Il filo rosso veneziano

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ROBERTO D’AGOSTINO
Non sembra, eppure anche a Venezia un punto di vista di sinistra che non sia solo un senso sentimentale di appartenenza a qualcosa che non c’è più, ma una esigenza accompagnata da un sistema di valori e di conoscenze, dal richiamo a tradizioni fondanti e a una storia importante da innovare ma da non rinnegare, esiste.

Esiste sia un vasto mondo politicamente orientato, attento e intellettualmente partecipe alle sorti della nostra epoca, così come una vasta platea sociale, certamente maggioritaria, che subisce direttamente l’incapacità di affrontare la crisi culturale, economica e di democrazia che attanaglia anche la nostra città e che è ben lontana dall’essere risolta: questi mondi costituiscono un blocco “naturalmente” di sinistra nel senso che solo da soluzioni socialmente avanzate e culturalmente innovative potranno aspettarsi risposte ai problemi che coinvolgono l’intera società veneziana.18545199-filo-filo-rosso-isolato-su-sfondo-bianco-Archivio-Fotografico

Mai come oggi tuttavia questo mondo è disperso e lontano dai luoghi in cui si discute e decide il destino della nostra città.

È disperso perché non esistono luoghi politici organizzati in cui si affrontino i temi da questo punto di vista e in modo generale e non frammentario o legato a singole occasioni e a tematiche parziali; ed è lontano dai luoghi delle decisioni che sono stati monopolizzati dai soliti cosiddetti “poteri forti”, che mai come oggi hanno campo libero di fare ciò che vogliono, o da nuovi ceti “politici” che, comunque li si consideri, sono privi di qualsiasi strumento adeguato a governare Venezia e la sua complessità alta.filo-rosso

In questi giorni l’attivismo del congresso del PD mostra come esso sia l’unica forza politica organizzata in città e nello stesso tempo ne dimostra tutta l’inadeguatezza. Le diverse tesi che sono state poste in discussione si rivelano tutte strutturalmente al di sotto del compito di ricostruire la politica del centro sinistra veneziano: nell’incapacità di analizzare le cause delle recenti sconfitte, neppure sfiorate in nessuna delle tesi, e di indicare concretamente delle prospettive per i futuro. In questo modo, il dibattito sulla scelta dei candidati ai ruoli di governo del partito si articolano solo sulla maggior o minore adesione alla politica del “caro leader” nazionale. Tuttavia dentro al PD esistono, sono, direi, ingabbiati, gran parte di quei soggetti che individualmente o come gruppi sociali potrebbero e dovrebbero appartenere alla sinistra veneziana. Con costoro è non solo possibile, ma indispensabile lavorare per costruire il futuro sistema di governo della città.

Nello stesso tempo, le forze che soggettivamente si pongono alla sinistra del PD si aggregano in partiti politici residuali o in strutture associative con obiettivi nobili ma parziali e si caratterizzano per la storica incapacità di unire le forze in una continua riaffermazione del primato delle proprie specifiche opinioni.FILO

In questo quadro sarebbe dunque indispensabile, anche se non probabile, che questa sinistra (anche quella interna al PD) si riconoscesse, al di là delle appartenenze prodotte da una storia recente poco gloriosa, e si assumesse la responsabilità di tornare a costruire un punto di vista egemone a Venezia.

Si tratta di un obiettivo difficile che non può essere ottenuto attraverso atti volontaristici, ma solo attraverso un processo lungo e perseguito con determinazione e sopportazione, anche se esistono vaste praterie aperte davanti a chi volesse intraprendere tale processo.
La condizione di partenza è che ciascuno rinunci o, per lo meno, dichiari di accantonare momentaneamente le proprie appartenenze. Sia chi aderisce a un partito (PD, SEL, Rifondazione o altro), sia chi aderisce ad altre forme politiche organizzate (Comitati, movimenti) dovrebbe fare un passo di lato e presentarsi alla costruzione di una nuova sinistra veneziana libero dai pregiudizi che le appartenenze comportano, anche senza rinunciare alla propria attuale collocazione politica.

A partire da qui possono essere individuati alcuni passaggi su cui lavorare e costruire assieme.
Una buona base di partenza potrebbero essere i comitati per la difesa della Costituzione. Il combinato “riforma costituzionale/Italicum” è l’ultima e più velenosa delle polpette contro i diritti e la democrazia preparata dalla classe politica al governo (Partito di Renzi+Nuovo centrodestra+Destrevariamentenominate). Mobilitarsi contro questa riforma dovrebbe rappresentare un momento unificante di tutta la sinistra e di tutto il popolo democratico italiano.

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Come ricorda Lorenza Carlassare “dal processo riformatore in corso il popolo esce privo di voce, esce sconfitta la democrazia: nulla “giustifica la sostituzione della definizione di democrazia come governo del popolo con una definizione dalla quale il popolo, come potere attivo, sia eliminato o sia mantenuto soltanto come fattore passivo in quanto è richiesta da parte sua l’approvazione di un leader, comunque espressa”. (Hans Kelsen).
I comitati per il no hanno di fronte alcuni mesi per agire e consolidare al proprio interno una unità e solidarietà di azione che possa anche ampliarsi alle tematiche più generali della realtà italiana.

Un secondo punto, in qualche modo legato al precedente, su cui ragionare e convergere riguarda una riflessione sulle modalità di governo nella nostra città. Deve tornare ad essere chiaro che un governo di sinistra non delega le decisioni a poteri esterni all’Amministrazione democraticamente eletta e democraticamente revocabile. Il governo non è il facilitatore o al massimo il regolatore di decisioni che vengono prese in sedi separate (per esempio dalle Autorità concessionarie che imperversano a Venezia, ma non solo), ma è il soggetto a cui spettano le proposte e le decisioni da discutere e sancire nell’articolazione degli organismi eletti ai diversi livelli, delle istanze associative e dei singoli cittadini in un processo dialettico continuo e trasparente.

Un terzo e più impegnativo passaggio dovrebbe essere quello della attivazione di un processo di costruzione di un programma attraverso un lavoro coordinato e paziente da fare in comune.
Una sorta di “assemblea costituente” di una nuova e condivisa visione della città che sappia immaginarne il ruolo nella radicalmente mutata realtà globale i cui effetti abbiamo appena cominciato a sentire.

Sono ipotesi realistiche o pii desideri? Mah! ἄδηλον παντὶ πλὴν ἢ τῷ θεῷ (omaggio a Tsipras).

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Roberto D’Agostino

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