Con Carlo Buldrini sulle orme del Buddha

92459.jpgCLAUDIO MADRICARDO
Fu lo stesso Siddharta Gautama, il Buddha, a consigliarne la visita al suo discepolo Ananda, definendo i luoghi storici della sua vita, Lumbini, Bodh Gaya, Sarnath e Kushinagar, come le “quattro grandi meraviglie”. Un percorso che costituisce il pellegrinaggio buddhista per antonomasia, il circuito del turismo spirituale.

Ora, a distanza di quattro decenni dall’incontro fortuito con una stele del Museo archeologico di Sarnath in India che racchiude alfa e omega della vita del Buddha, Carlo Buldrini porta a termine l’impegno personale preso nel lontano 1972, facendo dono ai lettori di una fine narrazione, con foto da lui stesso scattate, in libreria dal 12 febbraio col titolo di “Pellegrinaggio buddhista” (Edizioni Lindau, euro 18,00). [un estratto_del libro]

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Carlo Buldrini

Profondo conoscitore di quei mondi cui ha dato trent’anni della sua vita, dove è passato dalla direzione dell’Istituto Italiano di Cultura a New Delhi all’insegnamento alla Jamia Millia Islamia di New Delhi, esercitando anche la professione di giornalista, Buldrini riesce a snodare un racconto in cui le sue doti di attento cronista ci rendono vividi odori, rumori e perfino umori profondi dell’India. Lasciandoci alla fine l’impressione di aver vissuto un’esperienza sensoriale.

E senza ombra alcuna di libresca pedanteria, riesce ad alternare le sue solide conoscenze dell’architettura al suo interesse genuino per il buddhismo, al cui nucleo di pensiero dedica passaggi importanti. Come già alla difesa dell’integrità nazionale tibetana e del Buddhismo Vajrayana, minacciati da una violenta sinizzazione, aveva dedicato nel 2015, sempre per Lindau, il suo “Lontano dal Tibet”. Un libro di forte denuncia, in cui l’autore ha ricostruito con la penna dell’inviato la storia recente del Tibet, dalle cronache della fuga del Dalai Lama da Lhasa fino ai giorni odierni. Una sorta di livre de chevet per i cultori della materia che, oltre a trovarvi una minuziosa ricostruzione storica del calvario del popolo tibetano, possono attingere a testimonianze dirette degli incontri dello stesso Buldrini con Sua Santità il Dalai Lama.

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Buldrini inizia riconoscendo un tributo al ruolo svolto dal piccolo gruppo di orientalisti inglesi vissuti in India tra il XVIII e XIX secolo, primo tra tutti quel Sir William Jones (1746-1794) meglio conosciuto come “Oriental Jones”, padre degli studi del settore. Che hanno permesso la riscoperta del buddhismo in Europa e il suo rifiorire nell’Asia meridionale. E il ritrovamento, tra l’altro, del luogo esatto in cui Siddharta è nato nei pressi di Lumbini, Nepal attuale, nel 563 a.c. La notizia giungerà al mondo il 23 dicembre 1896 dal “Pioneer” di Allahabad, ripresa di lì a poco dal Times di Londra. E da lì in seguito pubblicata dagli altri giornali del tempo. E nel 1967 il luogo tanto colpì per la sua spiritualità il birmano U Thant, allora segretario dell’ONU, che si fece promotore di un progetto di recupero urbanistico affidato a Kenzo Tange a partire dal 1970. E che a distanza di anni l’ha sottratto definitivamente all’incuria e all’abbandono cui sembrava destinato

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Anche di questa prima tappa nel pellegrinaggio, Buldrini sa farci rivivere l’emozione, come quando racconta di aver potuto toccare il marker stone, la pietra che indica il punto esatto in cui Buddha è venuto al mondo, partorito dalla madre Maya in piedi, colta dalle doglie mentre si recava alla casa dei genitori, aggrappata al ramo di un albero di sal. Un reperto che Buldrini giunge in tempo a sfiorare con le proprie mani prima di venire ricoperto da un perenne vetro antiproiettile.

Partendo dai diari di Xuanzang, il pellegrino cinese del VII secolo spesso paragonato a Marco Polo per aver viaggiato sulla Via della Seta, generando qualche incertezza sulla reale localizzazione della città dove Siddharta passò i primi anni di vita, Buldrini propende per la tesi che entrambe le località di cui parla Xuanzang, Tilaurakot e Piprahwa, siano state in epoche differenti Kapilavastu. La prima, nepalese, sarebbe la città originaria distrutta già ai tempi della vita terrena di Siddharta Gautama dall’esercito di un sovrano nemico della stirpe Shakya, cui egli apparteneva. La seconda, che sorge a poca distanza a Piprahwa in India, una successiva ricostruzione.

E da Tilaurakot, lasciati moglie e figlio, essendo “la vita domestica… soffocante e la sua atmosfera… polverosa” mentre “all’esterno invece la vita è libera e di più ampio respiro”, Siddharta muove verso il mondo partendo dalla Porta Orientale della città, sul suo cavallo preferito sellato dall’auriga di palazzo. Tenuto a vista da Buldrini, che lo segue a Bodh Gaya dove avrà l’illuminazione nel luogo dove ora sorge il tempio della Mahabodhi, nella cittadina dello stato indiano del Bihar, che costituisce la meta più importante per i pellegrini buddhisti di tutto il mondo.

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Dove Siddharta praticò per sei anni l’ascetismo, banditi “i tre veleni”, della brama, dell’odio e della confusione mentale. Coltivando generosità, gentilezza amorevole e saggezza. Perché solo in questo consiste il nirvana su questa terra, e non tanto nell’unione mistica dell’anima individuale con l’Assoluto. Dove finalmente egli aveva capito le cause della sofferenza umana, e il mezzo per mettervi fine. Divenendo il “Risvegliato”.

 E dove nasce il Sangha, l’ordine monastico buddhista. Con la formula che da allora si usa nelle ordinazioni dei monaci anche ai nostri giorni: “Prendo rifugio nel Buddha. Prendo rifugio nel Dharma. Prendo rifugio nel Sangha.” Ed è da Sarnath, centro ideale del buddhismo, che il movimento si diffonderà in buona parte dell’Asia.

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Un’orbita terrena che per il Buddha, vecchio e malato, si conclude a Kushinagar. “Ananda, ormai sono debole e vecchio. Ho raggiunto una veneranda età. La mia vita è stata lunga: sono trascorsi ottant’anni” si legge abbia detto il Buddha nel “Grande discorso del nirvana definitivo.” Un declino non solo fisico, dato che le cose erano molto cambiate dai primi tempi, e il vecchio asceta aveva visto diminuire la propria autorità, soprattutto tra i monaci più giovani. Subendo perfino un tentativo, sventato, di essere assassinato dal monaco Devadatta.

Accompagnato nel suo ultimo viaggio da Buldrini che segue le sue tracce portandosi appresso il Si-Yu-Ki di Xuanzang e le fotocopie del testo completo del Mahaparinibbanasuttanta, il “Grande discorso del nirvana definitivo”. E fonde il racconto dello stesso Buddha con la descrizione del proprio peregrinare contemporaneo, in un amalgama emotivo reso amplificato dalla tragedia imminente della morte. Tanto che a volte il lettore ha come la sensazione di essere tratto in inganno, e smarrisce la certezza di chi stia in realtà parlando, il Buddha o il suo moderno pellegrino. Fino allo scioglimento finale. In cui Buldrini porta a termine l’impegno preso, e si trova finalmente a tu per tu con la piccola urna che contiene le ceneri del Maestro.

claudio madricardo

@claudiomadricar

 

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