FBI contro Apple, chi ci capisce è bravo

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Un tweet ironico tra i tanti (questo è di @michixelle) sulla vicenda Apple-Fbi

ADRIANA VIGNERI
Nel nome della privacy, si dice. La contesa tra FBI e Apple prima e ora tra la Apple e il giudice federale di Riverside (California) riguarderebbe la tutela della privacy; della privacy di una coppia di terroristi o presunti tali?

Se chiedi agli italiani, se un giudice debba poter ordinare a chi è in grado di farlo di “aprire” un telefono cellulare in possesso di persone incriminate (l’iPhone della strage, lo chiamano i giornali), perché è ragionevole ritenere che vi siano contenute informazioni utili alle indagini e in definitiva alla ricostruzione della verità, tutti o quasi risponderanno che ovviamente quel giudice deve poterlo fare. Così come può ordinare perquisizioni, indagini bancarie, controllo della posta e così via.

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Istruzioni per conoscere l’Unique Device Identifier (UDID) del proprio iPhone

E allora dove sta il problema? Perché un problema c’è, e serissimo, per quel poco che è dato capire da parte di una persona come me, perfettamente ignorante in materia di dati criptati, chiavi e simili faccende.
Di fronte ai dinieghi della società gli investigatori del Bureau si sono rivolti al giudice, che martedì 16 febbraio ha ordinato alla Apple di dare “assistenza immediata” all’FBI per scardinare o aggirare i codici di sicurezza e permettere agli agenti federali di aver accesso a tutti i dati.

La Apple è l’unica ad avere le capacità tecniche per compiere questa operazione senza che il telefono (un iPhone 5c) si blocchi e cancelli i dati in esso contenuti. La società, attraverso il suo ad Tim Cook, ha annunciato che si oppone a questo ordine, che la privacy è una priorità. Ma la privacy di una persona sotto processo non è, e non deve essere, tutelata.
Qui arriviamo al punto. L’FBI dice che vuole l’accesso ad un singolo apparecchio, nulla di più. Tim Cook dice che le rivelazioni richieste potrebbero danneggiare il codice criptato, “un passo senza precedenti che minaccia la sicurezza dei nostri clienti e ha implicazioni che vanno ben al di là del caso legale in questione”.

Lasciamo da parte il fatto che con questa manovra la Apple sta facendo una pubblicità alla massima potenza alla sicurezza dei propri apparecchi, e veniamo alla questione serissima di cui si diceva. L’uso della crittografia e relative chiavi.

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Glass Apple Store a New York City

Quel poco che si capisce è che il sistema di questi prodotti è disegnato in modo che anche l’accesso ad un singolo apparecchio costituisce un vulnus che compromette o mette a rischio tutti gli altri. E deve essere vero, se, come la stampa riporta, anche Edward Snowden, la talpa del Datagate, ha dato il suo supporto alla posizione di Cook.

Allora delle due l’una. O non è ammissibile che questi prodotti sia disegnati con queste modalità, precisamente perché portano a queste conseguenze. Oppure bisogna rassegnarsi a considerare inviolabili e quindi inutilizzabili questi apparecchi anche per la Giustizia. Ed è una perdita non da poco, dato che di lì passano ormai tutte le relazioni delle persone.

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J. Edgar Hoover Building, quartier generale della FBI a Washington, D.C.

Senonché resta pur sempre chi, la Apple stessa – pare di capire – potrebbe invece raggiungere i dati lì seppelliti al sicuro.
Quale sia la soluzione non lo so. Per ora mi basterebbe che la si smettesse di parlare a vanvera di tutela della privacy. Il problema è quello dei limiti delle moderne tecnologie. Non più il digital tsunami (l’argomento sicurezza usato per ridurre libertà e diritti), ma il suo contrario, la concentrazione delle informazioni in un “buco nero”.

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Adriana Vigneri

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