“Brugnaro, la discontinuità con cui fare i conti”. Parla Gianfranco Bettin

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Gianfranco Bettin

CLAUDIO MADRICARDO
Le ragioni della vittoria di Luigi Brugnaro a Venezia nel giugno scorso, gli errori del centro sinistra, i suoi fallimenti e la pulsione suicida che hanno portato alla svolta epocale. La forza “barbara” e postmoderna del nuovo sindaco e il possibile consolidarsi di un nuovo blocco politico sociale che rischia di rendere non effimera la sua esperienza. La grande sfida della nuova Legge speciale e del superamento del patto di stabilità come precondizione del superamento della crisi. La scelta della spettacolarizzazione dell’azione amministrativa e l’uso dei mezzi della pubblicità nella comunicazione della politica. Questi alcuni dei temi che abbiamo discusso in una lunga conversazione in cui Gianfranco Bettin, sociologo e politologo e uno dei padri storici dei passati governi del centrosinistra, analizza i dati del presente delineando lo scenario dell’immediato futuro.

3d_graphic_of_roadmap_on_white_background_stock_photo_Slide01Gianfranco, a distanza di qualche mese da quella che è stata definita una svolta epocale che ha visto la vittoria di Luigi Brugnaro a Venezia, possiamo analizzare i motivi che stanno alla base del suo successo?
Due, soprattutto: la vocazione suicida del centrosinistra e la novità, emersa gradualmente ma infine con forza, della candidatura di Luigi Brugnaro. Partirei da quest’ultima, contestando spiegazioni caricaturali, come quella che ho letto di recente, secondo la quale la vittoria di Brugnaro equivarrebbe alla conquista della città da parte della “campagna”. Una lettura che non coglie le trasformazioni avvenute nell’area metropolitana attorno a Venezia, e che non coglie nemmeno la sostanza del fenomeno Brugnaro. Chi lo ha votato ha piuttosto utilizzato una modalità postmoderna, per niente “campagnola”, di rapportarsi con la politica, di dare a qualcuno un mandato. Un mandato che, in questo caso, prescinde dal programma politico in senso stretto e premia soprattutto il “messaggio” di fondo che il candidato ha trasmesso: un’impressione di vitalità, o vitalismo, magari “barbara” ma convincente. Un bisogno quasi fisico di rigenerarsi. Di ritrovare energia.

Non credi che una delle cose su cui la sinistra non ha sufficientemente riflettuto riguardi il blocco sociale che ha sostenuto Brugnaro? Non ti sembra che in buona parte sia lo stesso che sosteneva i governi di centro sinistra?
A votare Brugnaro non è stato in realtà un “blocco sociale”. È stato, piuttosto, un insieme di atteggiamenti, di bisogni, di interessi, di opzioni e di opinioni (certo, almeno in parte, in passato intercettato anche dal centrosinistra) che solo infine è diventato un “blocco” politico. Accade tra il primo turno e il ballottaggio. Quando, cioè, Brugnaro si legittima come soggetto politico a tutto campo e conquista sul campo il ruolo di avversario unico, capace di misurarsi credibilmente con il favoritissimo, secondo la vulgata comune, candidato di centro sinistra. Solo in questi primi mesi del suo mandato quel blocco politico comincia a essere anche una sorta di blocco sociale. Ma ancora non lo è, in realtà, come certo non lo era durante la campagna elettorale.Pointer-512

Campagna elettorale in cui il minimo comun denominatore era il giudizio negativo sul fallimento dei governi di centro sinistra. È così?
Sì, anche se questo è un discorso che, in maniera demenziale, è iniziato – per motivi strumentali e/o psicopatologici – proprio nel campo del centrosinistra. Nella prima fase, che va dall’estate 2014 fino al primo turno elettorale, Brugnaro praticamente non esiste, sia, ovviamente, quando ancora non è candidato, sia nella prima fase dopo la sua stessa discesa in campo. L’iniziativa e la discussione politica rimangono a lungo tutte nel centro sinistra. La destra è divisa. Se non ci fosse stato Brugnaro non sarebbe neanche andata al ballottaggio, come nel 2005. Tutta la partita è stata giocata nel centro sinistra, pesantemente condizionata da chi, invece di criticare in modo radicale e anche spietato gli errori che sono stati fatti, individuandoli precisamente e contestualizzandoli nell’arco di un lungo periodo di governo, con luci e ombre, valutando oggettivamente l’arco storico coinvolto e guardando avanti, ripensando a un’idea di città all’altezza dei tempi nuovi e tenendo conto delle lezioni del passato recente, ha fatto a gara nel liquidare tutto, autodistruttivamente. Alle primarie a volte si aveva l’impressione di sentir parlare qualche candidato, e molti supporter, che fingevano di arrivare da Marte.

