Il papa nell’inferno messicano

papa-francisco-mexicoLIVIO ZANOTTI
L’hanno rapita, torturata, ammazzata e gettata di traverso sul cammino che papa Francesco percorrerà tra poche ore. Anabel Flores Salazar aveva 32 anni e due figlioletti, il minore di poche settimane. È l’ultima dei 77 giornalisti trucidati in Messico: più che in Vietnam, nel Kosovo e ora tra Iraq e Siria. Anabel indagava e scriveva sul narcotraffico per un giornale di Puebla, tra Città del Messico e lo stato di Guerrero devastato dai signori della droga.

Per queste strade sono passati in cent’anni i guerriglieri di Emiliano Zapata e devozioni religiose in pellegrinaggio, rivoluzioni armate, restaurazioni selvagge e turisti in vacanza: oggi sono lo scenario di una guerra senza quartiere del narcotraffico contro la popolazione e lo stato, contro una società che vede crescere nel suo stesso ventre un mostro che vuole imprigionarla e la stupra ogni giorno cancellando il senso del limite e della pietà, essenza della cultura cristiana e dell’Occidente.logo-messico2016

“In Messico la tortura è generalizzata (…), tanto come castigo quanto per estorcere informazioni; e viene specialmente praticata dal momento della detenzione fino a quello in cui interviene il magistrato inquirente”, ripete da un mese Juan E. Méndez, Relatore Speciale su “Tortura, Tratti ignominiosi e Pene crudeli, Inumane o Degradanti” per il Congresso legislativo della Repubblica, riferendosi espressamente ai corpi armati dello stato. Ma alle più rozze o sofisticate forme di tortura, negli ultimi dieci anni sono stati aggiunti i desaparecidos. Sono 26mila quelli denunciati negli ultimi trenta mesi. Far scomparire le persone è ormai una tecnica applicata sistematicamente da poteri ufficiali e di fatto in interi territori. Le vittime sono prevalentemente giovani, studenti e docenti, ma può essere chiunque non si sottometta totalmente ai padroni locali, legali o no che siano.

Nel grande paese alla frontiera con gli Stati Uniti agiscono diversi terrorismi, che rendono insicuri e spesso impercorribili centinaia di città, paesi e campagne, strade e tratti costieri. La vita quotidiana di decine di milioni di persone è stata stravolta e gettata nell’ insicurezza assoluta. Un breve ritardo a un appuntamento o al rientro a casa dal lavoro o dalla scuola accende timori e angosce in familiari e amici, scattano allarmi e catene di solidarietà. A Città del Messico, dall’avvio di questo millennio, la vita sociale si svolge di giorno. Molti ristoranti e anche cinema, teatri e commerci d’ogni genere chiudono all’ imbrunire. Di sera, la stragrande maggioranza delle persone rimane chiusa nel privato delle proprie case. Questo accade nella capitale, una conurbazione con trenta milioni di abitanti (l’intero paese ne ha 126), non c’è bisogno di chissà quali sforzi per immaginare la situazione nelle province. In quelle dominate dal narcotraffico la vita è appesa a un filo. A volte si viene uccisi per caso, accade di frequente.

VALLE DE MÉXICO

Città del Messico

Il Messico è un paese di bellezze naturali sfolgoranti, abitato da un’umanità antica e giustamente orgogliosa della propria cultura, delle università e dei musei, dei grandi scrittori, poeti e musicisti, dei pittori ovunque celebrati. Offre un’archeologia monumentale unica al mondo, che s’insinua fin nella selva più verde degli smeraldi incrostati nelle sue rocce; un arcobaleno di monti e mari, spiagge ancora incontaminate dalla speculazione edilizia. Il cibo è sontuoso, come lo stile delle tavole imbandite. Prezioso e raffinato l’artigianato dell’argento, dell’oro e dei tessuti. L’ unica economia dell’America Latina per la quale oggi l’FMI pronostica un’ulteriore crescita. Ma è un paese fratturato, un corpo potente e armonioso al quale hanno spezzato ossa, corroso cartilagini e rischia di vedersi strappare il cuore. Poiché nessuna democrazia, nessun organismo umano può convivere a lungo con i germi della corruzione e del narcotraffico che rialimentandosi reciprocamente l’infettano, senza morirne.

