Giachetti-Morassut, ma il duello è tra Rutelli e Veltroni

GUIDO MOLTEDO
Nella grande confusione sotto il cielo romano, nell’avvicinarsi delle primarie del Pd per la carica di sindaco della capitale, un punto “pre-politico” e al tempo stesso molto “politico” appare chiaro: Roberto Giachetti è Rutelli. E Roberto Morassut è Veltroni. La sfida Giachetti-Morassut è in realtà un duello per procura tra due vecchi amici (in apparenza) rivali (nei fatti).

Giachetti è con Rutelli dai tempi della comune militanza nei radicali, quando Roberto era alla radio (è giornalista professionista), e Francesco era un dirigente nazionale di peso nel partito di Marco Pannella. Poi, quando Rutelli fu eletto sindaco di Roma, Giachetti lo seguì, diventandone capo di gabinetto, l’uomo a lui più vicino, la carica-chiave nella macchina del Comune di Roma. Tra i due ci sono sette anni di differenza, lo scarto di età tra due generazioni, un sessantenne e un cinquantenne, un fratello grande e uno più piccolo.

Morassut vanta un lungo tragitto politico nel Pci e poi in quel che è nato e si è sviluppato dopo la svolta della Bolognina, Pds, Ds, Pd. Era segretario della federazione e consigliere comunale negli anni della sindacatura di Rutelli, per poi diventare l’uomo forte della giunta Veltroni, assumendo la guida dell’urbanistica, l’assessorato strategico del Campidoglio. Tra Veltroni (1955) e Morassut (1963) c’è più o meno la stessa differenza anagrafica che c’è tra Rutelli e Giachetti.

La carica di sindaco della capitale equivale a un ministero di prima grandezza, Esteri, Interni, Tesoro, per il potere che si esercita dal Campidoglio e per la visibilità che essa conferisce. Sia Veltroni sia Rutelli l’hanno infatti “scambiata” per posti d’alto rango nel governo e di leadership dei rispettivi partiti.

I sindaci Rutelli e Veltroni fecero la staffetta nel 2001, e poi se ne tentò una seconda nelle elezioni anticipate del 2008, che si conclusero con una sconfitta bruciante per Rutelli.

Nella narrativa dominante c’è sempre stata e c’è la tendenza a presentare Rutelli e Veltroni in continuità tra loro: due giunte del centrosinistra, due esponenti politici con idee e visioni simili. Fu anche questa percezione a contribuire alla sconfitta di Rutelli Due. Costretto a condurre una campagna elettorale senza poter prendere le distanze dagli errori che, a torto o a ragione, erano addebitati al predecessore e alla sua giunta, Rutelli finì per figurare più come l’erede di Walter che come il continuatore della sua esperienza di sindaco precedente a quella di Veltroni. Con in più l’evidente riluttanza del corpaccione del partito romano, i Ds allora, a sostenerlo davvero. Rutelli combatté contro Alemanno con più d’un braccio legato. Quel boccone molto amaro, Rutelli non l’ha mai digerito.

Il radicale Rutelli non è mai andato giù ai comunisti romani, un brand, quello del partito di Pannella, che gli è rimasto addosso anche quando è diventato cattolico praticante. Quest’ultima scelta, infatti, non solo non ha cancellato la sua storia precedente, ma le due cose, nella percezione dei suoi critici, si sono perfidamente sommate tra loro.

Veltroni e Rutelli, veltroniani e rutelliani, sono storie diverse, e antagoniste. Sono due leader e due famiglie in competizione per occupare lo stesso spazio politico, un centrosinistra di conio blairiano-clintoniano. E per controllare la capitale.

Per Rutelli l’approdo a quella visione politica è stato l’esito di un percorso più che naturale, era nel suo dna, mentre per Veltroni è stato il frutto di una serie di prese di distanza dalla sua biografia nelle stanze di Botteghe oscure, una storia complicata e non lineare.

Da sindaco, Rutelli potè contare sui finanziamenti del giubileo, che diedero smalto al suo governo di Roma, una città visibilmente ripulita e rinnovata in quegli anni, mentre Veltroni concluse opere avviate dal suo predecessore, ne potette aggiungere poche altre, ma non riuscì a disporre della stessa munificenza governativa. La sua giunta fu anche per questo di manica larga con i costruttori? Certo è che la cementificazione spaventosa della capitale ha avuto un’impennata negli anni veltroniani, e opere-simbolo come la Nuvola di Fuksas, non si sa oggi a che cosa destinata, raccontano un’epoca di irresponsabilità pianificatoria.

E Renzi? In realtà c’entra quasi di sponda nella designazione di Giachetti (e nella conseguente discesa in campo del veltroniano Morassut in chiave anti-renziana). Sulla carta sono entrambi renziani, ma dietro Giachetti c’è soprattutto il lungo lavorìo di Rutelli, forse il principale rottamatore della giunta Marino, e successivamente molto attivo nel creare le condizioni di un suo ruolo attivo nella riconquista del Campidoglio. Renzi, anch’egli peraltro di discendenza rutelliana e ancora legato al suo mentore, ha lasciato fare a Rutelli, non conoscendo Roma, non sapendo nulla del Pd romano e delle sue faide e non fidandosi di quell’inconcludente pasticcione di Matteo Orfini.

