Pacifico, i due giganti scherzano col fuoco

BENIAMINO NATALE
L’ultimo passo di un’escalation che sembra senza fine, la Cina l’ha fatto all’inizio di febbraio, schierando dei missili terra-aria su Woody Island, una delle isolette contese nel Mar della Cina Meridionale.

Lo schieramento dei missili è stato rivelato da Fox News, che ha rilanciato le fotografie satellitari diffuse dal sito specializzato ImageSat International, mentre era in corso in California un summit tra il presidente Barack Obama e i leader dell’ASEAN, l’associazione che riunisce dieci Paesi del sudest asiatico.

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Woody Island, prima (a destra) e dopo le installazioni missilistiche cinesi

Scrivendo nel 2012 – cioè in un momento nel quale la tensione non aveva ancora raggiunto i livelli degli ultimi mesi – l’analista americana Bonnie Glaser del Center for Strategic and International Studies sosteneva che il rischio di uno scontro militare tra la marina militare degli USA e quella della Cina nel Mar della Cina Meridionale è “significativo”. Secondo Bill Hayton, giornalista, esperto di Asia e autore di The South China Sea -The Struggle for Power in Asia (edito dalla Yale University Press), quella sezione dell’Oceano Pacifico è quella nella quale è più probabile che si verifichi uno scontro tra la potenza che domina la scena mondiale e quella emergente. Scrive Hayton: “…per il Partito Comunista Cinese la legittimazione viene…dalla campagna attuale per il recupero dei territori sottratti al corpo della nazione da colonisti e traditori.

Per quanto questa idea possa essere storicamente sbagliata, questi territori comprendono il Mare (della Cina Meridionale)”. Allo stesso tempo, “anche l’élite degli Stati Uniti ha un’implicita convinzione nel suo manifesto destino: dell’ America come… “potenza indispensabile” garante ultima delle norme e delle regole del sistema internazionale. Il Mar della Cina Meridonale è il primo posto nel quale quelle norme e quelle regole vengono sfidate…”

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Woody Island

Via di passaggio del novanta per cento del commercio mondiale e di collegamento tra America, Asia ed Europa, ricco di gas naturale e di pesce, lo specchio d’acqua nel quale si trovano le isole Spratili e Paracelse (Woody Island è parte di queste ultime) è dunque al centro di una contesa che ha come protagonisti, oltre a Cina e USA, gran parte dei Paesi dell’ASEAN e Taiwan.

La Cina ha in corso anche un’aspra disputa col Giappone nel Mar della Cina Orientale, dove rivendica la sovranità sulle Senakaku/Diaoyu, attualmente sotto il contro di Tokyo.

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Gli isolotti Senkaki/Diaoyu

Pechino rivendica tutto o quasi il Mar della Cina Meridionale basandosi sulla cosidetta “nine-dash line”, vale a dire una serie di linee tratteggiate diffusa nel 1947 dall’allora governo cinese del Guomindang, il Partito Nazionalista del “generalissimo” Chiang Kai-shek. In origine le “linee” erano undici ma due furono tolte dalla mappa in seguito alle obiezioni sollevate dal Vietnam, allora alleato della Cina.

La “nine dash line” è una grande “U” che a partire dalle coste cinesi si sviluppa su tutto lo specchio d’ acqua e in alcuni punti passa a poche miglia marine dalle coste degli altri Paesi rivieraschi. Con la guerra civile cinese, la vittoria dei comunisti, la guerra di Corea, la “linea” era finita nel dimenticatoio. Pechino l’ha rispolverata nel 2009, consegnando alle Nazioni Unite una mappa del Mar della Cina Meridionale sulla quale la “nine-dash line” è indicata come base delle sue rivendicazioni.

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Nine Dash Line

La sovranità della Cina su questa parte del Pacifico, sostiene Pechino, è “indiscutibile” ed esiste “da tempo immemorabile”. La Cina non ha però, finora, tradotto l’ uso della “nine-dash line” in una rivendicazione esplicita di sovranita’ su tutto il Mar della Cina Meridionale.

Responsabili cinesi hanno a volte affermato che il Mar della Cina Meridionale è parte dei core interest”, gli interessi fondamentali, della Cina (come il Tibet e Taiwan) ma anche questa posizione non è stata formalmente fatta propria, finora, dal governo di Pechino. Il ministero della difesa cinese, in risposta alle rivelazioni di Fox News ha diffuso un comunicato nel quale la notizia non viene ne confermata ne smentita. Il comunicato afferma però che la marina e l’aviazione cinesi hanno avuto “da molti anni” una presenza sulle Paracelse. Queste isole, prosegue il comunicato, “sono sempre state parte del territorio della Cina” e di conseguenza “la Cina ha il diritto legittimo e legale di schierare strumenti di difesa all’ interno del suo territorio”.