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La cattura de El Chapo Guzmán

La recente intervista semiclandestina e subito famosa di uno dei signori della cocaina, Chapo Guzmán, all’acclamata star cinematografica Sean Penn, ha molto di grottesco. È però anche rivelatrice dell’insufficiente consapevolezza generale della violenza immane, del progressivo degrado, dell’umiliazione permanente che il narcotraffico impone all’ umanità. Nella stessa società messicana l’evidente tolleranza e spesso complicità che fiancheggia i trafficanti proteggendoli, non è solo frutto di corruzione, imposta o gradita. In quest’immenso paese, appena dietro l’angolo lordo di sangue e intriso dal dolore, c’è ignavia. Nel suo noto impegno civile, Penn sulla questione degli stupefacenti è favorevole alla liberalizzazione, come Milton Friedman e gli iper-liberisti di Chicago, per altri aspetti aborriti. Anche Marco Pannella, in Italia, pensa che non vi sia altra soluzione a questo flagello. Ma polemiche a parte, quell’ incontro preparato da mediatori non disinteressati, avvocati, editori, guardie del corpo, ci dice che il quotidiano massacro messicano non commuove più di tanto.

Francesco va invece a vedere tutto ciò con i suoi occhi, vuol toccarlo con mano. Non eviterà nessuno dei roghi in cui più si consumano sacrifici umani. Neppure la Chiesa è del tutto a riparo dalle fiamme d’un simile inferno. Egli vuol misurare il rischio, capire come è stato possibile arrivare a tal punto. È avvertito, non sarà facile, né lui deve averlo pensato foss’anche per un solo istante. Non è solo per la Chiesa che vuole camminare su questa terra rovente, né per i soli fedeli: è per rivendicare verità, giustizia e carità, che sono universali o non sono. Così pensa un Papa cristiano. Che forse arriverà fino alla spianata dello Zocalo transennata e controllata a vista, guarderà i palazzi storici del potere e lungo le mura i peones che sdraiati nei loro ponchos riprendono fiato, ascolterà squilli e chitarre dei mariachi. Certo non se ne lascerà distrarre. A quest’ ennesima peregrinazione trans-oceanica lo chiamano le vittime quasi sempre innocenti di un immane incendio di coscienze.

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Una recente mostra a Filadelfia di Diane Kahlo: “Las Desaparecidas de Ciudad Juárez: A Homage to the Missing and Murdered Girls of Juárez”, ritratti elaborati dalle foto di oltre 150 ragazze sparite o uccise a Ciudad Juárez

Pur destinato ad attraversarla, nell’impossibilità di evitare del tutto l’ammiccante luccichio della tradizione, questo del Papa non sarà un viaggio di convenzioni e folclore, parole rassicuranti e soste amene, bagni di folla anonima e senza voce. È noto che più di un vescovo ne avrebbe fatto volentieri a meno. Non si conoscono scontri della gerarchia ecclesiastica messicana con il potere. Francesco sa bene che a lui direttamente tenteranno di rivolgersi le famiglie degli scomparsi, dei sequestrati, degli assassinati, delle vittime innumerevoli della repressione occulta e del narcotraffico che spesso ne è il pretesto. La Commissione per i Diritti Umani ha ricevuto quattromila 55 denunce per torture e altre violazioni documentate. Un migliaio riguardano episodi gravi accaduti in ambiti militari, dell’esercito e della marina. L’ autorità giudiziaria ne sta investigando 884. Appena undici hanno degli incriminati e le sentenze fino a oggi sommano a cinque.

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Il Papa volerà in Chiapas, una regione misera, inquieta e perseguitata del sud, ai confini con un paese martire della repressione militare negli anni Ottanta, il Guatemala. Di dove arriveranno interminabili pellegrinaggi. A Tuxtla Gutierrez e a San Cristobal de las Casas dovrà misurare bene le sue energie per far fronte alle folle che lo circonderanno, devote ma anche ansiose di essere ascoltate. E a tutt’oggi, nello stato di Guerrero, i genitori dei 43 studenti della scuola normale di Ayotzinapa, sequestrati a Iguala nel settembre 2014, e sui quali l’informazione del governo è stata smentita dalla verifica dei fatti, non riescono a ottenere di poter incontrare Francesco. Il dialogo con la Chiesa locale non è scorrevole, ha detto un loro avvocato. L’offerta, riservata peraltro a pochi di essi, è finora limitata alla possibilità di assistere alla messa papale di Ciudad Juárez, una delle capitali del narcotraffico, la porta dell’inferno. “Ci hanno già trascinati ben oltre quella porta, l’inferno non ci fa più paura”, dicono i genitori dei sequestrati.

FOTO-LIVIO ZANOTTI

Livio Zanotti

http://www.ildiavolononmuoremai.it

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