Forse molto ha pesato il 4 giugno del 2014, e la necessità di un’autocritica.
Certo, ma l’autocritica serve per cambiare davvero, non per fare terra bruciata.

Quindi la gente non è andata a votare per questa campagna autodenigratoria?
È stata a casa anche perché, nel “cupio dissolvi”, non si sono fatte autocritiche profonde ma razionali, capaci di aprire strade nuove, di motivare a una svolta partecipata e convincente.

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Secondo te sarebbe stato possibile risigillare il trauma vissuto con l’arresto di Orsoni?
Era del tutto possibile. Il Comune è uscito illeso dall’inchiesta Mose, a parte Orsoni (accusato per vicende precedenti la sua elezione). Questo andava rivendicato, a fronte di una Regione e di alcuni ministeri letteralmente demoliti in alcuni loro comparti dall’inchiesta. Ma ha pesato moltissimo anche la crisi finanziaria del Comune. C’è stato chi, nel centro sinistra, ha avvalorato la tesi che la crisi finanziaria dipendesse, da un lato, dagli “sprechi” del Comune stesso e dall’altro a presunti “privilegi” goduti dalla città (attraverso i fondi della Legge speciale). Come se la città nel suo insieme fosse stata “assistita” e fosse venuto il tempo di un ritorno a una virtuosa “normalità”. Questa tesi, oltre che dalla destra, è stata sostenuta, nel centro sinistra, da autorevoli esponenti del Pd, e non solo (perfino da qualche mentecatto della sinistra pseudo radicale), avvalorando la tesi che l’esperienza precedente non era stata che una serie infinita di errori. È chiaro che se a ciò sommi il trauma del Mose, lo sforamento del patto di stabilità e il commissariamento, resta ben poco all’ elettorato storico del centrosinistra, se proprio quelli che dovrebbero mettere in campo una lettura (auto)critica e una proposta innovativa fanno terra bruciata di quell’esperienza.

Dove ha sbagliato durante le elezioni scorse il centrosinistra?
Pur con i necessari adeguamenti storici, andava con forza rivendicata l’idea della “specialità” di Venezia, da cui deriva la Legge speciale, che segna positivamente gli ultimi cinquant’anni e che distingue il meglio della politica cittadina, e anche le forze che infine danno vita al centrosinistra veneziano di questi anni. Venezia ha bisogno di risorse “speciali” per esistere fin dalle sue origini. Non a caso per nascere, per vivere e diventare quella che storicamente è stata, ha avuto bisogno di un proprio stato, di essere una repubblica autonoma per un millennio, di governare un territorio più vasto di quello insulare da cui trarre le risorse necessarie per poi aprirsi al mondo e diventare la potenza e la meraviglia che sappiamo. Con ritardo, e dopo il trauma ambientale del ’66 (che offusca altri drammi, come l’esodo, la povertà, l’incertezza sul ruolo che la città stava cercandosi nel ‘900 della modernità più sfrenata e omologante), lo stato italiano nel ’73 riconosce a sua volta questa sua specificità, appunto con la Legge speciale.

Ebbene, questa idea il centro sinistra del 2015 la rinnega, egemonizzato da gente che non ne sa nulla, colonizzata da un neoliberismo d’accatto, da un provincialismo secondo cui le risorse speciali non sarebbero un investimento bensì “assistenzialismo”. Invece la Legge speciale è un grande investimento che fa della città, oltre che un posto più vivibile per chi ci abita, un grande generatore di ricchezza per tutto il paese. Questa è la visione della prima Legge speciale, che si occupa non solo della sua salvaguardia fisica, ma anche della sua rigenerazione socioeconomica, consapevole di quanto una Venezia tutelata e rafforzata economicamente diventi una risorsa per il Veneto e per l’Italia.

