrare ed uscire con le loro palandrane a spazzare il pavimento. Ogni gesto di rabbia o sacralità o di conflitto (come nel secondo atto il duello, non si poteva disporre di un maestro di scherma?) era appena accennato. Johannes Weigand, del Baden-Württemberg, esibisce una biografia ricca con addirittura un premio Abbiati (premio sul quale ho sempre avuto i miei dubbi da quando fu assegnato a Michieletto).Si divide tra la sovrintendenza, la direzione di produzione e, appunto, la regia. Troppa grazia Sant’Antonio. Ha rilasciato una intervista a Leonardo Mello contenuta nel libretto di sala nella quale evita accuratamente di spiegare quale sia stato il suo approccio quale regista a “Stiffelio”. Dall’immagine del suo bel faccione di bavarese ce se lo immagina più in birreria che in teatro. Johannes Weigand merita il premio “Bufala”.imgresize9

Daniele Rustioni. Ecco un altro direttore il cui merito principale è di essere giovane, trentadue anni. E quasi bello, ama infatti esibirsi. Che sia un direttore promettente è affermazione che induce qualche dubbio e neppure si può dire, come scritto con eccessiva enfasi nel trafiletto biografico, che egli sia “uno dei più importanti direttori italiani”. La sua direzione qui è stata quella di un routinier, non sempre attento agli equilibri fonici dell’orchestra, per il quale non esistono i piano o i pianissimo, ma solo i forti e fortissimo. Lo si è sentito fin dal prologo (applauditissimo) ove gli ottoni coprivano i deboli e pigolanti legni. Ha quindi dato una versione bandistica, anche se, ad onor del vero, l’opera è scritta un po’ con l’accetta, su un libretto si direbbe in veneziano “schanchenico” (o “scancanico” dal greco “conchanos”: arido).Direzione onesta ed accettabile, certo non raffinata.imgresize7

I cantanti. Si sono probabilmente adeguati alla interpretazione del direttore. E ci hanno messo anche del loro. Ma avevano, comunque, delle belle voci, come dice Taino Gusella di Piove di Sacco.

Stefano Secco, di Milano è ben conosciuto nel nostro teatro : ha una voce straordinaria, bella emissione, buon equilibrio su tutti i registri.
Ma se dovessi dire che qui egli abbia messo in rilievo (nei limiti del possibile) il suo personaggio di Stiffelio, soprattutto nei suoi risvolti più intimi, direi proprio di no. Sempre in voce, sempre squillante, è stato una (bella) tromba.

Julianna di Giacomo della California è un monsone vocale, scarica sul pubblico la sua voce vigorosa, sempre al massimo. Ignote alla soprano la messa di voce, le mezze voci, neppure nei momenti di accorata riflessione. Ha, quindi, un’interpretazione che butta sul noioso ridicolo, accentuata dal suo fisico che la rende ahimé simile ad una vecchia matrona (e ci si chiede come abbia potuto suscitare passioni in bei giovanotti).

Dimitri Platanias, greco, è a lei molto simile. Sempre rombante, sempre incazzato, sempre a voce spiegata, attento a scandire le note, quasi in una esercitazione. Il fisico quadrato e massiccio lo aiutava. Interpretazione ? Sì, un po’ burattinesca.

Interessante che Daniele Rustioni nell’intervista riportata nel libretto di sala (per tre quarti dedicata al sunto storico dell’opera) citi la Di Giacomo e Platanias come interpreti sicuri e con i quali aveva già e ben lavorato.

Jorg è Simon Lim, il solito coreano importato. Troppo giovane scenicamente (Jorg dovrebbe essere il predecessore di Stiffelio) e con una voce non abbastanza grave per il suo ruolo di basso. Risulta quindi incomprensibile e superfluo. Corretto vocalmente.

Francesco Marsiglia il tenore che interpreta Raffaele, ha anche egli come Stefano Secco, un’ottima voce e, sia pure con i limiti della direzione d’orchestra e dei colleghi, ha cercato di delineare il seduttore.

Chi non è entrato in quest’ottica di assordante clangore è stato il coro, diretto da Marino Moretti, che, da quel musicista che è, ha mandato in mona la direzione d’orchestra e l’ha diretto in tutte le sue possibili sfumature di gioia, tristezza, misticismo. Senza dubbio il miglior interprete dell’opera.

Nella norma gli altri, il mezzosoprano Sofia Koberidze e Cristiano Olivieri.

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Il libretto di sala questa volta non è stato edito da La Fenice né impostato da Michele Girardi, manca del libretto, e ha peraltro al suo interno degli scritti congrui e informativi, ivi incluso un vecchio articolo di Giovanni Morelli, al limite della leggibilità per la contorsione di uno stile che esibisce frasi lunghissime con proposizioni paratattiche, ma sempre interessante ed acuto. È un prodotto di “Venezia Musica” e ha anche alcuni articoli che non c’entrano nulla con Stiffelio (su Beghelli, Togni e Boulez).

Pubblico folto in tutti gli ordini. Entusiasta e con grandi applausi, con assenza di claque. Notati degli attempati cow boy in platea che appena entrati, noblesse oblige, si sono tolti la giacca rimanendo in camicia a scacchi. Anziane e distinte signore esalanti l’odore di “moltrìn”, ovvero quell’odorino di anziano mal lavato.

Servizio inappuntabile con molte e gentili maschere. Ottimo buffet, ma a prezzi troppo cari: sei euro un bicchiere di prosecco.

Voi penserete che io non mi sia divertito. E invece no. Nonostante un’interpretazione un po’ facilona e superficiale le voci erano belle, l’orchestra, sia pure squilibrata a favore degli ottoni, ha suonato bene, il coro era perfetto. L’opera non si sente frequentemente ed è stato un merito de “La Fenice” averla messa in cartellone. Gli spettatori erano contenti, ma, si sa, oramai l’applauso in teatro è la norma ed è vietato fischiare (!!). La competenza del pubblico è per la maggior parte modestissima (esistono comunque raffinati melomani). Però Daniele Rustioni ha avuto diversi “buu – buu“ alla fine.

augusto rizzoli

Antonio Augusto Rizzoli

Le fotografie sono di Michele Crosera e sono tratte dal sito della Fenice

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