Com’è surreale l’Europa reale

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“L’homme a son avenir devant lui, mais il l’aura dans le dos chaque fois qu’il fera demi-tour” , Pierre Daco. Il quadro, Ville Lunaire, 1956, è del surrealista belga Paul Delvaux (1897-1994)

GIUSEPPE ZACCARIA
Proviamo a metterla così: se domani la signora Beata Szydlo, potente premier di Polonia, dicesse ai signori di Bruxelles: “Sentite, queste vostre regole sulla libertà di espressione non mi piacciono proprio, abbiamo deciso di seguire una via polacca all’informazione”, voi cosa pensereste?

E se dopodomani il rampante Viktor Orbán decidesse che in Ungheria le norme sulle quote latte vanno buttate nel cesso, come reagirebbero gli allevatori padani? O se ancora… Ma no, diamoci un taglio, tanto si può essere certi che qualsiasi esercizio di fantasia non potrà mai attingere alle vette di eterodossia che d’ora in poi si potranno toccare all’interno della Disunione europea ( per la quale ci permettiamo di proporre l’acronimo DU).

La maratona negoziale che nell’ultimo fine settimana ha impegnato a Bruxelles i ministri degli esteri d’Europa avrebbe dovuto affrontare la questione dei migranti che si fa sempre più esplosiva, ma ha finito con l’essere quasi interamente assorbita dalla trattativa con David Cameron, premier conservatore inglese, che adesso può ben fregiarsi del titolo di vincitore.

Londra ha ottenuto quasi tutto: sette anni di esenzione dalle provvidenze per i nuovi lavoratori immigrati dall’Unione, addirittura il potere di commisurarle al reddito medio del Paese di origine (già si possono pronosticare ondate migratorie dallo Zambia), soprattutto il fatto che la sua Borsa non sarà mai vincolata alle regole continentali – o almeno, a quelle poche regole che si sta cercando di concordare – né tantomeno al concetto di “interesse comune”.

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Dialogo, 1974, di Pierre Delvaux (pittore citato, con de Chirico, dal giornalista Andrew Marshall, The Independent)

Cameron ha avuto buon gioco nell’usare il bastone e la carota: la clava consisteva nello spauracchio dell’uscita nel prossimo referendum di giugno (spauracchio per chi, poi?), la carota in un’affermazione che condividono tutti, ossia che la Ue deve cambiare o muore.

Tutto ciò detto, però, qualcuno dovrebbe spiegarci perché i grandi pensatori che governano il nostro Continente pur di non perdere la Gran Bretagna le hanno già consentito di mettere un piede fuori. Il Paese è ricco e importante, certo, la sua presenza sia pure dimezzata può rendere più importante il patto fra i 27 più Svizzera, ma davvero si può pensare che consentendo a Londra di fare come vuole le coesione europea ne guadagnerà?

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Giorgio de Chirico, Enigma dell’arrivo e del pomeriggio (1911-1912)

Viene in mente la vecchia storiella della mezzana che vuol dare in sposa al giovanotto spiantato una ragazza che dalla foto appare anche bella. Lui, un po’ dubbioso, chiede: ma ha qualche difetto fisico? “No, è in piena salute”. Allora non ha un soldo…“Ma no, anzi ha una bella dote”. E allora dov’è l’inghippo? “. È incinta, ma appena appena…”. Ecco, prepariamoci ad accettare il fatto che dallo scorso week end siamo tutti appena appena europei.

“Io non amo Bruxelles, io amo la Gran Bretagna – aveva detto Cameron quando le negoziazioni stavano per cominciare – sono il primo a dire che ci sono molti modi in cui l’UE deve migliorare. Il compito di riformare l’Europa non si esaurisce con l’accordo di oggi, ma non potrò mai dire che il nostro Paese non potrebbe sopravvivere al di fuori dell’Europa”. Adesso, vi immaginate cosa sarebbe accaduto – e cosa probabilmente accadrà – se ai superburocrati continentali si presentasse qualcuno che dicesse “io non amo Bruxelles, amo l’Ungheria, la Polonia, la Slovacchia o Malta”?. Naturalmente, nessuno di questi Paesi ha una forza paragonabile a quella della Gran Bretagna, però prima ancora di avviare un processo di riforma dell’Unione europea, David Cameron ha piantato altri semi per la sua dissoluzione, anche se in questo lavoro non è stato certo il solo né il più assiduo.