Un discorso che la maggior parte del centrosinistra dimentica, ancor prima dell’estate 2014, fin dal primo sforamento del patto di stabilità (uno strumento di tortura iniquo a danno di tutti i Comuni ma specialmente tale per Venezia, come si è ormai dimostrato). Convinte di giocarsi la partita solo dentro il centrosinistra, grazie alla frammentazione e all’inconsistenza iniziali della destra, le diverse forze, e le diverse anime del Pd in particolare, si scannano rimbalzandosi le responsabilità, dai fautori del “più uno” (i cosiddetti “duri e puri”, figuriamoci…) ai liberisti d’accatto, appunto, a cui non pare vero di avere l’occasione per attaccare il sistema di welfare veneziano (uno dei più ricchi e articolati d’Italia), agli indignati (?) dell’ultima ora che non sanno e non vogliono (per guadagnare uno zero virgola alle elezioni) distinguere tra responsabilità e posizioni, disorientando gli elettori, puntando soprattutto su presunte palingenesi politico-amministrative legate a singole personalità.

Si arriva così alle elezioni senza un vero ragionamento critico sul passato, senza un’idea di città ripensata. Si pensa che basti dire: “Azzeriamo tutto”. Non si fanno neanche veri sondaggi né sulle opinioni e sulle richieste degli elettori né sugli orientamenti di voto. Si prendono per buone previsioni ridicole secondo cui Casson avrebbe vinto al primo turno. Non ci si preoccupa di parlare con le parti più incerte dell’elettorato, ci si chiude pensando di aver risolto la partita già alle primarie. Anche la candidatura di Nicola Pellicani, giungendo troppo tardi, di fatto nasce spuntata. Mentre i contenuti innovativi e anche provocatori della candidatura di Molina si sapeva che non avrebbero potuto raccogliere il sostegno della maggioranza.

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Dal suo canto, Casson, pur naturalmente favorito dall’impatto dello scandalo Mose, non riesce a espandere l’area su cui può contare in partenza (anche per il disimpegno di certe componenti proprio del Pd e del centrosinistra). Così, dopo primarie scontate, si pensa che la partita sia già chiusa. Mentre invece la partita vera comincia solo poco prima del primo turno, quando Brugnaro conquista il vantaggio decisivo sui rivali di centrodestra, quindi va al ballottaggio e si capisce che esiste un’alternativa credibile al centrosinistra. Poi, i quindici giorni tra il primo e secondo turno sono da manuale.

Ci si accorge che Brugnaro ha costruito una campagna, per quanto debole di contenuto politico in senso stretto, che sa parlare a chiunque. Grazie, certo, a un impressionante investimento economico in “pubblicità” (uso volutamente questo termine più che quello di “propaganda”, perché di questo si è trattato: un investimento scientifico, una campagna molto ben curata, che ha messo al suo centro l’elettore, facendolo sentire considerato, e il suo rapporto con il nuovo candidato, la sua biografia, il suo volto, il suo carattere, le sue pur generiche ma suggestive idee). Grazie a tutto questo, Brugnaro entra prima in diffuso contatto e poi in forte sintonia con una parte molto ampia della città. Intanto, il centro sinistra completa il proprio suicidio, con polemiche autodistruttive che tra l’altro impediscono di vedere i veri errori e limiti del suo ciclo di governo e lo inchiodano a rancori, a velleità, a miopie, invece che proiettarlo in avanti, favorendone un dialogo nuovo con la città nel suo insieme, necessario dopo il trauma Mose e anche dopo l’incapacità di gran parte della giunta Orsoni di avere un rapporto aperto e franco e diretto con l’opinione pubblica, le categorie, i movimenti, insomma la città.

Tu hai avuto in più fasi un ruolo in questa storia.
Certo, ho provato, in quelle fasi, a far contare anche più di quanto pesassero elettoralmente, le idee e le sensibilità di certe componenti della città, soprattutto nel campo delle politiche sociali e, da ultimo, ambientali (un’altra volta, dati e fatti alla mano, se ne potrebbe riparlare, ma ovviamente ogni opinione è lecita, e ogni critica). Ho visto che Silvio Testa su ytali sostiene che, a proposito dell’inquinamento da grandi navi, il centrosinistra in vent’anni non avrebbe fatto niente.