Il governo di Barack Obama ha lanciato nel 2009 il cosiddetto “strategic pivot” o “ribilanciamento” della politica internazionale degli USA, che in sostanza consiste nel mettere al primo posto le iniziative nella regione dell’Asia/Pacifico, dopo gli anni dell’“ossessione mediorientale” della precedente Amministrazione di George W.Bush, generata dagli attacchi terroristici del 9/11 e dalla guerra in Iraq. Oltre alla creazione di un’ area di libero scambio con i Paesi dell’ Asia meridionale e orientale – la Trans-Pacific Partnership (TPP) -e lo schieramento di migliaia di soldati americani nei Paesi alleati (per ora solo in Australia, senza dimenticare la massiccia presenza militare americana in Corea del Sud) – il “pivot” prevede il rafforzamento dei legami non solo con gli alleati tradizionali come il Giappone e le Filippine ma anche con i Paesi che in passato sono stati nemici, come il Vietnam, o che hanno semplicemente mantenuto le distanze da Washington, come l’India. Secondo il nuovo pensiero strategico americano, New Delhi dovrebbe infatti entrare a far parte a pieno titolo dell’ “area del Pacifico”.

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La portaerei Ronald Reagan guida la flotta statunitense nel corso di un’esercitazione nel Pacifico

Nel Mar della Cina Meridionale la nuova attenzione degli USA al Pacifico si è tradotta in una serie di iniziative per “garantire la libertà di navigazione”. A partire dall’ottobre del 2015 gli USA hanno inviato più volte le loro navi da guerra a incrociare nei pressi dalle isolette rivendicate da Pechino nel Mar della Cina Meridionale, in una esplicita negazione delle pretese cinesi.

Dal canto suo la Cina ha inaugurato negli ultimi anni una politica di “reclamation” di terreno dal mare nei pressi degli isolotti che rivendica, costruendovi piste per l’atterraggio degli aerei e altre installazioni militari come le rampe di lancio per i missili terra-aria fotografate da ImageSat International e diffuse da Fox News. Attività di “reclamation” sono state condotte anche da altri Paesi rivieraschi – Vietnam, Malaysia e Filippine – ma il livello di quelle della Cina le supera di gran lunga. Pechino dispone ora di una serie di strutture che rendono possibile le “attività” nell’area della sua Marina Militarfe e della sua aviazione.

Altre rivendicazioni antagoniste a quelle di Pechino sono state avanzate dal Sultanato di Brunei e da Taiwan. Nel Vietnam si sono verificati nel 2014 una serie di episodi di violenza anticinese nella quale hanno perso la vita almeno ventuno persone e che hanno indotto Pechino a rimpatriare di tutta fretta tremila suoi connazionali che lavoravano nel vicino Paese. Le violenze furono innescate dall’invio in una delle zone contese di una piattaforma cinese per la ricerca petrolifera, accompagnata da una nutrita scorta di navi della Marina Militare di Pechino. In seguito alle violenze, la piattaforma venne ritirata con qualche settimana di anticipo sul previsto.

La sfida più pericolosa per la Cina è venuta dalle Filippine, che hanno presentato al Tribunale Permanente degli Arbitrati dell’Aja un ricorso che verrà discusso nei prossimi mesi. Una sentenza è attesa per la prossima estate. Pechino ha sostenuto che essa sarà comunque inaccettabile e si è rifiutata di presentare formalmente il suo punto di vista, opposto a quello di Manila. USA ed Unione Europea hanno avvertito la Cina che il rispetto delle decisioni del Tribunale è indispensabile se si vuole garantire l’esistenza di regole uguali per tutti.

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Protesta anti-cinese a Manila

La cosa più vicina legge internazionale sul mare universalemente accettata è rappresentata dalla United Nations Convention of the Law of the Sea (UNCLOS), che è la base del ricorso di Manila. L’UNCLOS stabilisce che solo le “isole” definite come “un’area di terra circondata dal mare e al di fuori delle acque con l’alta marea” sono l’unica entità che può dare luogo alla rivendicazione di una Zona Economica Esclusiva (EEZ, di circa duecento miglia marine, circa 370 km) e a un’area di acque territoriali di dodici miglia marine (circa ventidue chilometri); le “scogliere e barriere coralline”, con delle “punte” che emergono anche con l’alta marea danno vita solo alle acque territoriali di dodici miglia; infine esiste un terzo gruppo di formazioni naturali, quello dei “rilievi di bassa marea”, che sono completamente sommerse e non generano ne le acque territoriali ne la EEZ.

Secondo il ricorso, nessuna delle “entità occupate dalla Cina” rientra nella categoria delle “isole” e di conseguenza non può dare vita ad una EEZ cinese. Una sentenza favorevole alle Filippine è ritenuta probabile dagli osservatori ma qualsiasi sia la decisione del Tribunale il Mar della Cina Meridionale è destinato a rimanere per i prossimi anni il terreno di un braccio di ferro tra Washington e i suoi alleati asiatici e una Cina che appare decisa a non rinunciare al ruolo di potenza regionale.

beniamino

@beniaminonatale

“Frequento l’ Asia dal 1978, quando feci il primo viaggio in India e decisi che ci avrei passato una parte della mia vita. Il mio primo viaggio in Cina risale al 1985 e fu un secondo colpo di fulmine…Dal 1992 al 2002 sono stato corrispondente dell’ ANSA da New Delhi, coprendo tutto il subcontinente e nel 2003 mi sono trasferito a Pechino, dove vivo tuttora. Ho scritto due libri, L’ UOMO CHE PARLAVA COI CORVI e APOCALISSE PAKISTAN (con Francesca Marino) pubblicati da MEMORI (www.memori.it)”

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