Nordest, la nuova frontiera

TRIVENETOADRIANA VIGNERI
Macroregioni? Maddai! La reazione scettica è scontata… e comprensibile, visti i decenni che servono in Italia per realizzare una riforma.

L’idea delle macroregioni, o almeno di fondere le regioni più piccole non è nuova, è quasi contemporanea all’avvio delle regioni, nel 1970, evidente essendo nel nostro paese la sproporzione tra l’una e l’altra (pensiamo a Piero Bassetti, a Guido Fanti, a Gianfranco Miglio). Nel 1996 la Fondazione Agnelli presenta uno studio in cui, nell’ambito dell’impostazione quasi-federale dello Stato che si stava delineando, si ripensa la “taglia” delle regioni e si propone di ridurle da venti a dodici, comprese le regioni a statuto speciale. Nell’ambito della progettazione di nuove forme di governo territoriale, nell’emergere delle grandi aree urbanizzate, la creazione di regioni più grandi si collega all’esigenza di introdurre anche in Italia i governi metropolitani (1990). Nella legislatura in corso i deputati Morassut e altri (Pd) presentano una proposta di legge costituzionale che ripropone sostanzialmente le dodici regioni della Fondazione Agnelli.

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Il giorno 8 ottobre 2015 il deputato Ranucci presenta alla Camera un ordine del giorno per l’accorpamento delle regioni, accolto dal Governo. L’accoglimento di un ordine del giorno, specie se non costa nulla, non si nega a nessuno. Ma qualche tempo dopo il premier e segretario Renzi dichiara di essere favorevole (mentre i suoi due vice segretari frenano), e così il presidente Chiamparino. Un disegno dell’Italia di mezzo è prospettato dai governatori di Toscana, Umbria e Marche, e a nordovest si parla di Limonte. Nella stessa direzione va anche lo studio di Confcommercio, luglio 2015. Un convegno che promuove la Macroregione meridionale si è tenuto pochi giorni fa (Pasquale Viespoli, 23 gennaio 2016). Per quel che vale, e per finire, la Francia, con una legge che inizierà a produrre i suoi effetti ad inizio 2016, ha ridotto le sue regioni da 22 a 13.

In questo contesto in trasformazione è stata presentata da tre saggi illustri del nostro territorio, un giurista, un sociologo, un economista, l’idea della macroregione del triveneto. I confini della nuova regione sarebbero gli stessi contenuti nello studio della Fondazione Agnelli. E le motivazioni?

puzzle-305529_640Quando la Fondazione Agnelli, direttore Marcello Pacini, presentò quello studio, la motivazione del ripensamento delle dimensioni regionali riguardava sia il buon funzionamento interno dell’istituzione regione che ci si apprestava a rafforzare, sia i suoi rapporti con l’Unione europea, allora Comunità europea.

L’esistenza di regioni demograficamente ed economicamente troppo grandi impedirebbe un dialogo e una mediazione politica equilibrata fra queste e lo Stato federale. D’altra parte, regioni troppo piccole appaiono poco idonee ad assumere nuove responsabilità e non rappresenterebbero comunque un contrappeso adeguato al potere del centro. Infine, occorre che le regioni italiane abbiano una taglia che consenta loro di agire nella dimensione europea, con una specifica attenzione sia alla necessità di essere credibili interlocutori delle istituzioni comunitarie sia all’obbligo di competere con le altre regioni europee.

Oggi le spinte sono le più diverse: si reagisce agli scandali della spesa regionale; si persegue more solito il risparmio della spesa pubblica; oppure si mira a creare centri di poteri rafforzati “contro” lo Stato nazionale, macroregioni che dialoghino in Europa. Ma quale Europa? Quella che si vuole distruggere per ritornare appunto agli stati nazionali, più forti che mai? Non manca neppure chi vede nelle macroregioni una via per il recupero di una identità che ai popoli europei sarebbe stata espropriata.

LicencingIl quadro si complica ulteriormente se si pensa che sono state appena costituite le città metropolitane, deputate a governare le grandi conurbazioni e a farne dei centri di eccellenza e quindi di innovazione e sviluppo. E, forse ancora più importante dal punto di vita istituzionale, che con la riforma Delrio le regioni hanno facoltà di stabilire – al di fuori delle aree metropolitane – il perimetro delle aree vaste, i cui confini, almeno nelle regioni più evolute, tendono ad allargarsi. Questa pressione “interna” spinge anche i territori regionali a dilatarsi. Diventano piccole anche le regioni medio-grandi.

Contemporaneamente sono in movimento Prefetture e Camere di Commercio, banche e utilities, porti e hub aeroportuali.

Logiche economiche e logiche istituzionali si intersecano. Ma tutte procedono verso una crescita dimensionale.

Il Nordest ha un problema in più rispetto ai disegni di accorpamento regionale proposti nella penisola. Due delle sue tre regioni sono a statuto speciale, con i relativi privilegi soprattutto finanziari. Se qualcuno si spinge a dire che l’intero Triveneto dovrebbe diventare regione a statuto speciale, altri temono viceversa che proprio la specialità vada persa, e che sia poi il Veneto a farla da padrone nella nuova regione. In una fase in cui sono ormai in molti a considerare superate ed anacronistiche le regioni a statuto speciale, la prospettata fusione delle tre regioni sarebbe una ghiotta occasione per rimettere in discussione la specialità. Percorso non facile, comunque, se si ricorda che, nella specialità, la regione TAA è speciale tra le speciali. Detto in breve, vi è un robusto marito che si propone, ma le due sposine sono a dir poco ritrose, vogliono preservare la loro dote.

Tuttavia è giusto, sotto molti punti di vista, anche entusiasmante, iniziare concretamente a perseguire l’obiettivo politico dell’unica regione a Nordest. Lo chiede la competizione territoriale, la storia aiuta.

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Il percorso possibile, referendum compreso, è scritto in Costituzione, la quale consente di esercitare l’iniziativa per fondersi con la regione vicina. Ma non se la regione vicina è a statuto speciale. Oppure si, ma a condizione di mettere in discussione proprio lo statuto speciale. Percorso assai accidentato. Difficile dunque pensare ad un percorso solitario, piuttosto può trattarsi di un innesco, che aiuti a ripensare l’intera ripartizione regionale italiana. Difficile sostenere una soluzione per il solo Nordest, senza affrontare l’intera questione delle regioni a statuto speciale, e più ampiamente il riequilibrio tra i loro poteri e quelli delle regioni ordinarie, a riforma costituzionale approvata (si sa che questo tema non è stato lì affrontato).

Purché non ci s’illuda di far senza la politica, e una politica alta. Purché non si inneschi un conflitto, in cui il pesce grande tenta di mangiare i pesci piccoli. Perché non è così che si raggiungerà – prima o poi – il risultato.

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Adriana Vigneri

Il puzzle delle macroregioni inizia a Firenze di Giorgio Frasca Polara

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