Ha abbastanza ragione sul punto specifico, ma in realtà è tutta la città ad aver capito tardi quell’impatto, e comunque, ad esempio, il sistema di centraline di cui Testa parla dipende dall’Arpav (cioè dalla Regione) non dal Comune, che non ha poteri reali di intervento in materia, e però ha promosso accordi volontari, ha finanziato indagini di approfondimento, accogliendo proposte dei comitati ma con il peso determinante in consiglio e in giunta degli ambientalisti, ha posto nel PAT il tema del nuovo piano regolatore portuale, spinto a una valutazione di impatto ambientale di proposte come il Contorta che con ricchezza di argomenti l’ha duramente criticata, e si potrebbe continuare. È indubbio però che i ritardi in questa materia ci sono stati e si è cominciato solo di recente a colmarli. I limiti più gravi, per me, dell’intera esperienza amministrativa del centrosinistra si vedono comunque soprattutto negli esiti urbanistici, specie in terraferma.

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Pensi si potrebbe definire Brugnaro, seppur a livello locale, un campione dell’antipolitica?
È difficile definire antipolitico chi è stato presidente di Confindustria e si dice filogovernativo, anzi renziano. Direi che semmai è percepito come un “non politico”, il che è diverso. Non si presenta come un Guazzaloca, insomma, come una sorta di grillino di centrodestra. Si presenta come un imprenditore che si candida a sindaco perché insoddisfatto dell’offerta elettorale che c’è. Quindi, con una scelta propriamente e intensamente politica. Dopo di che, in seguito, una serie di sue posizioni e battute un contenuto più populistico e demagogico l’hanno senz’altro avuto.

Non ti viene il sospetto che alcune sue uscite pubbliche facciano in realtà parte di una strategia tesa a proporsi come personaggio della politica nazionale? Ti sei fatto un’idea delle contraddizioni che sarà costretto ad affrontare?
Io credo che Brugnaro conosca bene il mondo che l’ha votato, nel quale alcuni temi delle sue esternazioni sono molto popolari, come sulla sicurezza o sulla questione “gender”, che sembra turbarlo molto. Penso sia in sintonia con quel mondo. Poi va sottolineato come adesso Brugnaro su Venezia e sulla sua necessità di risorse fa gli stessi discorsi che faceva il centro sinistra prima di impazzire.

Ora che è sindaco si è accorto – lui e il centrodestra tutto – che la città con le sole risorse ordinarie non ce la fa. Se non rimetterà in moto la macchina della “specialità” di Venezia, non riuscirà neanche a rimettere in moto la macchina del Comune. Quindi sarà costretto a tradire una serie di impegni che ha preso. Fino ad ora ha tradito l’impegno a ripristinare il fondo accessorio dei dipendenti, a salvare i “progetti speciali”, a ribassare le tariffe che il commissario aveva alzato, a non tagliare una serie di servizi che erano già stati tagliati o che si temeva sarebbero stati tagliati. Si sta invece impegnando in una serie di attività di animazione e spettacolarizzazione (Autunno Mestrino, luminarie per Natale e Capodanno, Carnevale). Tutto ciò si potrebbe definire la prosecuzione con mezzi amministrativi del messaggio che lui ha dato con la sua vitalistica propaganda elettorale, con quel rapporto “caldo” con la città che ha cercato da subito. Fino ad ora è questo che lo premia. Sul versante della sicurezza, ha concluso un accordo poco più che simbolico con Alfano che gli ha permesso di mandare in giro i lagunari col mitra spianato. È pura immagine, ma per una parte della città funziona. Aggiungici le azioni spettacolari del valoroso cane antidroga. In realtà su questo versante lui sta facendo meno di quello che facevano le giunte precedenti, grazie ai “progetti speciali” che il commissario e Brugnaro stesso hanno tagliato. Ma quello che fa è molto più propagandato e sostenuto dal sindaco direttamente (cosa che prima non avveniva). E questo gli consente di continuare quel dialogo tra il simbolico e l’emozionale con la città che gli ha consentito di vincere.

