Usa e getta (e quando, non lo decidi tu)

 

plannedobscelesemceGIORGIO FRASCA POLARA
C’è voluto uno studio scientifico commissionato dai Verdi tedeschi (che Il salvagente prima e il rinnovato Test-Salvagente ora hanno diffuso qui da noi nel silenzio di tutto il resto dell’informazione italiana) per farmi capire bene il significato, e soprattutto l’enormità, del principio dell’obsolescenza programmata.

Come dire – ora che ho letto e capito – che l’industria mondiale immette nel mercato mondiale prodotti ad alta o persino bassa tecnologia progettati (sì, studiati scientificamente) per cominciare a dare problemi e/o a guastarsi entro un periodo di tempo calcolato, predeterminato al fine di accelerare strumentalmente i processi di sostituzione. Chiamalo cinico trionfo del comprare-buttare-comprare, definiscila apoteosi dell’economia capitalistica del consumo a tutti i costi, in realtà questa obsolescenza programmata è un vero e proprio delitto, che in Francia, ma non in Italia, è punito severamente dall’agosto scorso per legge. Un delitto, aggiungo, che mette in discussione l’intero sistema dei valori delle società così dette sviluppate. E che lo pone in stato di accusa oggi, nel cuore di una crisi mondiale – e acutissima in Italia – di valori sociali ed economici.

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La fine è in arrivo. Nessun problema. Arriva prima l’iPhone

Fenomeno nuovo, questo dell’obsolescenza programmata? Macché: scopro che i prodromi di quest’infamia risalgono agli Anni Venti del secolo passato, e sin da allora hanno sempre più influenzato la nostra vita, spesso in modo inconscio o tardivo ma sempre nell’impotenza di una qualche efficace difesa. Accadde già nel ’24 col cartello di produttori che decise di ridurre la durata della vita delle lampadine da 2.500 a 1.000 ore, e accadde vent’anni dopo con la decisione della Dupont di render più sottili – visto l’enorme successo – le prime calze di nylon, peggiorandone quindi la qualità ma moltiplicandone la sostituzione. Oggi gli escamotage (soprattutto, ma non solo, nel settore degli elettrodomestici) sono più generalizzati e insieme più sottili: rendere irreperibili i pezzi di ricambio, limitare la capacità di riparazione alle sole officine autorizzate per mantenere un’influenza indiretta sull’oggetto, e soprattutto realizzare prodotti dalle vesti sempre migliori ma dalle componenti studiatamente peggiori. Un caso esemplare per tutti? La lavatrice. La durata media di una lavatrice – rileva la ricerca tedesca – si è dimezzata, passando dai dodici anni del 1998, cioè di ieri, ai sei di oggi.

Tra le componenti che più spesso richiedono una riparazione c’è la resistenza, necessaria per il riscaldamento dell’acqua: la fragilità è aumentata in modo notevole a causa del tipo più scadente del materiale con cui è costruita. Sostituire la resistenza costa da 120 a 250 euro. Ancora: i cuscinetti a sfera del tamburo, sottodimensionati per potere sopportare lo stress delle scosse e che di conseguenza cedono anche prima di cinque anni. Peggio: la vasca di lavaggio in cui quel tamburo ruota e che, se una volta era in acciaio, ora è spesso di plastica, quindi si spacca facilmente e, per cambiarla, bisogna sostituire l’intero cestello. Infine una sciocchezza, ma altrettanto costosa: la maniglia dello sportello. Se ti rimane in mano è perché ha ceduto una piccola linguetta in plastica: però la maledetta linguetta non si può comprare separatamente e bisogna cambiare tutto l’oblò. Risultato: a fronte degli otto euro del costo della linguetta, bisogna spenderne 110. Insomma, la logica è sempre una (per la lavatrice come per l’iphone, per i mixer come per le stampanti, per i computer come per la tv, ecc.), è sempre identico il ritornello del tecnico incolpevole: “Non le conviene riparare, costa il pezzo di ricambio ma costa anche il mio lavoro, meglio comprare uno nuovo…”.

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Per contrastare questa sfacciata invenzione dell’obsolescenza programmata – che costa ogni anno cento miliardi di euro ai consumatori europei, studio dell’Università di Aalen per i Verdi tedeschi, segnala TestSalvagente –, molti Stati dell’Ue hanno ampliato il periodo di garanzia: la legislazione comunitaria prevede un minimo di 24 mesi di assistenza (l’Italia non ha previsto neanche una settimana di più), ma molti paesi l’hanno allungata: in Inghilterra e Irlanda il produttore risponde per sei anni sui vizi di conformità, in Finlandia e nei Paesi Bassi le tutele post vendita sono illimitate. Ora, questa chiacchierata ha un senso vero e concreto se ricordiamo a noi stessi che siamo proprio noi – i lavoratori a reddito fisso, i ricattati dei contratti a termine, gli esodati, i disoccupati, i pensionati, ma anche i giovani, le nuove famiglie – le maggiori e predestinate vittime, quasi sempre indifese, dei disegni delle grandi multinazionali e, insieme, delle conseguenze di una devastante crisi sociale ed economica. Già, come avevo cominciato quest’edit? E come l’ho concluso? Dunque le cose si legano. Con una maledetta catena: è il capitalismo, bellezza.

FRASCA

Giorgio Frasca Polara

 L’artigianaio di via Urbana che ha fermato il tempo di Mario Gazzeri

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