In gioco c’è il governo della capitale, ma anche la possibilità che Roma possa ospitare le olimpiadi 2024.
Le correnti del Pd romane di radice Pci e post-Pci non hanno alcuna intenzione di lasciare ai rutelliani il Campidoglio con il ghiotto contorno dei giochi olimpici. E si sono mossi, dando vita a un’inedita coalizione di bersanian-dalemian-veltroniana, per stoppare Giachetti, in ossequio alla più antica legge della politica: il nemico del mio nemico è il mio amico.

Con Rutelli quest’aggregazione diessina aveva proceduto di conserva nella fase destruens (l’affossamento dell’esperienza Marino) per poi, inaspettatamente, prenderne le distanze e sfidare il suo candidato Giachetti.
I due Roberto sono entrambi politici che conoscono Roma, il territorio, la macchina comunale, e oggi fanno molto bene il loro mestiere di parlamentari. Sono tra i migliori di questa legislatura, e anche delle precedenti. Peccato siano stati risucchiati nelle logiche di potere dei loro “fratelli maggiori”. Quanto meno avrebbero potuto collaborare, come infatti sembrava potesse accadere, quando si è anche parlato di Morassut come responsabile della campagna elettorale di Giachetti.

A Roma si voterà per le primarie Pd il 6 marzo, ma pochi romani lo sanno. L’importante è che si pretenda, nei giorni che restano, il massimo di chiarezza sulle intenzioni, sulle motivazioni e sugli obiettivi di chi si candida a rappresentare il Pd nella sfida per il Campidoglio.

Quanto finora scritto riduce allo scheletrico una vicenda ben più articolata e complessa, nella quale figurano altri attori e nella quale si sviluppano tante altre storie, che hanno per sfondo Roma e la politica nazionale.

Dietro le quinte, nella politica romana, ha avuto un ruolo notevole Goffredo Bettini, il classico politico che esercita un grande potere ma lontano dai riflettori. Bettini è stato cerniera tra veltroniani e rutelliani, mantenendo al contempo sempre relazioni buone con D’Alema e i dalemiani della capitale, e anche con gli ingraiani. Spesso è stato descritto come il grande burattinaio della sinistra romana, e non solo. È stato, così si dice, l’architetto della candidatura a sindaco di Ignazio Marino, per poi, quando è apparso chiaro che non era manovrabile, prenderne le distanze.
Con Renzi non tocca palla. Dov’è finito?

L’altro tema è Roma come battaglia campale nella guerra in corso nel Partito democratico tra le componenti di provenienza Pci e Ds e quelle di provenienza democristiana, cattolica e “margherita”. Veltroni si poneva come garante della complicata convivenza tra le diverse tribù, fino all’arrivo di Renzi. Pensava di avere in Matteo un interlocutore naturale e un alleato, dimenticando, tra l’altro, che Rutelli stava rientrando in gioco. Da Renzi non ha avuto il ruolo centrale che s’aspettava, anzi nessun ruolo. Nel frattempo il renzismo è dilagato spingendo ai margini i detentori del pacchetto di maggioranza del partito.

Se Morassut vince la partita, Veltroni riacquista potere. E in questa operazione trova dalla sua parte D’Alema e anche quel Bersani che s’adoperò caparbiamente per sfilargli la segreteria Ds.

Stesso schema per Rutelli. Reduce da una sequenza di errori politici clamorosi e da un periodo buio legato alla vicenda del tesoriere Lusi, adesso con la partita romana torna a svolgere un ruolo di rilievo. Il successo di Giachetti avrebbe anche il sapore di un suo ritorno come protagonista nella politica italiana, anche perché segnerebbe il passaggio definitivo del Partito democratico dalla fase dell’egemonia diessina a quella dell’egemonia renziana (con il dna rutelliano).

Sullo sfondo, naturalmente c’è la possibilità di un doppio flop, che farebbe saltare i calcoli di tutti i contendenti della partita romana. Il primo sarebbe il fallimento delle primarie, come partecipazione alla fase della campagna e poi come affluenza ai gazebo; e poi, soprattutto, c’è il rischio – che sia Giachetti o Morassut il candidato – di un insuccesso nelle elezioni. Ma a quel punto, la sconfitta andrebbe interamente sul conto di Matteo Renzi.

2 risposte a “Giachetti-Morassut, ma il duello è tra Rutelli e Veltroni

  1. Caro Guido, sinceramente temi il doppio flop. Premessa la bontà di entrambi i candidati, dopo la torpida vicenda Marino, Il PD non riuscirebbe a vincere neppure con Checco Zalone candidato sindaco…temo che la partita sarà tra Marchini e la 5 stelle (di cui è con la quale mi scuso di non ricordare il nome al momento).
    Grazie per lo spazio che ci concedi. Un saluto
    Fabrizio de pascale

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