La “Superga del nuoto”. Un film per non dimenticare

tra-le-onde-nel-cielo-locandina.jpgUMBERTO ZANE
Il 20 febbraio al Buk Festival 2016 di Modena “Tra le onde del cielo”, dedicata ai sette nuotatori italiani morti nello schianto aereo del 1966

L’appuntamento è fissato per sabato 20 febbraio, al Buk Festival 2016 di Modena. Sarà qui che verrà per la prima volta presentato “Tra le onde del cielo”, il docufilm realizzato da Francesco Zarzana, con protagonisti Laura Efrikian, Marco Morandi e Claudia Campagnola, per raccontare una sciagura poco conosciuta, e in ogni caso troppo presto dimenticata, avvenuta esattamente mezzo secolo fa, il 28 gennaio 1966, nel cielo di Brema: l’altra “Superga” dello sport italiano.
Della prima, quella che si era compiuta appunto sul colle che sovrasta Torino 17 anni prima, il ricordo in effetti è rimasto vivo, oggi come allora.

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Torino Football Club, pluricampione d’Italia negli anni Quaranta, con molti dei suoi giocatori colonna portante della Nazionale italiana

Un po’ perché il “Grande” Torino non era una semplice squadra, ma “la” squadra degli italiani: era il simbolo vincente di un’Italia che usciva sconfitta dalla guerra, una sorta di traguardo per milioni di persone, che si rimboccavano le maniche per poter risalire in fretta, dalle macerie del conflitto. I suoi atleti erano personaggi conosciuti, in buona parte uomini fatti, da anni sulle pagine dei rotocalchi: al loro funerale parteciparono un milione di persone.

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Il trimotore delle Avio Linee Italiane, con a bordo la squadra del Grande Torino dopo lo schianto contro il terrapieno posteriore della Basilica di Superga, 4 maggio 1949

Le vittime dell’altra “Superga” erano tutti ragazzi compresi tra i 17 e i 22 anni. Giovani dalla faccia pulita: studenti, operai, impiegati, che sui giornali o in tv erano apparsi poche volte, in qualche caso mai, anche perché praticavano uno sport che, in quell’Italia di metà degli anni Sessanta che viveva il boom economico, era ancora di nicchia: poche piscine all’aperto, rarissime quelle coperte.

Eppure erano loro la “meglio gioventù” del nuoto italiano, in cui i tecnici riponevano le speranze per arrivare a traguardi sino a quel momento mai raggiunti dagli atleti italiani in questa disciplina. Col tecnico federale Paolo Costoli, 55 anni, c’erano ragazzi provenienti da ogni parte d’Italia: di Trieste era il più vecchio di loro, Bruno Bianchi, ventiduenne capitano della nazionale, sedici volte primatista italiana; romani i ventenni Sergio De Gregorio e Luciana Massenzi; torinese il loro coetaneo Dino Rora; di Venezia il diciannovenne Amedeo Chimisso; bolognese la diciottenne Carmen Longo; di Genova infine la più giovane, Daniela Samuele, 17 anni.

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Convair CV-240, il modello di bimotore della sciagura di Brema

Ragazzi accomunati da un sogno comune: la partecipazione ai Campionati europei che si sarebbero disputati pochi mesi dopo, ma soprattutto le Olimpiadi di Città del Messico, fissate nel 1968, con due anni per crescere ed essere ancora più competitivi.
Quel meeting a Brema era per loro una tappa importante: l’occasione per confrontarsi non solo con i migliori atleti europei, ma addirittura con i “supermen” d’oltremare, statunitensi e australiani in testa.

Una tragedia, quella di Brema, che ha tante analogie con quella di Superga. Ad iniziare dal maltempo, la nebbia. L’aereo del Grande Torino, di ritorno da un’amichevole a Lisbona, il 4 maggio del 1949, vista la scarsa visibilità, avrebbe dovuto essere dirottato verso Milano, invece all’ultimo il pilota decise per l’atterraggio nell’aeroporto del capoluogo piemontese.

Nel 1966 la nebbia aveva invece fatto cancellare il volo diretto da Milano per Brema. Si stava già organizzando un viaggio alternativo (treno più pullman) quando arriva l’opportunità di un volo per Zurigo con successive coincidenze prima per Francoforte e poi per Brema. A Francoforte, però, un ritardo di soli dodici minuti, fece perdere agli atleti azzurri l’aereo già prenotato: dovettero così salire su quello successivo, che a Brema non arrivò mai.
Non del tutto ben chiarite, ancora oggi, le dinamiche dei due incidenti: né di quello di Superga, né di quello di Brema, con il copilota trovato ancora intatto dai soccorritori con in mano una tenaglia arrugginita.

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Le vittime della tragedia di Brema

In entrambe le tragedie, poi, con gli atleti, vittime pure dei giornalisti: tre, molto noti, a Superga (Renato Casalbore, Renato Tosatti e Luigi Cavallero), uno a Brema, il trentaseienne telecronista della Rai Nico Sapio.
Dopo la tragedia il campionato del 1948/49 continuò, col Torino che schierò nelle ultime cinque partite la squadra dei ragazzi, e le sue avversarie che fecero altrettanto.
Anche a Brema lo sport non si fermò: il meeting si fece ugualmente, conservando anche la “start list” originaria: ogni volta però, sul blocco riservato, al posto dell’atleta caduto, un mazzo di rose per ricordarlo.

Contrariamente a quanto era accaduto per il Grande Torino, con la celebrazione di un funerale comune nel capoluogo piemontese (prima della partenza dei feretri per le varie città d’origine per la sepoltura), le esequie dei ragazzi di Brema si tennero separatamente.
Oggi il loro ricordo è tenuto in qualche modo vivo da un meeting primaverile nazionale che si tiene ogni anno, nonché dall’intitolazione di alcuni impianti natatori.

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Andrea Chimisso, veneziano

A Venezia, quello della Giudecca, è ad esempio intitolato ad Amedeo Chimisso. Inoltre nel suo nome, si svolge pure ogni anno in estate, una manifestazione natatoria, organizzata, tra gli altri, dal fratello Roberto, nuotatore di buon livello di fine anni Sessanta.
Di qualche anno più giovane di Amedeo, Roberto, che sino a quel momento aveva nuotato per divertimento, decise di intraprendere la carriera agonistica pochi giorni dopo la tragedia. Una sorta di tributo al fratello, che a 19 anni, era già tra i più forti dorsisti del tempo, nonché un promettentissimo mistista.

Roberto si presentò al tecnico della Rari Nantes Patavium, Vittorio Costa (allenatore di Amedeo), chiedendo di provare: fu preso e in pochi anni arrivò, anche lui nel dorso, ai vertici nazionali, vincendo titoli e partecipando, a 19 anni, ai Campionati europei, quelli che il fratello più grande non era riuscito a fare, quattro anni prima.
Ad Amedeo Roberto ha pure dedicato dei video, che raccontano la sua storia, visibili su youtube.
Anche lui compare nel docufilm realizzato da Francesco Zarzana, così come tanti parenti, amici, compagni di quei sette ragazzi.
La “miglior gioventù” del nuoto degli anni Sessanta, di un’Italia che non c’è più, ma che merita di essere ricordata.

umberto zane

Umberto Zane

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