Ma lui deve starci cinque anni, non è che governi una città con gli effetti speciali.
Il danno più grave potrebbe venire dalla vendita annunciata della rete del gas. Che non è difficile capire come al giorno d’oggi sia strategica. Abbiamo soprattutto due problemi. Il primo è la capacità di autoriprodursi e autosostenersi di Venezia, come città e come macchina pubblica. È il tema della Legge speciale (da riscrivere in termini attuali) e del beneficio che reca non solo alla città, ma all’intero paese, intrecciato con il tema del superamento del patto di stabilità. Questo è il vero banco di prova, su cui il centrosinistra (a Venezia e in parlamento, e al governo) ha fallito. Il fallimento vero è stata l’incapacità a Roma di approvare una nuova Legge speciale all’altezza dei tempi, e l’incapacità a Venezia di far sentire questa urgenza, di trasformarla in consapevolezza universale di cosa Venezia sia stata storicamente e cosa sia oggi. Anche Brugnaro ha questo problema. Se fallisce, tutto quanto dicevamo prima rimarrà fuffa (sia pure sgargiante, fucsia), mera suggestione. Lo sapremo presto, credo.winding-road-clip-art-85210

Come ti sembrava Brugnaro prima che diventasse sindaco?
Di sicuro un imprenditore di talento, capace d’intuito e programmazione. Umana è un’azienda che nasce dalla percezione di quanto la politica cambi la realtà. Appena approvato il pacchetto Treu, Brugnaro ha l’intuizione e si butta nella nuova realtà del lavoro interinale (poi si impegna anche in altre attività, sempre con successo). Quanto alla Reyer, fino ad ora si è rivelato un patron vincente. Nelle occasioni in cui in passato ho avuto a che fare con lui, l’ho conosciuto come persona pragmatica oltre che entusiasta, forte della sua carica vitale appunto. Erano, lui e i suoi collaboratori, assolutamente disponibili, quando mi occupavo di politiche sociali, ad aiutare persone in difficoltà. In verità io ho conosciuto prima il padre, figura straordinaria di militante sindacale, poeta e intellettuale di valore. Ferruccio è uno dei poeti italiani più significativi.

Quindi nulla a che fare con la leggenda metropolitana che descrive Brugnaro come il campagnolo?
Questa del “campagnolo” è, ripeto, una stupidaggine. Rivela una scarsa conoscenza sia della biografia di Brugnaro che del territorio. Questo territorio ha smesso di essere “campagna” cento anni fa. Questo territorio è modernità, anche con le sue aberrazioni, è velocità, con i suoi rischi, è musica e cultura contemporanea, rock, graffiti, teatro di ricerca e ogni altra forma d’arte d’oggi. È l’industria che è stata la più moderna per quasi un secolo, la chimica. Non la mezzadria. Non l’inquinamento industriale, non la peronospera. È il cancro e il tumore da Cvm e Pvc, non la pellagra. È acciaio, asfalto, cemento, plastica, e le nuove, radicali sensibilità e visioni ambientaliste. Nuove energie, nuove produzioni. Sono le contraddizioni urbane e sociali più tipiche del Novecento e poi del nuovo millennio, drammi e potenzialità inaudite. Brugnaro viene da questo mondo, che poi interpreta a modo proprio con l’idea che dalle sue contraddizioni si possa uscire attraverso un percorso individuale. Un percorso che accetta i valori dominanti nella loro accezione neoliberista (con mitigazioni tipiche della dottrina sociale cattolica), mentre in altri approcci, e in altre generazioni, come quella di suo padre, ci si affida di più al riscatto collettivo e a un forte afflato egualitario di impronta ”laburista”.

