Irlanda. Un secolo fa la Rivolta di Pasqua, prima tappa della resurrezione nazionale

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Le contee irlandesi

MARIO GAZZERI
Cent’anni fa, nel 1916, l’Irlanda insorse nella settimana di Pasqua contro il dominio britannico scrivendo il tragico prologo della guerra di liberazione nazionale dall’oppressore britannico che sarebbe divampata cinque anni dopo. Fu una Pasqua di Passione, una ribellione repressa nel sangue a Dublino, e in minor misura a Galway e Wexford, dalle soverchianti forze dei dominatori, un anticipo della insurrezione-resurrezione del 1921/22 che portò all’indipendenza, parziale, dell’Isola di Smeraldo.

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Simbolo della riscossa nazionale nell’impari lotta fu, a Dublino, il palazzo delle Poste sulle rive del fiume Liffey. Qui fu stabilito il comando degli insorti che all’inizio della settimana di sangue (dal 24 al 30 aprile) erano riusciti ad occupare assieme a numerosi altri edifici pubblici della capitale occupata, ammainando l’Union Jack. Palazzo delle Poste che fu anche teatro della repressione finale degli ultimi due giorni e dove cadde la meglio gioventù della Irish Republican Brotherhood, la Fratellanza Repubblicana Irlandese. Ma i capi della fallita rivolta ebbero il tempo di emettere il proclama dell’Indipendenza della Repubblica prima di venire “giustiziati”, alcuni sul posto, altri al termine di sbrigativi processi.

Per una di quelle incredibili analogie che la Storia ogni tanto ci ripropone, si trattò di una tragedia il cui testo doveva ripetersi, quasi alla lettera, quarant’anni dopo, nel ’56, quando in altre circostanze storiche e sotto altri cieli, i patrioti ungheresi asserragliati nella sede della Radio nazionale a Budapest dovettero cedere allo strapotere dell’invasore sovietico. Anche a Budapest fu proclamata l’indipendenza del Paese, proprio mentre la seconda ondata di carri russi entrava nella capitale e la rivoluzione moriva quasi nell’indifferenza delle cancellerie occidentali distratte dalla gravissima e contemporanea Crisi di Suez.

Nell’isola dei Santi e dei Poeti, come in altri tempi veniva definita l’Irlanda, tra i capi della rivolta figurava il poeta Padraig Pearse, autore di opere scritte per lo più in gaelico, e fucilato dagli inglesi tre giorni dopo il fallimento dell’Easter Rising, la rivolta di Pasqua. Le cicliche, sanguinose ribellioni in Irlanda contro il dominio britannico, sono sempre state ufficiosamente definite nel Regno Unito come “the Irish troubles” (i problemi ovvero i guai, i fastidi irlandesi) quasi a voler anche lessicalmente sminuirne la portata derubricandone l’aspetto di romanticismo rivoluzionario.

bobby sands

Bobby Sands

Forse alcuni capi della rivolta avevano sperato in cuor loro che il contemporaneo, sovrumano impegno britannico in Francia, a Verdun e nella battaglia della Somme contro i tedeschi, avrebbe potuto indebolire la capacità di reazione degli inglesi in Irlanda. Ma, se calcolo ci fu, si rivelò sbagliato. In una settimana appena gli inglesi ebbero la meglio sugli insorti che furono eliminati con una brutalità che sarebbe stata superata solo nella guerra di Indipendenza del 1921-1922 allorché le truppe del Regno Unito, affiancate dalla soldataglia dei Black and Tans (detenuti comuni liberati per domare la rivoluzione) devastarono il paese bruciando villaggi interi e la stessa città di Cork, nell’Irlanda sud-occidentale.

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Monumento al soldato dell’Ira a Dublino

Parallelamente alla guerriglia condotta dai gruppi di patrioti irlandesi (che poi si sarebbero riuniti dando vita all’Irish Republican Army) si era andato sviluppando un movimento di disobbedienza civile con il boicottaggio dei prodotti inglesi, con astensioni spontanee dal lavoro e con scioperi della fame dei detenuti. Tra questi si ricorda il caso di Terence McSwiney, illustre commediografo e sindaco di Cork arrestato nel 1920, dopo aver partecipato pochi anni prima alla Rivolta di Pasqua, ed esponente di spicco del partito indipendentista dello Sinn Fein (“Noi stessi” in gaelico). Morì in carcere dopo settantaquattro giorni di digiuno volontario. Lo sciopero della fame dei detenuti politici fu uno strumento estremo di lotta ripreso decenni dopo da Bobby Sands, deceduto dopo sessantasei giorni di digiuno nel maggio dell’81, e da altri nove patrioti e attivisti per i diritti civili detenuti nel lugubre carcere Maze (labirinto) di Long Kesh nell’Ulster.

Ma il paese che, in proporzione alla popolazione, dette i natali a scrittori e poeti in misura sicuramente maggiore rispetto agli altri paesi europei (da Jonathan Swift a William Butler Yeats a Oscar Wilde, da Bernard Shaw a James Joyce a Seamus Heaney, per citarne solo alcuni) fu vittima secolare, anche dopo la parziale uscita di scena degli inglesi, di un’altra dominazione, più sottile ma altrettanto crudele. L’oppressione della Chiesa cattolica.

Vista e “sentita” nei secoli come uno dei baluardi dell’identità nazionale a fronte del protestantesimo degli invasori, la Chiesa cattolica, la cui dottrina era stata divulgata da San Patrizio e San Colombano, si impadronì di fatto del sistema dell’istruzione del paese occupato, dettando le linee educative decise dalle diocesi delle varie contee. L’Irlanda visse lunghi periodi della sua storia in un regime di oscurantismo confessionale che si tradusse in una delle cause principali del suo mancato decollo economico e di progresso sociale. L’enormità degli scandali di pedofilia e violenza praticata negli istituti scolastici dai sacerdoti cattolici sui minori loro affidati, emersi negli ultimi quindici anni, sembrano infine fare da triste corollario alla violenta storia dell’Isola di Smeraldo.

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Mario Gazzeri

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