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Giorgio de Chirico, Piazza d’Italia con Arianna, 1948

Il Regno Unito è sempre stato pratico, però nel frattempo l’Unione europea ha assunto una struttura che si potrebbe definire a cipolla, o se si preferisce sembra ripetere lo schema di un bersaglio per le freccette altrui: gli europei orientali sono nell’anello esterno, i buoni europei in quello centrale mentre l’anello mediano contiene gli incerti come siamo noi, quelli che non vogliono o non sono capaci, “ripetendo un po’ la visione che Dante aveva dell’inferno”, come ha scritto Andrew Marshall sull’Independent nel 1994.

Quell’articolo merita di essere riletto anche oggi: era l’anno in cui “i buoni europei”, ovvero i Paesi più forti, discutevano sul futuro dell’Europa nel dopo Maastricht, e il Regno Unito era rappresentato da un altro conservatore, John Major. “Tracce multiple, nuclei duri, templi, alberi, pilastri, convogli , cuore: è una strana visione quella che i politici evocano quando discutono del futuro dell’Europa – scriveva Marshall – eppure i termini scelti da John Major per il suo discorso ai democristiani tedeschi sul nuovo piano per l’Unione ci dicono molto. Essi mostrano il crescente divario tra la Gran Bretagna e i suoi partner continentali ma anche una straordinaria incertezza sul futuro dell’Europa”. E l’analista inglese continuava così: “La metafora britannica, almeno, ha cessato di esistere.

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Paul Delvaux, Paesaggio con lanterne, 1958

John Major ha detto di aver voluto mettere la Gran Bretagna nel cuore dell’Europa, e con questo stava segnalando più di un semplice cambiamento di politica rispetto al governo di Margaret Thatcher. Stava dicendo che il cuore e simbolo dell’Unione stanno nella CDU, il partito di Helmut Kohl, che rappresenta la forza principale dietro l’integrazione”. Mettiamo Cameron al posto di Major e la Merkel in sostituzione di Kohl e le cose restano identiche ancora oggi, anche se alquanto peggiorate.

All’epoca si confrontavano due visioni dell’Europa, e a vincere fu la seconda. Facciamo parlare ancora Marshall: “La negoziazione del trattato di Maastricht è stata caratterizzata da uno scontro tra due idee rivali. Una, condivisa da Germania e Stati più piccoli, vede l’Unione come un albero, con tutte le sue attività riunite in una serie di istituzioni e la creazione di un unico Stato federale, un solo organismo vivente con un tronco che ha radici affondate nel ricco suolo europeo. La visione rivale, sostenuta da Francia e Gran Bretagna, è quella del tempio, con i diversi settori politici divisi gli uni dagli altri, e pilastri separati, con l’unità che viene fornita dal timpano , ovvero dalla parte del trattato che copre tutti i settori”.

È stata questa visione architettonica a vincere anche se in realtà ha dato origine più a una teoria di alberelli stenti che ad una serie ordinata di colonne. Questo è andato avanti fino a ieri, ma a dall’accordo di Bruxelles abbiamo imboccato una strada che nessuno sa dove ci possa portare. Se Cameron vincerà il referendum, la Gran Bretagna rimarrà in Europa in una posizione sfacciatamente privilegiata e nel frattempo è svanita l’idea di solidarietà, hanno ripreso vigore gli stati nazionali e se a Londra vincerà il sì all’Europa, da quel momento in poi ciascuno stato potrebbe sentirsi libero di decidere alleati e appartenenze senza essere più spinto a fare le cose nell’ interesse comune.

Tanto per fare qualche esempio ricavato dall’attualità: la Slovacchia potrebbe decidere di sfilarsi dalla disastrosa scelta delle sanzioni contro la Russia, Cipro di rifiutare la griglia dei rigidi controlli bancari, la Repubblica Ceca di respingere ogni genere di rifugiati, qualcuno potrebbe perfino voler uscire dalla morsa del patto di stabilità… Magari, l’Italia.

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Giuseppe Zaccaria

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