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Pur con un padre così, non sembra che abbia attinto a quel tipo di cultura. Sembrerebbe un figlio che ha scelto una strada opposta a quella del padre.
Io non credo che lui la senta come una strada opposta. Per dirti, molti di noi, figli dello stesso mondo, hanno deciso che non sarebbero andati a lavorare in fabbrica e che ne avrebbero contestato gerarchie e impostazioni proprio vedendo il guasto e i costi umani, sociali e ambientali di quella realtà. Noi pensavamo – in molti lo pensiamo ancora – che andasse e che vada cambiato il sistema produttivo (cosa e come produrre, oltre alle questioni di redistribuzione del reddito e del potere), mentre Luigi questa stessa ricerca di uscita da quelle contraddizioni l’ha risolta inventandosi un nuovo tipo di impresa, che gli avrebbe anche consentito soggettivamente un riscatto sociale. È un’altra strada – l’altra strada, individuale – per andare oltre il mondo d’origine.

Non ti sembra che abbia un po’ disatteso le promesse di discontinuità rispetto al passato?
No. La discontinuità c’è, netta: ad esempio, per la prima volta in vent’anni si taglia il welfare, la spesa sociale. Perfino i trasporti dei malati di Alzheimer! O, confermando i tagli del commissario, si rinuncia ai “progetti speciali” (cioè a migliori servizi per i cittadini). In materia ambientale, ha annunciato la revoca del Parco della Laguna nord costituito di recente, dopo decenni di chiacchiere vuote), spero non voglia riaprire l’inceneritore di rifiuti che Venezia, caso più unico che raro in Italia, ha chiuso, togliendo oltre 60 mila tonnellate all’anno di CO2 e di altre schifezze dai polmoni dei cittadini… Quello che, poi, sta facendo sulle Municipalità, mettere in discussione che il decentramento è uno dei modi normali attraverso i quali si governa la città, è inaudito.

Negli anni sessanta, Venezia e Bologna, due città allora di colore politico diverso, hanno inventato in Italia i consigli di quartiere, che hanno portato partecipazione e servizi molto più vicini ai cittadini. In questa scelta credo pesi l’impostazione personale, aziendalistico-efficientista, che rischia spesso la semplificazione autoritaria, di Brugnaro, che bypassa gli ambiti istituzionali privilegiando il rapporto diretto con i cittadini. Comunque, non si è ancora misurato con il nodo dei nodi. O meglio, si è misurato in un modo che è, questo sì, in perfetta continuità col passato. Perché quando affronti le problematiche finanziarie minacciando di vendere le opere d’arte o altri immobili o addirittura la rete del gas… dimostri solo che non c’è alternativa, se non cambia il patto di stabilità e non si rifinanzia, rivisitandola, la Legge speciale. Esattamente ciò che diceva il centrosinistra, prima di impazzire e di dimostrarsi incapace di coinvolgere l’intera città in questa battaglia per Venezia, che è una battaglia culturale, prima ancora che politica: spiegare a un governo e a un parlamento italiani mai così ignoranti sulla natura di Venezia di cosa si tratti davvero. Ripeto: questo è il principale fallimento politico e culturale del centrosinistra, sul quale non si è nemmeno cominciato a riflettere. A differenza di Brugnaro, che sembra averlo capito in fretta.

Andiamo alle conclusioni e ai compiti dell’opposizione a un sindaco di questo tipo, che vanta un rapporto privilegiato con Renzi e che rimette in gioco anche il modo di fare politica di chi non lo sostiene. Che dovrebbe fare?
L’opposizione dovrebbe lavorare su due livelli. Il primo riguarda ogni singolo atto dell’amministrazione, sul quale devi essere pronto a fare la tua controproposta. Sebbene esista, per volontà della maggioranza, una mancanza reale di interlocuzione in consiglio comunale. Ma, per esempio, su alcune battaglie importanti, sostanzialmente e simbolicamente, come quella sul trasporto dei malati di Alzheimer, l’opposizione avrebbe dovuto seppellire di emendamenti il provvedimento, anche con l’ostruzionismo, a oltranza. Facendo vedere qual è la proposta alternativa. Il secondo livello riguarda la ricostruzione di un profilo credibile per un centrosinistra di governo della città. Ancora oggi, purtroppo, le diverse componenti non lavorano a questo, agiscono in modo autoreferenziale, non di rado segnate da rancori reciproci. Siamo anche nella fase congressuale del Pd, e questo non aiuta, visto che semmai spinge le varie anime a rivaleggiare. Anche la sinistra fuori del Pd mi sembra occupata a parlare solo ai propri. Questo impedisce che emerga un blocco sociale e politico in grado di parlare alla maggioranza della città e di proporsi come alternativa al nascente blocco guidato da Brugnaro (da Brugnaro, sottolineo, e non ancora da una vera coalizione di centrodestra).travel-map2

Io ho come l’impressione che alcune aree del Pd stiano invece cercando un modo per stare dentro al potere di Brugnaro. Che ne pensi?
Può anche essere che qualcuno abbia questa velleità. Però ancora non è diventata una proposta politica. Di certo un ragionamento su un possibile accordo per governare meglio Venezia avrebbe un fondamento oggettivo, oggi, visto lo stato in cui versa la città. Dalla questione del patto di stabilità, alla Legge Speciale, al Casinò. Richiamo, a questo riguardo, il documento votato all’unanimità in agosto dal Consiglio Comunale. Ecco, su questa base, potrei capire un ragionamento del centro sinistra che dicesse a Brugnaro: ti proponiamo un patto di governo e andiamo fino in fondo. Un governo di unità cittadina, se non metropolitana, su contenuti molto chiari. Con partecipazione diretta del centrosinistra, o di una sua parte. Se è vero che la crisi della città nasce dall’esaurirsi della vecchia Legge speciale, che le risorse sono state prosciugate dal Mose, in questa situazione ci sarebbe bisogno di una fortissima solidarietà politica cittadina o metropolitana. Su questa base potrebbe nascere un governo unitario delle forze più responsabili su alcuni punti chiari, per ricreare le condizioni di una successiva alternanza in una città rigenerata. Ma oggi questa prospettiva sembra poco plausibile perché le forze in campo guardano soprattutto a se stesse. Il centrosinistra governa il paese, il centrodestra governa la città (perché tutti gli atti significativi della giunta Brugnaro sono atti di destra, finora). Potrebbero e secondo me dovrebbero almeno avere qualche interesse in comune. Dato che molti dei problemi che riguardano Venezia dipendono direttamente da Roma. Nella distinzione dei ruoli, tra maggioranza e opposizione qui a Venezia come a Roma, potrebbero fare delle cose insieme. Questa mi sembrerebbe la soluzione preferibile.

Però capirei anche se il Pd avanzasse la proposta di governare assieme. Magari non sarei d’accordo, ma sarebbe una proposta politica. In fondo sarebbe nella tradizione cittadina. Come nel ’74, quando ci fu il voto convergente della DC (al governo della città e del paese) e del PCI (all’opposizione a Venezia e a Roma) sulla salvaguardia e sulla gestione della Legge speciale. Ma per questo ci sarebbe bisogno di una forte consapevolezza e anche di un sindaco che non si comporti come un padrone. E di un’opposizione capace di pensarsi come governo e di riaprire il dialogo a tutto campo con la città. Il problema del centrosinistra è che deve dimostrare nel tempo più breve possibile che Brugnaro non è che una parentesi. Prima che attorno a lui e alla sua coalizione improvvisata si consolidi un nuovo blocco sociale e di interessi e, quindi, una nuova coalizione politica duratura. Dimostrando che la lezione è stata compresa, che si sono superati gli errori commessi sia governando per molti anni (chi lavora sbaglia), ma anche durante la scorsa campagna elettorale, mettendo in campo una convincente proposta di governo per il 2020, o forse anche prima.

(alla conversazione ha partecipato il direttore di ytali. Guido Moltedo)

Una risposta a ““Brugnaro, la discontinuità con cui fare i conti”. Parla Gianfranco Bettin

  1. Concordo buona parte delle cose contenute in questa lunga intervista a Gianfranco Bettin, altre meno ad esempio sul ruolo delle Municipalità, che andrebbero ripensate e forse riportate ai vecchi consigli di quartiere dove la partecipazione dei cittadini era reale, non sede dei partiti ecc.. ecc…. trovo al tempo stesso questa analisi sulla città post-elettorale interessante ma tardiva in quanto lui stesso è stato per vent’anni parte integrante ed attiva del centrosinistra veneziano…comunque considero importante questa sua analisi-intervista che spero sia letta da molti cittadini/e e dai partiti in primis il Pd veneziano?…

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